Case No. IT 95 5 18 PT. Il processo Karadzic, seconda udienza

imagesDopo la prima udienza, il processo entra nel vivo con la parola all’accusa

Once again Mr. Karadzic is not present. Ancora una volta Mr. Karadzic non è presente in aula. Con queste parole il presidente della Corte, O-Gon Kwon, ha espresso il suo disappunto per l’assenza dell’imputato anche nella seconda udienza di martedì, così come accaduto lunedì.

Martedì 27 ottobre, ore 14.15. I quattro giudici hanno fatto ingresso nella Courtroom I. Alla loro sinistra, di fronte, il procuratore Alan Tieger è già al suo posto. L’emisfero destro, destinato all’imputato e alla difesa, è deserto. Mentre il giudice affronta le questioni procedurali, le telecamere del circuito interno indugiano a più riprese sulla poltrona blu, vuota, dove Karadzic dovrebbe sedere. L’udienza di lunedì 26 è durata solo 15 minuti. Il tempo necessario di prendere atto e mettere a verbale l’assenza dell’imputato che ha scelto di difendersi da solo. 
Ma nella seconda udienza, la Corte è molto chiara: “L’autodifesa è un diritto concesso all’imputato, ma se ciò dovesse intralciare il regolare svolgimento del processo, questo diritto può essere revocato e si può procedere alla nomina di un avvocato d’ufficio”, dice O-Gon Kwon dallo scranno più alto dell’aula, prima di passare la parola al procuratore. Alan Tieger può così cominciare a illustrare l’impianto accusatorio, costituito da 11 diversi capi d’imputazione tra cui genocidio e crimini contro l’umanità. In quasi cinque ore Tieger, avvalendosi di video, stralci di intercettazioni telefoniche, verbali dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Srpska, documenti interni dei comandi militari, ha ricostruito punto dopo punto il disegno criminoso, di quella che viene indicata agli atti come una vera e propria organizzazione criminale al cui vertice c’è una mente e un comandante supremo indiscusso: Radovan Karadzic.

La figura longilinea di Tieger, capelli argentati, volto appuntito, diventa protagonista della seconda udienza. Con voce pacata, raramente modulata da toni di umana disapprovazione, si cimenta in una serie infinita di quote, di citazioni, ora di Karadzic, poi di Ratko Mladic, di Slobodan Milosevic, e ancora di altri personaggi di secondo piano che pure hanno contribuito alla sistematica eliminazione dei bosniaci non serbi (musulmani e croati) dalla Repubblica Srpska (RS). Milosevic, l’allora  presidente serbo era, secondo l’accusa, “l’alleato di ferro Karadzic”. Entrambi hanno agito di concerto per la creazione di una Grande Serbia perché era – come da conversazione telefonica tra i due – “totalmente fuori discussione dividere i serbi in stati diversi”. La pubblica accusa ripercorre tutta la carriera politica di Karadzic dalla fondazione del Srpska Demokratska Stranka (Sds) il Partito democratico serbo, alla guida dell’Assemblea serba fino all’assunzione nel dicembre 1992 della presidenza della Repubblica Srpska, divenendo di fatto l’autorità civile e militare più alta in grado.

La mano destra del procuratore, indice e pollici congiunti, picchia in un punto immaginario, nel vuoto. Dà ritmo alle sue parole e a quelle, che riporta, dei protagonisti di crimini. “Ascolterete, Vostr’Onore, dalla voce delle vittime le atrocità commesse per volontà e comando di Radovan Karadzic”, dice l’accusa rivolgendosi alla Corte. Saranno circa 300 i testimoni che la procura chiamerà a supportare le sue tesi. Racconteranno dei campi di prigionia, come quello di Celebici e Manjaca, di Omarska e Kula, della vita quotidiana a Sarajevo, quella Sarajevo che doveva diventare “un calderone – ebbe a dire Karadzic –  in cui 300 mila musulmani saranno trucidati, spariranno dalla faccia della terra”. Ed è per questo che la città multiculturale, in cui per secoli etnie e religioni diverse hanno vissuto in armonia è stata cinta sotto assedio per 44 mesi. Ed è per questo (lo si vede in uno dei video presentati a carico), che Karadzic si reca personalmente sulle colline che circondano la città per scegliere, armato di binocolo, i punti migliori dove piazzare l’artiglieria e 20mila uomini dell’esercito.  

