Il cattolicesimo politico in America

imagesMezzo secolo fa, non era così ovvio che un cattolico potesse diventare presidente degli Stati Uniti. Kennedy ci riuscì abbracciando due capisaldi del liberalismo: la fiducia nella soggettività e l’autonomia dalle istituzioni ecclesiastiche. Da qui la sua adesione al principio della distinzione tra stato e chiesa

Un libro di recente pubblicazione,The Making of a Catholic President: Kennedy vs. Nixon 1960” (scritto da Shaun Casey per Oxford University Press), rivela che Kennedy prese coscienza della profondità del risentimento che una porzione importante della popolazione americana aveva nei confronti dei politici cattolici soltanto nel corso della sua campagna presidenziale. Il problema non era il loro status di politici, quanto quello di cattolici. Dal punto di vista protestante, ed allora gli Stati Uniti erano un paese decisamente bianco e protestante, essere cattolici politici significava rappresentare una sorta di lunga manus del Vaticano. Pastori come il metodista G. Bromley Oxnam, che Casey introduce come ‘la cosa più vicina ad un cardinale protestante americano del XX secolo’, mise in guardia contro il pericolo rappresentato da politici cattolici che funzionano da cinghia di trasmissione di una potenza straniera.

Ombre e memorie delle battaglie tra cattolici e protestanti riecheggiavano di contesto; battaglie legali, battaglie teologiche, e anche battaglie battagliate. Lo spirito dei pellegrini che sbarcano nella Massachusetts Bay per sfuggire al potere temporale di un re anglicano, diventava nel corso della campagna presidenziale di un giovane senatore cattolico l’episodio esemplare della lotta per la libertà politica e religiosa del popolo americano contro il papa e il suo potere coercitivo. In questa prospettiva, i cattolici, soprattutto i cattolici impegnati in politica, altro non erano che truppe al servizio di una autorità straniera pronte – appena possibile – ad abbattere surrettiziamente la linea di difesa per antonomasia, la separazione tra stato e religione. Soprattutto, spiega Casey, il pregiudizio anti-cattolico era forte al Sud, negli stati della ex-Confederazione, dove la tradizione celtica, e in definitiva bianca e protestante, era più radicata.

Molti fonti attestano che Kennedy
impiegò buona parte della campagna per togliersi di dosso il marchio di ‘candidato cattolico’ che i suoi avversari (e non solo) gli avevano affibbiato. Accettare quel marchio sarebbe stato come consegnarsi alla sconfitta. Quel marchio lo avrebbe trasformato non soltanto nel rappresentante di una minoranza religiosa, ma soprattutto in un perdente. Era ancora vivo nei circoli politici e nella memoria della comunità cattolica, infatti, il disastro del 1928, quello della campagna di Al Smith, il primo candidato cattolico alla Casa Bianca. La strada alla presidenza era sbarrata ai cattolici, questo il messaggio.

Kennedy risolse l’intricato problema, almeno parzialmente, grazie al famoso discorso di Houston; quello in cui, di fronte ad un’assemblea di pastori protestanti abbastanza scettica e decisamente poco amichevole, riaffermò in termini inequivocabili il suo rispetto e la sua fiducia nella separazione tra chiesa e stato. “I believe in an America where the separation of church and state is absolute, where no Catholic prelate would tell the president (should he be Catholic) how to act, and no Protestant minister would tell his parishioners for whom to vote; where no church or church school is granted any public funds or political preference”. La separazione, ricordò Kennedy, include il non finanziamento pubblico delle istituzioni religiose. La separazione poggia su uno dei capisaldi della cultura liberale: la funzione di mediazione che il politico svolge in una società plurale. “I believe in an America that is officially neither Catholic, Protestant nor Jewis”. La mediazione è necessaria perché gli Stati Uniti non sono né un paese cristiano né non cristiano; sono un paese dove le diverse culture religiose e le diverse fedi trovano case e possibilità di esprimersi senza per questo identificarsi con lo stato. Allo stesso modo, lo stato non si identifica con una religione in particolare. La mediazione della politica, quindi, su questo sempre sensibile confine tra stato e religione.

Nella seconda e ultima parte del suo
discorso di Houston, Kennedy incapsulò in poche, semplici frasi (scritte da Theodore Sorensen, il suo ghostwriter, un protestante Unitariano), la filosofia politica del cattolicesimo liberale degli anni Sessanta. “For contrary to common newspaper usage, I am not the Catholic candidate for president. I am the Democratic Party’s candidate for president, who happens also to be a Catholic. I do not speak for my church on public matters, and the church does not speak for me. Whatever issue may come before me as president — on birth control, divorce, censorship, gambling or any other subject — I will make my decision in accordance with these views, in accordance with what my conscience tells me to be the national interest, and without regard to outside religious pressures or dictates. And no power or threat of punishment could cause me to decide otherwise”. Anni dopo, la posizione di Kennedy, soprattutto quel “non sono il candidato cattolico, sono il candidato democratico a cui capita di essere cattolico”, generò alcune critiche post-mortem. Fu interpretata come una privatizzazione della fede (per esempio, questa è l’opinione di J. Bryan Hehir, professore ad Harvard) . Ma questa interpretazione non è accurata.

Kennedy non intendeva relegare
la fede ad una dimensione personale e privata. Egli era cattolico, è questo era un dato. La sua fede apparteneva alla sua storia ed era parte costitutiva della sua identità. Ciò che Kennedy intendeva è che troverà da solo la mediazione tra le responsabilità dell’ufficio politico che esercita e i principi della fede che professa. E’ nella sua esperienza personale, piuttosto che in una autorità esterna, che cercherà ispirazione.

Dice infatti Kennedy: “If the time should ever come — and I do not concede any conflict to be even remotely possible — when my office would require me to either violate my conscience or violate the national interest, then I would resign the office; and I hope any conscientious public servant would do the same. But I do not intend to apologize for these views to my critics of either Catholic or Protestant faith, nor do I intend to disavow either my views or my church in order to win this election”. Qui si sta tratteggiando il caso limite: quando l’interesse della nazione e l’integrità della coscienza sono in conflitto. In questo caso, conclude Kennedy, mi dimetterò. Ma, è chiaro, il conflitto o la sua soluzione si concretizzano nella persona del politico, senza richiami od obblighi ad influenze esterne. Se di privatizzazione si può parlare, questa non riguarda l’esclusione della fede dallo spazio della politica, quanto l’identificazione della sintesi tra fede e politica nella stessa persona del politico. Così facendo, il cattolicesimo di Kennedy recuperava dalla tradizione liberale il concetto di autonomia, e quindi di indipendenza da vincoli esterni, anche e soprattutto di natura istituzionale. E la fiducia nella coscienza personale e nella sua capacità di scegliere per il meglio, anche in presenza di temi controversi e ramificati come – sono gli esempi di Kennedy – il controllo delle nascite, il divorzio, la censura, il gioco. L’ottimismo nella soggettività, questo è il primo pilastro del liberalismo cattolico di Kennedy; e quindi, e questo è il secondo elemento, una certa diffidenza, direi fastidio, per l’autorità, soprattutto quando questa è esercitata da un un’istituzione esterna.

Uno degli effetti collaterali del dibattito sulla fede di Kennedy fu l’eclissi della religione dalla vita pubblica americana. Il dubbio fondamentale dei pastori protestanti su Kennedy si concentrava sulla volontà e possibilità di un politico cattolico di proteggere la propria indipendenza dall’influenza dell’autorità clericale. Ovviamente, questo dubbio costringeva Kennedy ad affermare la propria autonomia dal Vaticano e la netta distinzione tra stato e religione. D’altra parte, una volta diventato presidente, Kennedy fu legittimato non soltanto a muoversi indipendentemente dalla chiesa cattolica, ma dalla religione tout court. In altre parole, l’autonomia della politica dalla religione generò la marginalizzazione di quest’ultima..

Enrico Beltramini

Limes

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