I silenzi e l’ignoranza: crisi culturale a sinistra

foto-id=565020-x=198-y=149di Giampaolo Pansa

Negli anni successivi avevo continuato a leggere molto sulla guerra civile. E a riflettere su quanto era accaduto nella fase finale del secondo conflitto mondiale e nel primo dopoguerra. Avevo imparato tante cose su quell’epoca. A cominciare da una verità che oggi mi sembra la più ovvia, di una banalità elementare.

La verità era che non si poteva raccontare quella guerra, anzi nessuna guerra, lasciando parlare soltanto i vincitori. E senza ascoltare mai le voci dei vinti e le loro ragioni, giuste o sbagliate che fossero. Vedevo con chiarezza anche il traguardo che volevo raggiungere: descrivere quel conflitto tra italiani nel modo più schietto e imparziale.

Era stata un mattatoio sanguinoso, dove partigiani e fascisti si erano mossi con la medesima ferocia? Bene, dovevo dirlo, senza reticenze. Al contrario di quanto avveniva nei libri scritti da chi aveva combattuto nella Resistenza e dagli storici e dai romanzieri pronti a santificare l’antifascismo in armi. Libri troppo gonfi di retorica, nebbiogeni, zeppi di omissioni. E dunque falsi.

Scrissi Ma l’amore no fra l’autunno del 1993 e l’estate del 1994. Era ancora un romanzo soltanto per metà revisionista. Ma ripercorreva la storia vera di un militante comunista ucciso da altri comunisti due mesi dopo il 25 aprile, nei giardini pubblici di Casale Monferrato, la mia città. Un delitto deciso per punire un compagno che rifiutava la linea filosovietica di Togliatti e riteneva Stalin un despota crudele.
Nel romanzo, alla vittima di quell’assassinio avevo dato il nome di Ernesto Galimberti. La sua figura e le sue traversie si ispiravano alla vita di Mario Acquaviva, un comunista astigiano condannato dal Tribunale speciale perché avversario del fascismo. In carcere, Acquaviva era diventato un oppositore anche del Pci stalinista. E, una volta rimesso in libertà, aveva aderito al Partito comunista internazionalista: una piccola formazione osteggiata dal partito di Togliatti, molto più grande e deciso a stroncare qualunque concorrenza sul proprio versante.

Era questa vicenda a dare una svolta alla trama di Ma l’amore no. E a irrompere nella vita della famiglia di Giovanni perché Galimberti s’innamorava della madre del bambino, una giovane vedova. Ma prima di quel momento, il romanzo narrava le peripezie di una famiglia di gente comune. Alle prese con due guerre nel giro di pochi anni. E costretta a un’esistenza piena di problemi, di ansie, di paura. Identica a quella di tante altre famiglie dell’Italia del Nord.

Il romanzo era troppo ricco di espressioni e modi di dire monferrini e vercellesi. Avevo deciso di scriverlo così in omaggio affettuoso al dialetto che si parlava in casa nostra. Oggi i dialetti sembrano tornati di moda. Un partito, la Lega Nord, vorrebbe addirittura renderne obbligatorio lo studio nelle scuole. I miei genitori e la mia nonna paterna lo usavano di continuo. Però volevano che mia sorella e io parlassimo soltanto l’italiano. Lo consideravano la lingua dell’emancipazione sociale e culturale. Altri tempi, rispetto a questo 2009 e alle sue pulsioni confuse e contraddittorie.

Ma l’amore no si apriva con due ringraziamenti che voglio ricordare. Il primo era rivolto allo storico Claudio Pavone «che mi ha insegnato a usare senza timore l’espressione “guerra civile”». Il secondo era per Beppe Fenoglio, uno dei grandi scrittori dell’Italia contemporanea. Lo spiegavo così: il suo romanzo più forte, Il partigiano Johnny, mi «ha prestato più di una parola e, soprattutto, mi ha aiutato a scoprire lo stato d’animo giusto per scrivere questo racconto».

 

Pavone, uno storico di sinistra, aveva pubblicato nel 1991 una voluminosa storia della Resistenza, intitolata Una guerra civile. E in qualche modo si era riproposto di sdoganare quell’espressione, sino ad allora vietata nell’ambiente culturale e politico dell’antifascismo. Dove era lecito usare soltanto parole come Resistenza, lotta partigiana, guerra di liberazione. Con una variante pomposa e piuttosto bugiarda: guerra di popolo.

Far accettare «guerra civile» al pubblico di sinistra non era per niente un’impresa facile. Me ne resi conto quando affiancai Pavone nella presentazione del suo lavoro in due città rosse: Siena e Alessandria. In entrambi i posti, ci trovammo di fronte a gruppi di ex partigiani che rognavano molto infastiditi davanti al titolo del libro, che per altro nessuno di loro si era preoccupato di leggere.

