Libano: aspre accuse all’Egitto

imagesL’Egitto è stato ultimamente accusato da diversi esponenti dell’opposizione libanese di ostacolare la nascita di un governo di unità nazionale in Libano. Il Cairo ha diversi interessi in Libano, tuttavia è solo uno fra i molti attori sulla scena libanese – scrive la ricercatrice Omayma Abdel Latif

All’inizio di questo mese, il politico libanese Rifaat Ali Eid, segretario generale del Partito Democratico Arabo, un partito politico che rappresenta la minoranza alawita a Tripoli, ha accusato “alcuni elementi dell’intelligence egiziana” di complottare per fomentare la violenza settaria tra gli abitanti sunniti indigenti di Bab Al-Tebana e gli alawiti che vivono nella vicina ed altrettanto povera comunità di Jebel Mohsen.

La violenza di natura settaria tra i due quartieri risale ai giorni della Guerra Civile libanese. Le tensioni sono cresciute a partire dal 2005 in seguito all’assassinio dell’ex Primo Ministro Rafik Al-Hariri. Esse hanno avuto un andamento altalenante a seconda della situazione politica. Gruppi salafiti finanziati dell’Arabia Saudita sono stati di solito accusati di celarsi dietro le violenze che hanno colpito Tripoli a partire dal 2005.

L’ambasciata egiziana a Beirut si è affrettata a respingere le accuse con una dichiarazione dai toni duri. Tuttavia, non vi è ancora stata alcuna risposta ufficiale da parte libanese. Due personalità religiose sunnite – il mufti del Monte Libano Mohamed Al-Jozo, e il mufti del Libano, Mohamed Qabani – hanno avuto con Eid una discussione in merito. Ma la loro critica era dettata più da motivazioni settarie che dalla volontà di difendere l’Egitto.

Le affermazioni di Eid coincidono con una serie ininterrotta di critiche da parte di alcune figure dell’opposizione libanese e di alcuni articoli della stampa che complessivamente puntano il dito contro il tentativo egiziano di far naufragare il governo di unità nazionale libanese. L’accusa è che l’Egitto stia sostenendo il Primo Ministro in carica Fouad Al-Siniora – noto anche come “l’uomo dell’Egitto” – affinché egli rimanga in carica, in opposizione a Saad Al-Hariri, Primo Ministro eletto e candidato favorito dall’Arabia Saudita. I circoli diplomatici egiziani hanno negato in maniera netta quest’accusa.

Tuttavia, alcuni interrogativi sono stati sollevati a proposito della politica egiziana in Libano. Come per gli altri Stati, le risposte devono essere ricercate nel contesto della politica regionale. L’Egitto ha abbandonato la scena libanese nel 1977 in seguito all’assassinio di Kamal Jumblatt che guidava il movimento nazionale. Durante i successivi tre decenni l’Egitto non ha potuto rivendicare alcuna influenza significativa. Tuttavia la situazione è cambiata a partire dal 2005. Un osservatore attento della politica estera egiziana ha dichiarato ad Al-Ahram Weekly che “il Libano rappresenta una storia di successo per la diplomazia egiziana. È una zona in cui l’Egitto ha recuperato la propria influenza perduta, a differenza di quanto è avvenuto su altri fronti regionali”.

In seguito all’assassinio di Rafik Al-Hariri, l’Egitto apparentemente sentì “il bisogno urgente di cambiare strategia”, aprendo canali con tutti i partiti sulla scena libanese. Quando la Siria si ritirò dal Libano nell’aprile del 2005, ponendo fine a tre decenni di presenza militare nel paese, l’Egitto si impegnò a fondo al fine di mantenere il Libano sufficientemente stabile da non divenire uno “Stato fallito”, di difendere la stabilità della Siria contro i tentativi di cambiamento di regime che venivano attuati nel paese, e di prevenire uno scoppio di violenza di natura settaria tra la popolazione sunnita e quella sciita del Libano in maniera simile a quanto successo in Iraq.

