LAPIDE FAI DA TE

37335_tnNEL LIBRO “MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE” 200 EPITAFFI SCRITTI DA ITALIANI CELEBRI – Travaglio: Brindate, brindate pure. Tanto ricomincio subito dall´altra parte” – MASSIMO FINI: “QUI GIACE UN COGLIONE” – “RENATO VALLANZASCA / HA VISSUTO / MALE / MA HA VISSUTO” – LA POETESSA GIULIA NICCOLAI: “CAMBIO L´ABITO E SONO SUBITO DA VOI”…

Stefano Bartezzaghi per “la Repubblica”

Se gli antichi dicevano, in varie salse e con crudeltà evidentemente arcaica: «Oggi a me, domani a te», che epitaffi possiamo inventare oggi per riassumere lo sgomento della morte senza smentire il disincanto contemporaneo? E quanto di questo disincanto è necessario per accettare di scriverselo, l´epitaffio, da sé? Nel libro di Rizzoli “Meglio qui che in riunione” di Eugenio Alberti Schatz e Marco Vaglieri sono più di duecento le frasi lapidarie fornite da altrettanti, divertiti, plausibilmente scaramantici, collaboratori.

Proprio tra le prime si legge la mondana rassicurazione della poetessa Giulia Niccolai: «Cambio l´abito e sono subito da voi». Che l´autrice di “Esoterico Biliardo” si sia immaginata con il classico lenzuolo, strisciando catene, o piuttosto coinvolta in una più pregnante reincarnazione, la sua promessa riassume in realtà tutto il libro.

I morti sono «diversamente vivi», come ha sostenuto altrove lo scrittore Andrea Bajani: intendono continuare a parlarci, quanto meno per dare un ultimo ritocco a quel laborioso autoritratto che è stata la loro rispettiva esistenza terrena e suggerirci una volta in più cosa dobbiamo pensare di loro. Un cambio d´abito, e rieccoli qua.

Fra loro, e segnatamente fra quelli di fama almeno relativa, una buona percentuale ci tiene a confermare quello che dell´interessato già si seppe. Il magistrato Francesco Saverio Borrelli anche in questa occasione ritorna sul suo «resistere, resistere, resistere», dandogli una declinazione più decisamente esistenziale. Sulla stessa linea si attesta anche Marco Travaglio («Brindate, brindate pure. Tanto ricomincio subito dall´altra parte»), mentre Giulio Andreotti conferma un´inesausta e consapevole vocazione: «Non si ritenne né un nano né un gigante, / lieto di appartenere a una mediocrità aurea».

Piergiorgio Odifreddi dice: «Trovò l´Inferno nei preti / il Purgatorio nei libri / e il Paradiso nei numeri. / Ora non trova più, / e sta bene così»: dove l´ultima riga, per la verità, pare suggerire una residua forma di speranza nell´esistenza di un pacificante Oltretomba. A questi si potrebbe opporre una corrente di estrosi e divaganti, con episodi di spicco come quello di Rocco Tanica che dice, o lascia detto, «Ceci n´est pas un épitaphe» o Umberto Eco che ruba a Tommaso Campanella l´echeggiante finale della Città del Sole: « – Aspetta, aspetta – . / – Non posso, non posso – ».

Più rare, ma pure notevoli, le autocritiche: «Qui giace un coglione» di Massimo Fini o «Renato Vallanzasca. / Ha vissuto. / Male. / Ma ha vissuto». Alcuni hanno proseguito anche in questa estrema occasione il loro mestiere: così Aldo Grasso, che dai titoli di coda dei serial ricava un bel «To be continued»; o Alessandro Bergonzoni, che oltre a un gioco sulla sua data di nascita, assicura: «Non morì solo. / Ma visse anche». «Ma… ma… Marco Giusti», dichiara, autocanzonante, il balbo blobbista.

In epigrafe al suo saggio sulle “Scritture ultime” (Einaudi, 1995), Armando Petrucci ha apposto una frase dell´architetto Violet-Le-Duc: «Si potrebbe fare la storia dell´umanità servendosi degli epitaffi». In questo caso, in cui l´epitaffio è dettato dai viventi per un´operazione dichiaratamente scherzosa, si tratterà di una cronaca, tra le più curiose, dell´eterno presente: un modo per avercela (almeno in merito a sé stessi), quella famosa ultima parola.

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