Anche allora era molto diffusa l’abitudine di condannare ciò che non si conosce. E l’avrei sperimentata parecchie volte negli anni successivi. Le astiose polemiche sui miei saggi revisionisti presentavano sempre un tratto comune: in nove casi su dieci, chi mi bastonava non aveva mai aperto un mio libro.

Ecco un sintomo della crisi culturale delle tante sinistre italiane. Sono ignoranti, ma non pensano che questo sia una debolezza. Del resto hanno imparato a fidarsi soltanto della propaganda. Se qualche loro giornale scrive che Pansa è un nemico dei partigiani, non vanno a controllare se è davvero così. Ci credono e lo ripetono all’infinito: nei comunicati, nei volantini, nelle lettere ai quotidiani. Ormai ci ho fatto il callo e me ne infischio.

Ritornando a Pavone, nell’autunno 1994 mi ricambiò la cortesia presentando con me Ma l’amore no alla libreria Feltrinelli di Modena. Fu l’ultima volta che ci incontrammo. In seguito, dopo l’uscita del Sangue dei vinti, pubblicato nel 2003, Pavone diventò uno dei miei critici più costanti e, così mi sembra, più acidi.

I nostri giorni proibiti è uscito nel 1996 e ripubblicato in questo volume.

Uno dei personaggi, Milly Repetto, già staffetta partigiana e poi custode dell’archivio della Resistenza genovese, diceva al protagonista Marco Bassi: «Fa davvero schifo la guerra civile! Lascia sempre dei pesi da portare anche a chi non l’ha fatta. È come ricevere un’eredità che non ti serve e ti procura soltanto del male».
Quel romanzo narrava una storia di guerra, ma anche d’amore e di sesso. Fra Marco, uno studente figlio di un medico che era stato partigiano, e Carla Alloisio, un’insegnante di inglese, più grande di qualche anno, che la guerra civile l’aveva vista e sofferta perché figlia di fascisti e fascista anch’essa. Il loro incontro avveniva all’inizio del 1956, dopo che il padre di Marco, il comandante Ottobre, era stato ucciso in casa da un killer rimasto senza volto.

Anche Carla doveva sopportare il peso di molti misteri. Era una donna in preda ai tormenti, devastata dagli orrori patiti nella guerra civile, divisa fra i ricordi del proprio passato e la passione per Marco. E sempre tentata di troncare il rapporto con il ragazzo, ma al tempo stesso costretta a legarsi sempre di più a lui.

Pure nel Bambino che guardava le donne dominava una figura femminile: Carmen Angelino. Era una giovanissima ausiliaria della Repubblica sociale che, dopo la sconfitta del fascismo, si rifugiava, quasi da clandestina, in una casa di ringhiera. Dove abitava con la famiglia il ragazzino Giuseppe.

Carmen era l’opposto di Carla. Impaurita dall’ostilità del palazzo, rabbiosa, senza un soldo in tasca, atterrita dalla solitudine dei vinti, si aggrappava a Giuseppe, l’unico nel caseggiato a esserle amico. Al punto di permettergli quello che di solito le ragazze consentono soltanto ai maschi più grandi. A complicare tutto, come il lettore scoprirà, provvedeva il terzo protagonista del romanzo: Attilio Vitta, un ragazzo ebreo, partigiano, deportato ad Auschwitz, poi capitato a vivere nel palazzo di Carmen.

Il bambino che guardava le donne, uscito nel 1999, era un libro doppio. Narrava di un triangolo bizzarro, quello fra Giuseppe, Carmen e Attilio, destinato a sfociare in un finale sorprendente. Ma conteneva anche la storia degli ebrei di Casale Monferrato e della loro morte nei forni crematori nazisti.

Era un libro nel libro. Si estendeva per centoventi pagine, un racconto minuzioso e terribile. Nome per nome, caso per caso, cattura dopo cattura. Mi era costato una lunga ricerca, mai prima tentata da nessuno. E per quel che ne so, mai completata in questi dieci anni. Neppure dalla comunità israelitica cittadina, che pure è molto attiva nel tener viva la memoria della Shoah e a raccontare la barbarie dell’Olocausto.

Anche per questo, Il bambino che guardava le donne mi è molto caro. E mi ha aiutato quando, anni dopo, presentavo in pubblico i miei saggi sulla guerra civile. Se qualcuno mi accusava di essere un revisionista, per dire che ero un nemico della Resistenza e un fascista, sorridevo. E gli domandavo: «Lei cosa ha fatto per ricordare la fine degli ebrei della sua città?».

A quel punto, il mio contraddittore si bloccava. Smetteva di insultarmi. E non apriva più bocca.

Il Giornale

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