via gradoli 96

imagesimagesIl turismo (sia quello d’elite, sia quello di massa) è, tra le altre cose, un modo di relazionarsi con la memoria e la conoscenza. Nei viaggiatori colti del Settecento l’immaginario turistico si nutriva di letture (arte, letteratura, filosofia) e l’osservazione era il compimento visivo, l’inveramento di un cammino di formazione intellettuale. In questo caso la memoria e la conoscenza costruivano schemi rappresentativi rigidi che al più chiedevano agli occhi di confermare quanto già appreso teoricamente. Era il bisogno di immagini, che accompagna gli uomini da sempre che oggi è appagato dagli strumenti multimediali. Oggi il desiderio di osservare viene nutrito da altre forme di conoscenza. Viaggiare nell’epoca di internet è un bisogno che si costruisce anche attraverso l’induzione pubblicitaria, lo scorrimento veloce delle immagini, la simultaneità della visione. Si parte per una meta con poche notizie e molte immagini. Si arriva in un luogo con sempre meno strumenti per codificare le immagini, per “culturalizzarle”. Ci si limita alla fruizione dell’esotico. E non è detto che questo comportamento sia di per sé negativo: avere minori bagagli culturali può rendere le persone più libere di apprendere senza sovrastrutture culturali. Senza volere in questa sede compiere una valutazione gerarchica delle forme di fuizione della conoscenza, si potrà comunque convenire sul fatto che queste agiscono diversamente sulla nostra memoria (e quindi sulla nostra capacità di ricordare i luoghi).

Mi sono accorto di quanto la nostra memoria geografica si sia indebolita in occasione del cosiddetto caso Marrazzo. Ovvero del ricatto cui sarebbe stato fatto oggetto il presidente di centrosinistra della regione Lazio a causa delle sue abitudini erotiche non convenzionali. Tutti si sono concentrati sugli aspetti esotici di questo fatto di cronaca: i comportamenti sessuali non ortodossi, la bruttezza dei transessuali coinvolti in opposizione alla bellezza della moglie, la droga, il ricatto. Largo spazio è stato dato sui media alle immagini del palazzo, alla stanza dove avvenivano gli amplessi non gratuiti e non spontanei. Tutto legato alle immagini. Anche la successiva “sparizione” del giornalista governatore era un modo per sottrarsi alla regola dell’apparire.

Nessuno invece si è soffermato sulla geografia. Praticamente nessuno ha sottolineato come il palazzo dei trans fosse in via Gradoli 96. Sì, via gradoli 96, lo stesso palazzo che vide il covo brigatista che rapì Aldo Moro. Potremmo in questa sede fare facile citazione hegeliana, dicendo che la storia si ripete sempre, prima in forma di tragedia, poi in forma di farsa. Ma è altrove che vorrei portare la riflessione. La nostra cultura ormai è nutrita prevalentemente di immagini. Immagini che creano una nuova forma di memoria (anche geografica), meno sedimentata nel tempo, più transitoria e mutevole. E le immagini, pur violente e forti che siano, non producono una forma di conoscenza durevole. Le immagini del covo brigatista ci hano impressionato, magari indignato, ma non ci hanno aiutato molto a conoscere il presente. E nel 2009, quando nuove immagini di Via Gradoli 96 sono arrivate, ci hanno dimostrato che la nostra memoria era inattiva. Che le immagini non bastano. Per qualche giorno quel condominio sarà semplicemente un luogo dove andare a fare del sesso atipico. Poi verrà nuovamente dimenticato.

Pensateci, prima di organizzare il vostro prossimo viaggio.

Alessandro Abbiati

Girovolando

Tag: , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: