E il serpente ci insegnò a parlare

darwin01gTra la Genesi Biblica, Milton e Darwin le radici evoluzionistiche del linguaggio

RICHARD NEWBURY
Nel momento in cui celebriamo i 200 anni della nascita di Charles Darwin e i 150 della prima pubblicazione dell’Origine delle specie, è bello vedere uscire dalla Harvard University Press una rigorosa ricerca che, intrecciando antropologia, neuroscienze, paleontologia e psicologia, mostra quanto siano stati saggi – per istinto o ispirazione – i creatori dei miti della Creazione che leggiamo nella Bibbia, nella Torah e nel Corano.

Quest’anno segna anche il quarto centenario della nascita di John Milton, il cui monumentale Paradiso perduto tratta della «prima disobbedienza dell’uomo» e cerca di «giustificare le vie di Dio all’uomo», oltre a piangere il Perduto Eden della Repubblica di Cromwell.

Lynne A. Isabell, nel suo The Fruit, The Tree and The Serpent. Why we see so well (Il frutto, l’albero e il serpente. Perché vediamo così bene) trova anche oggi echi umani nella Genesi: «Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino? E la donna rispose: Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non ne toccate, che non abbiate a morire. E il serpente disse alla donna: No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete gli occhi vostri s’apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò e ne dette anche al suo marito ch’era con lei ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue e s’accorsero ch’erano ignudi».

Darwin vedeva la creazione dell’uomo come creazione del linguaggio, un salto inspiegabile dagli «animali privi di favella», primati compresi, all’Homo sapiens capace di parlare. Il naturalista studiava nei suoi figli gli stadi di acquisizione del linguaggio e riteneva, sbagliando, che i nativi della Tierra del Fuego si limitassero a grugnire solo perché non capiva la loro fonetica. L’altro scopritore ufficiale della «Teoria dell’Evoluzione di Darwin-Wallace», Alfred Russel Wallace, era un etnografo rivoluzionario. Capì che gli utensili primitivi degli abitanti di Papua, in mezzo ai quali era vissuto, non implicavano linguaggi altrettanto primitivi. In effetti gli attuali sei milioni di papuasi parlano 841 lingue suddivise in 60 gruppi linguistici, il che ha indotto l’Onu alla controversa proposta di fare di Papua Nuova Guinea un’area di conservazione umana.

Ma allora come siamo passati dai suoni della scimmia a Shakespeare? Purtroppo le origini del linguaggio si sono rivelate più difficili da rintracciare rispetto a quelle del cranio, degli utensili e dell’arte, dato che non lascia resti fisici. Almeno finora, e fino alla «Teoria della localizzazione del serpente» di Isabell, che si concentra sulla visione e dice semplicemente così: i sistemi visivi sono più sviluppati in quei primati che più a lungo si sono evoluti in parallelo con i serpenti velenosi. I primati, in particolare le scimmie e gli uomini, vedono meglio della maggior parte dei mammiferi. Abbiamo la profondità visiva, possiamo rilevare i colori e individuiamo istintivamente la posizione degli oggetti. In altre parole, prima rabbrividiamo poi scorgiamo il serpente nell’erba.

I serpenti hanno condiviso con noi l’evoluzione e l’ambiente – non solo il Giardino dell’Eden – e possono soffocarci, mangiarci e avvelenarci. Se si mostra a una scimmia il video di altre scimmie spaventate da serpenti, si spaventano anche loro. Cronologicamente i serpenti si sono evoluti con i primati e il cambiamento nella visione è stato maggiore nell’Eurasia, dove c’erano più serpenti che in America.

Altre specie, che per cercare il cibo si affidavano all’olfatto, non hanno sviluppato una vista acuta. «Chi si nutriva di piante o insetti non poteva permettersi sistemi olfattivi deboli, anche se avesse potuto beneficiare di un ampliamento della vista». I primati invece sono essenzialmente fruttivori e i frutti hanno un odore forte, per cui una capacità olfattiva ridotta non era pericolosa. I serpenti perciò sono la pressione-chiave della selezione naturale e «mangiare il frutto dell’albero della conoscenza» mette il cervello dei primati in condizione di rispondere alla minaccia biforcuta.

Abbiamo dunque l’albero del frutto e il serpente, ma il linguaggio e l’autoconsapevolezza? Bene: gli esseri umani, sostiene Isabell, sono l’unica specie che indica apertamente con il dito. Siamo però più capaci di seguire un movimento nel nostro campo visivo laterale che in quello frontale. Vediamo anche meglio verso il basso che verso l’alto. Isabell si chiede: «Che cosa c’era da vedere di così importante di lato e in basso da indurre cambiamenti neurologici che ci hanno resi capaci di voltarci automaticamente nella direzione di uno sguardo o di un dito puntato?». È grazie ai serpenti che è emerso il dito puntato e questo ha portato, sostiene Isabell, al fatto che solo l’Homo sapiens ha sviluppato sofisticate abilità linguistiche. Non è stata la razionalità, ma l’istinto che ha dato all’uomo le abilità linguistiche e la saggezza poetica per tramandare la storia della Creazione nella Genesi o quella degli aborigeni australiani del serpente arcobaleno che crea il mondo. È il numinoso e l’irrazionale, non la razionalità lineare, che assicura la sopravvivenza del più adatto.

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