Kerouac l’eremita secondo Patti Smith e Tom Waits

images«Se cerco di girarmi l’universo si gira con me e dall’altra parte dell’universo non va affatto meglio», scrive Kerouac in Big Sur (1962), il romanzo forse più dolorosamente autobiografico che abbia mai scritto. Dopo il successo di Sulla strada (1957) e delle opere successive, come I sotterranei, I Vagabondi del Dharma e il malinconico Tristessa, Jack si trova sull’orlo di una crisi, fisica e spirituale, che lo sta lentamente logorando. La notorietà e la vita sregolata minano mente e corpo.

 Se sei stato “l’inventore” della Beat Generation, prototipo di bohémien metropolitano dedito all’alcol, al vagabondaggio e privo di regole e freni in quello che consideri un flusso ininterrotto di emozioni ed esperienze chiamato vita (e confuso con l’arte stessa), non puoi che mantenere le aspettative di tutti, a costo di lasciarci la pelle.

 Il documentario prodotto dalla Kerouac Films e girato da Curt Worden (One Fast Move Or I’m Gone – Kerouac’s Big Sur) ricostruisce un preciso momento della vita di Jack, quando decise di ritirarsi a Bixby Canyon, località della California centrale nella regione di Big Sur. In una capanna in mezzo al bosco, acquistata dall’amico poeta Lawrence Ferlinghetti, in assoluta solitudine, lo scrittore voleva pareggiare i conti con se stesso.

 L’opera di Worden filma i paesaggi mozzafiato puntellando le immagini con la voce dell’attore John Ventimiglia che recita stralci del romanzo, mentre una colonna sonora composta ad hoc sottolinea quella prosa ribelle, sfuggente e aggrovigliata come la mente dell’autore. «Filare via subito o sono finito», recita Jack/John e le polverose note di un folk fatto di strade, deserti, volti consumati e bicchieri mezzi vuoti segue il cammino dolente di un uomo schiacciato dai sensi di colpa.

 Jay Farrar e Ben Gibbard, da anni impegnati sul fronte del “new folk” con le rispettive band (Son Volt e Death Cab For Cutie), scoprono la passione comune per l’opera di Kerouac e lavorano alla colonna sonora (edita dalla Atlantic) per il film con brani come “California Zephir”, “These Roads Don’t Move” e “San Francisco”, ovvero partiture acustiche giocate sul filo della malinconia dei grandi spazi.

 Questo lungo viaggio alla scoperta di sé viene inframmezzato dai commenti di chi Kerouac lo conosceva bene, da Ferlinghetti a Carolyn Cassady (moglie del fraterno amico Neal Cassady e amante dell’autore per alcuni anni) e da personaggi della (contro)cultura americana, da Sam Shepard a Patti Smith, dall’attrice Amber Tamblyn al cantautore Tom Waits, che assorto in un studio vuoto si domanda quanta tristezza ci fosse in quell’uomo. E infatti Jean Louis Kerouac, nato da una famiglia cattolica a Lowell nel 1922, era ormai un uomo infelice che, mentre attraversava la vita sulla corsia di sorpasso, veniva assalito dai propri demoni, dal timore di avere tradito Dio, sua madre, la sua esistenza e di essersi perso per sempre, un uomo che di lì a qualche anno sarebbe morto di cirrosi epatica a St. Petersburg dimenticato da tutti. E già in Big Sur così si commemora in vita: «(Ho) l’orrenda certezza di aver per tutta la vita ingannato me stesso pensando sempre che ci fosse qualcos’altro da fare perché lo spettacolo continuasse mentre in realtà sono solo un pagliaccio depresso esattamente come chiunque altro».

Barbara Tomasino

Libero

 

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2 Risposte to “Kerouac l’eremita secondo Patti Smith e Tom Waits”

  1. marika Says:

    cara patty io sono una tua grande amica e ci tenevo a dirti che sei una brava ragazza e che vorrei che la gente fosse come te cioè buona gentile e generosa.Io vorrei essere la tua amica però so che non posso diventarci mai perchè tu sei una stella e io invece non sono nessuno, però ti mando un saluto ciao da marika

  2. marika Says:

    scusa patty mi sono confusa perchè ho scritto amica invece di ammiratrice, però intendevo ammiratrice.ciao

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