Ma in pratica la politica dell’Egitto in Libano è apparsa a volte sconcertante, non di rado andando contro i propri scopi dichiarati. Da una parte, esso ha mantenuto la propria retorica di preservare la stabilità del Libano e di difendere la Siria dalle accuse provenienti da politici libanesi sostenuti dall’Occidente. Ma quando le relazioni siro-egiziane hanno iniziato a vacillare, le scelte politiche dell’Egitto sono cambiate di conseguenza. Ponendo il proprio peso politico a sostegno del campo anti-siriano noto come “coalizione del 14 Marzo”, l’Egitto è stato percepito come un attore schierato nelle questioni interne libanesi, un attore che giocava un ruolo nell’inasprire la polarizzazione settaria e politica.

Durante la Guerra di Luglio condotta da Israele in Libano nel 2006, l’Egitto e l’Arabia Saudita hanno assunto una posizione simile, accusando Hezbollah di aver “provocato” lo stato ebraico. A quel tempo circolavano numerose voci secondo le quali l’Egitto, insieme ad altri paesi arabi “moderati”, forniva assistenza finanziaria e addestramento a gruppi affiliati al Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) di Saad Al-Hariri con lo scopo di dar vita a quella che veniva descritta come una “forza sunnita” da contrapporre ad Hezbollah. Ciò non è mai stato provato, tuttavia tale accusa ha senza dubbio lasciato il segno nelle relazioni tra l’Egitto e l’opposizione libanese, in particolare Hezbollah.

Gli osservatori della politica estera egiziana rifiutano le affermazioni secondo cui la politica dell’Egitto sarebbe guidata da motivazioni settarie. “L’Egitto non è uno Stato sunnita”, ha affermato un diplomatico in maniera risoluta. “È un grande Stato arabo e ha tutti i problemi di un grande Stato”. Consapevole dell’opinione negativa che molti libanesi hanno riguardo all’Egitto, la missione diplomatica egiziana a Beirut ha organizzato una visita del gran mufti d’Egitto, che ha pronunciato un discorso durante la preghiera del venerdì sulla questione delle divisioni tra sunniti e sciiti. “L’Egitto non si serve della politica settaria nella propria strategia di politica estera, non perché esso è una potenza anti-settaria, bensì semplicemente per motivi di realpolitik”, ha affermato un osservatore.

Il deterioramento della situazione in Iraq ha fatto temere al Cairo che uno scenario analogo si potesse verificare anche in Libano. Il conflitto tra sunniti e sciiti in Libano, dal punto di vista del Cairo, avrebbe un effetto destabilizzante in tutta la regione.

Ma allora perché l’Egitto si è preso il rischio di sostenere il governo Siniora in un momento di estrema polarizzazione politica e settaria? Gli egiziani giustificano ciò affermando che tale scelta politica è semplicemente un riflesso di ciò che l’Egitto rappresenta oggi: una “potenza conservatrice” che è maggiormente interessata a mantenere la stabilità e l’equilibrio di potere esistente. Mentre Il Cairo considera il Libano un paese basato su un sistema di quote confessionali, esso afferma di utilizzare un approccio giusto ed equilibrato nel rapportarsi con attori antagonisti sulla scena libanese. Le figure dell’opposizione libanese, tuttavia, parlano di “una chiara preferenza egiziana per il campo del 14 Marzo”.

Oggi l’Egitto ha numerosi interessi in Libano. Vi sono 20.000-30.000 lavoratori egiziani in Libano, secondo le cifre fornite dall’ambasciata. In secondo luogo, l’Egitto aspira a svolgere il ruolo di potenza stabilizzatrice nella regione. Ma il Cairo non è l’unico attore sulla scena libanese. È solo uno tra molti attori, e secondo alcuni quello con la minor influenza, rispetto alla Siria o all’Arabia Saudita.

Omayma Abdel Latif è projects coordinator presso il Carnegie Endowment for International Peace; in precedenza è stata vice redattore capo del settimanale egiziano “al-Ahram weekly”; si è occupata in particolare di movimenti islamici, e soprattutto dei Fratelli Musulmani in Egitto

Medarabnews

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