Esisteva un piano strategico diviso in sei punti approvato nel maggio del ’92 dall’Assemblea serba. Era una lotta per liberare e creare uno spazio vitale per i serbi. Stabilire i confini dei territori dei serbi di Bosnia tra i fiumi Neretva, Drina e Una. Alan Tieger produce una serie di mappe su base etnica della Bosnia: le macchie rosse per i serbi, le blu per i croati e le verdi per i musulmani. Le interferenze cromatiche che spezzavano il rosso andavano “eliminate”. Il primo obiettivo, dice il procuratore levando lo sguardo dal monitor dove scorrono le cartine, era, citando ancora una volta il leader della RS, “separare i serbi dalle altre due comunità che sono nostri nemici, sfruttano le nostre opportunità e non perdono occasione per attaccarci”. Per far ciò il secondo obiettivo era quello di creare un corridoio nella valle della Sava, a nord, così da poter avere una “continuità etnica” dalla Krajina fino alla Serbia, pulendo l’area di Bosanska Posavina. Stesso discorso per il terzo obiettivo: “eliminare gli ostacoli” che separano i serbi di Bosnia dalla Serbia. Le operazioni riguardavano la parte orientale della Bosnia, nella valle della Drina, dove viveva un’elevata concentrazione di musulmani, dove si trova Srebrenica, “scenario del più grande massacro su territorio europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Tieger scandisce queste parole con tono grave, lentamente, inarcando le sopracciglia. Una pausa e poi: “E’ sulla base di questo mandato che Ratko Mladic, il generale sul campo di Radovan Karadzic, ha potuto dire entrando a Srebrenica: ‘’È arrivato il momento per i serbi di prendere la propria rivincita sui turchi’’. Il risultato dell’operazione: 8000 musulmani di Srebrenica trucidati. È sulla base di questo mandato che dalle diverse municipalità arrivavano i messaggi a Karadzic di “missione compiuta”. Tieger legge alcuni estratti presi da telefonate intercettate e da documenti ufficiali interni come quelli che riguardano Foča, rinominata Srbinje (luogo dei serbi): “A Srbinje c’è un solo popolo, quello serbo. Non un solo musulmano”, o quelli di Zvornik: “La popolazione che prima era costituita per metà da serbi e per l’altra metà da musulmani, adesso è al 100 per cento serba”. Il quarto obiettivo strategico riguardava la zona sudoccidentale. Nessun musulmano doveva rimanere al di qua del fiume Neretva. 
Il quinto punto del piano riguardava l’assedio di Sarajevo. Il procuratore avverte la Corte dell’importanza, all’interno del processo, che le vicende di Sarajevo assumono. In quella città, infatti non c’erano postazioni militari; i bombardamenti e l’uso dei cecchini erano finalizzati allo scopo di terrorizzare la popolazione. “Senza Sarajevo – diceva Karadzic – la Bosnia di Alija Izetbegovic non può esistere. La città verrà divisa in due (la parte orientale doveva essere della Rs) oppure rasa al suolo”. Intorno alla città erano piazzati  cannoni e lanciarazzi per missili P65. Si sceglievano, con cura, i quartieri dove le bombe potevano fare maggior danno. “Nessuna postazione militare – ribadisce Tieger – solo civili che passeggiavano per strada. Anche mettere la testa fuori dalla finestra poteva risultare fatale. I cecchini colpivano le donne, i bambini che giocavano nella neve, le persone che uscivano per prendere l’acqua, uomini e donne che si riunivano ai funerali dei loro cari”. Questa è stata Sarajevo per 44 mesi, un inferno dove la morte poteva fare bottino in qualsiasi momento. È questa la Sarajevo che compare nei video portati in aula dalla pubblica accusa.

L’odio di Karadzic verso i musulmani traspariva in ogni suo intervento pubblico, in ogni sua comunicazione privata, in ogni ordine che trasmetteva. “Dobbiamo riconoscere che i turchi sono stati piantati nel mezzo del nostro territorio. Sono i nostri storici implacabili nemici… il loro tasso di nascite è quadruplo rispetto a quello dei serbi. Presto la piovra tossica dell’Islam controllerà i nostri spazi vitali. Non c’è dubbio che bisogna liberarsene”, dice Karadzic nel corso di una seduta dell’Assemblea. Più volte ricorrere il termine “liberarsi” e più volte Tieger s’interroga, e interroga la Corte, su quale sia il reale significato di quel “liberare”. Una domanda alla quale, ovviamente, non occorre risposta. Il sogno di Karadzic, quello di riportare i serbi ai gloriosi tempi dell’Impero di Dushan (prima che arrivassero i turchi) procedeva a ritmo serrato. Tutti gli uomini musulmani abili alle armi venivano chiusi in campi di prigionia. “Virtualmente – sostiene il procuratore dal suo pulpito – in ogni singola municipalità della RS c’era un campo di prigionia. Anche qui, a commento delle sue parole, scorrono in video le immagini del campo di Celebici: uomini piegati dagli stenti, le ossa che prepotenti spingono contro il sottile involucro umano ridotto a un velo dalla fame, sguardi persi nel vuoto, lividi, ferite, bocche semi-aperte. E si trattava di civili! Tanto che quando si pensò di svuotare i campi per scambiare i prigionieri con i miliziani della Rs catturati dai nemici, un ufficiale delle milizie del ministero dell’Interno diceva in una conversazione telefonica: “I nostri sono soldati. Noi abbiamo solo civili… che tipo di scambio possiamo fare? Civili per militari? La storia non ci perdonerà per questo”. 

Martedì 26 ottobre, ore 19.00. La Corte aggiorna l’udienza a lunedì 2 novembre, quando il procuratore potrà terminare di illustrare l’impianto accusatorio. Si riprenderà dal sesto punto: la creazione di uno sbocco sul Mar Adriatico. Contestualmente O- Gon Kwon ha fissato un’udienza procedurale per il 3 novembre in cui si deciderà definitivamente sulla difesa di Karadzic: se ancora una volta risulterà assente, si procederà alla nomina di un avvocato d’ufficio il che comporterebbe, però, uno slittamento del processo per concedere al nuovo avvocato un tempo congruo per prendere conoscenza degli atti del processo. Ma un’altra soluzione prospettabile, che eviterebbe tale dilazione, sarebbe la nomina di un “amicus curiae”, una figura super partes che garantirebbe il corretto svolgimento del processo nei confronti dell’imputato.

Nicola Sessa

Peacereporter

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