Appuntamento a J Street

imagesA Washington è scoppiata un’altra guerra, quella tra le lobby pro Israele. Un anno e mezzo fa è nato “J street”, un gruppo di pressione politica con l’obiettivo di rappresentare gli ebrei americani di sinistra e controbilanciare l’influenza dell’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, sulla politica estera americana. L’Aipac è da anni la più potente tra le tante associazioni americane filo israeliane, certamente la più efficace nel convincere i politici di Washington, di destra e di sinistra, che il problema della sicurezza dello stato ebraico coincide perfettamente con gli interessi nazionali degli Stati Uniti. I critici dell’Aipac sostengono che l’organizzazione in realtà abbia a cuore gli interessi israeliani più che quelli americani e denunciano le proposte troppo muscolari, se non proprio guerrafondaie, suggerite al Congresso e alla Casa Bianca per difendere le ragioni di Israele.

 Con queste ricette, sostengono gli anti Aipac, la politica estera americana viene vincolata a una visione internazionale che non sempre rientra nei veri interessi nazionali degli Stati Uniti. Ora però c’è J street, organizzazione sionista progressista nata per contestare il sostegno automatico che l’establishment ebraico americano assicura ai vari governi israeliani. L’idea è di coinvolgere le giovani generazioni di ebrei americani e di sostenere le ragioni di Israele e della pace in modo diverso da quello del passato, ma a poco a poco J street è stata anche usata come piattaforma pubblica da chi non sopporta la specificità dello stato ebraico. La “j” di J street sta per “jewish” e la pronuncia del nome suona simile a “K street”, ovvero la strada di Washington dove storicamente hanno sede le grandi lobby americane (le strade del centro di Washington, inoltre, hanno i nomi delle lettere dell’alfabeto, ma la “j” non c’è e passano dalla “i” direttamente alla “k”). Domenica si è aperta la prima conferenza annuale e l’evento ha creato un mezzo terremoto a Washington, in particolare tra i politici del Partito democratico, e una forte spaccatura nel mondo ebraico che in America è largamente di sinistra. Tra i partecipanti alla conferenza ci sono centocinquanta tra deputati e senatori e anche il consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, Jim Jones. Ma nei giorni precedenti l’inizio dei lavori una dozzina di parlamentari, a cominciare dai due senatori di New York e dall’ex candidato presidenziale John Kerry, hanno annunciato che non sarebbero andati alla conferenza, dopo che il fronte più solidamente filo israeliano della galassia ebraica americana ha cominciato a denunciare pubblicamente le posizioni ambigue, i finanziatori filo arabi e gli amici imbarazzanti di J street. L’ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, stimato saggista e storico con doppio passaporto americano e israeliano, non solo ha rifiutato di partecipare alla conferenza di J street, ma non ha mai voluto incontrare i capi dell’organizzazione. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha usato parole dure, mentre la leader dell’opposizione di Gerusalemme, Tzipi Livni, pur declinando l’invito ha inviato una lettera molto cortese. Presente, invece, tutta la sinistra pacifista israeliana. “Il governo di Israele ha perso l’opportunità di incontrare più di 1.200 militanti pro Israele”, hanno detto quelli di J street. Ma la vicenda è sfuggita di mano quando il blogger del Weekly Standard, Michael Goldfarb, già consulente della campagna presidenziale di John McCain, ha svelato che uno dei poeti che avrebbe dovuto aprire artisticamente i lavori della conferenza aveva paragonato la prigione di Guantanamo ad Auschwitz e, sempre in versi, Israele a una “puttana”. La sessione poetica è stata cancellata di corsa, ma deputati e senatori che avevano aderito in un primo momento hanno cominciato a ricevere telefonate dai loro elettori e a poco a poco si sono defilati. Meno fruttuosa è stata la campagna pubblica per convincere la Casa Bianca a non far partecipare alla Conferenza il generale Jones, che ha regolarmente parlato ieri mattina. La presenza di Jones, secondo la lobby israeliana anti J street, spiega perché le politiche di Obama hanno una cattiva reputazione in Israele. L’ultimo sondaggio svela infatti che soltanto il sei per cento degli israeliani considera il nuovo presidente americano filo israeliano. Obama, tra l’altro, nei mesi scorsi ha invitato alla Casa Bianca i leader del mondo ebraico, compresi i rappresentanti di J street, escludendo però lo storico gruppo “Zionist Organization of America” guidato per anni dal leggendario presidente della Corte Suprema Louis D. Brandeis. In un’intervista a Newsweek pubblicata lunedì, il premier israeliano Netanyahu però ha liquidato le indiscrezioni sui cattivi rapporti con la Casa Bianca: “Tra l’Amministrazione Obama e il mio governo c’è una cooperazione molto più ampia di quanto la gente sappia. Parliamo apertamente e ho apprezzato enormemente i passi intrapresi da Obama contro il rapporto Goldstone, la sua pressione sull’Iran affinché fermi il programma nucleare militare così come l’impegno continuo per rilanciare i negoziati di pace tra noi e i palestinesi”. I leader di J street sostengono esplicitamente di essere a favore di Israele, ma anche a favore della pace in medio oriente, “pro Israel and pro peace”, quasi a dire che le due cose spesso non coincidono, ma la sua ala universitaria ha appena deciso di cancellare la parte “pro Israel” dallo slogan, in modo da non disturbare i potenziali studenti che non si trovano a proprio agio con una chiara identificazione filo israeliana dell’istituzione. L’approccio non può essere più diverso da quello dell’Aipac. I dirigenti dell’Aipac sono orgogliosi della loro influenza sulla politica americana e alle loro conferenze annuali sfila sempre la crema politica di Washington, da Barack Obama in giù. Sono loro stessi a definirsi “lobby pro Israele”. Gli avversari più spericolati non hanno remore a definirla “lobby ebraica” e gli studiosi Stephen Walt e John Mearsheimer pensavano innanzitutto all’Aipac quando hanno scritto il controverso saggio “The Israel Lobby” che ha creato grande imbarazzo nei circoli culturali, accademici e politici americani. La tesi di “The Israel Lobby”, saggio pubblicato in Italia dalla berlusconiana Mondadori, è che a Washington esiste un potente gruppo di persone di destra e di sinistra che guida la politica estera americana per conto dello stato ebraico. Concetti simili, forse identici, a quelli sul complotto ebraico che circolano liberamente nel mondo arabo e islamico. Le comunità ebraiche si sono mobilitate contro il libro, con l’Aipac in prima fila. Ma nell’aprile del 2008 è nato J street per offrire agli americani di religione ebraica, e non solo, un gruppo di pressione meno radicale, più pacifico e in realtà non molto distante dalle posizioni di Walt e Mearsheimer, lunedì salutati come eroi dai partecipanti alla conferenza di Washington. Walt, in un’intervista al mensile di sinistra Mother Jones, ha detto che la politica americana su Israele può essere decisa da questa battaglia intrapresa da J street: “Per Obama sarà decisivo avere una copertura sufficiente da J Street e dall’Israel Policy Forum in modo da poter dire che l’Aipac non è rappresentativa della comunità ebraica americana. Ma devo dire che non sono molto ottimista. Non sono sicuro che Obama sia davvero pronto a dargli una regolata”. Una regolata a Walt, in realtà, gliel’ha data proprio Jeremy Ben- Ami, il direttore di J street, perché in una contestatissima intervista a Jeffrey Goldberg dell’Atlantic ha definito i due professori “antisemiti”. Per questo, lunedì, in una fase dei lavori della conferenza, è stato accusato dagli oratori di “capitolazione” di fronte al primo falco pro israeliano che gli si è trovato di fronte (“se ha ceduto davanti al giornalista Goldberg, figuriamoci quando dovrà affrontare Netanyahu”) e di aver lanciato accuse “vergognose” nei confronti dei due professori. Il premio Nobel Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto, è stato invece deriso pubblicamente per aver partecipato al convegno di San Antonio del gruppo Christians United for Israel, i cristiani per Israele. Dal palco della conferenza di J street, qualcuno ha ricordato che Wiesel ora si fida dei cristiani, ma che in passato si è fidato di Bernie Madoff, il finanziere truffatore che al premio Nobel ha polverizzato tutto il patrimonio. Il direttore di J street, Ben-Ami, è molto più ragionevole e cerca disperatamente di mantenere un certo livello di credibilità per la sua organizzazione, così ha ribadito che la soluzione di pace preferita dai palestinesi più radicali – quella di un unico stato arabo-israeliano, invece di due democratici uno accanto all’altro – altro non è che “un incubo” per Israele, anche se è favorevole al “diritto al ritorno” dei palestinesi. Nella sala dell’albergone di Washington, però, la soluzione antisionista è stata quella che ha riscosso più successo e applausi. La fondazione di J street ha creato subito scompiglio, non solo per le posizioni non sempre coincidenti con quelle ufficiali di Israele, ma perché l’obiettivo dichiarato era quello di intercettare la grande maggioranza degli ebrei americani che tradizionalmente vota Partito democratico e sulle questioni mediorientali non si trova sempre in sintonia con le ragioni del sionismo a senso unico dell’Aipac. J street, infatti, si batte contro le sanzioni internazionali all’Iran, una posizione assolutamente minoritaria tra i deputati e i senatori del Partito democratico, tanto che ora la posizione è stata messa da parte. J street critica le operazioni militari di Israele a Gaza come “sproporzionate”, è favorevole a una trattativa diretta con Hamas, non ha accettato ma nemmeno condannato il famigerato rapporto Goldstone che accusa Israele di crimini di guerra per aver risposto alle migliaia di missili lanciati per mesi da Hamas sulla popolazione civile israeliana. Le critiche riguardano anche i finanziamenti e le frequentazioni. Il bilancio annuale di J street è di tre milioni di dollari e, dopo varie versioni contraddittorie, il gruppo ha ammesso che circa il dieci per cento del budget, 300 mila dollari, proviene da contribuenti arabi o musulmani. Tra gli amici di J street ci sono finanziatori di organizzazioni che sostengono le politiche palestinesi e iraniane. C’è anche George Soros, le cui posizioni contro la lobby israeliana Aipac sono molto simili a quelle dei due professori Walt e Mearsheimer. Tra i promotori di J street, secondo l’obamiano Martin Peretz di New Republic, ci sono anche agenti dei governi egiziano e saudita e personaggi come Salam al-Marayati, il fondatore del Muslim Public Affairs Council, noto in America perché nel 2001 aveva detto durante una trasmissione radiofonica che Israele avrebbe dovuto essere considerato tra i sospettati degli attacchi dell’11 settembre (poi però ha chiesto scusa). Lo stesso Ben-Ami ha scritto un articolo contro le sanzioni all’Iran sull’Huffington Post, assieme all’analista Trita Parsi, capo del National Iranian- American Council che secondo molti è l’uomo di Teheran a Washington. I conservatori fanno i nomi dei finanziatori arabi e musulmani di J street soltanto per sollecitare “le ataviche e tribali paure degli ebrei”, dicono i sostenitori del gruppo progressista come Spencer Ackerman. “Per quale motivo noi arabo-americani non possiamo partecipare alle iniziative di un gruppo che ci considera partner e non nemici?”, ha scritto su Foreign Policy Rebecca Abou-Chedid. Una risposta la suggerisce Gabriel Schoenfeld sul New York Post: “J street non è a favore di Israele, è a favore dello schiacciamento di Israele”.

Christian Rocca per “Il Foglio”

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