Fidanzati, frenati, purificati

Ritratto_della_famiglia_Stampa_di_SonicoTranschiacchiera pansessualista, inchiesta tra i bigotti sulla “buona vita”

Caro signor bigotto, puritano o tradizionalista, ci spieghi per favore come, secondo lei, si conduce una vita che scansi il peccato (per i religiosi) o il male che fa del male (per i non religiosi) o la confusione che squassa molte menti in questi giorni di gran sbigottimento politico e sessuale (quando non transessuale). Perché anche chi non vuole scansare alcunché e mai si scandalizza se l’è chiesto, almeno una volta nella vita, per necessità o per curiosità: chissà come vivono e come fanno gli altri. Chissà come funziona, chissà che regole adottano i “bravi e buoni” per non fare il male secondo la loro accezione di male. Lo sapremo da un giornalista cattolico e da un giovane cattolico che vogliono restare anonimi; dal professor Buttiglione, da Paola Binetti, da Francesco Agnoli e dal ginecologo cattolico Francesca Piol.

“Il male non è mai straordinario ed è sempre umano.
Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. La massima di Wystan Hugh Auden fa bella mostra di sé sulla prima pagina del saggio “Psicologia del male” di Piero Bocchiaro (ed. Laterza), studio che prova come chiunque, in particolari circostanze, possa far del male a un altro essere umano. Far del male non per tutti è la stessa cosa che “fare il male”, primo problema. Male secondo chi?, dice poi, solitamente, il non bigotto a chi giudichi da fuori la sua condotta. Ed è il secondo problema. Ci sono insomma quelli per cui il male siede alla nostra tavola, ma non sempre si chiama male e non è neanche così male – eccoci qui, variamente relativisti, trasgressori, più o meno e comunque incoerentemente moralisti (vedi alcune reazioni da sinistra al caso Marrazzo). E poi ci sono quelli per cui è il bene a sedere alla nostra tavola – un bene “straordinariamente ordinario”, come dice un anonimo giornalista di chiara matrice cattolica, interpellato da questo giornale, per spiegare quella che chiama “la semplicità di quello che sembra complicato: essere felici facendo il bene”. Come fare questo bene è un mistero, forse, ma è comunque una domanda.
Qualcuno ci spieghi dunque perché avrebbe torto Oscar Wilde quando dice che il miglior modo di resistere a una tentazione è cedervi (e come si fa a non cedere).

Se si parte così, il cosiddetto bigotto ferma subito l’interlocutore.
“No guarda, non fare domande a ruota libera, proviamo prima a definire il peccato in senso laico, altrimenti non si capisce niente e il moralismo diventa inevitabile”, risponde infatti al cronista un giovane cattolico che ha riflettuto molto sulla questione e che conduce un tipo di vita laicamente religiosa. “Il punto di partenza a mio avviso è questo: si è persa l’idea di cosa sia il peccato. Si pensa che il non peccare sia castrazione costante. Non è così, e per spiegarlo faccio un esempio pratico: se hai in mano un bicchiere e lo rompi, la prima cosa che dici, oltre a una parolaccia, è: ‘Che peccato’. Perché quel bicchiere è fatto per metterci l’acqua e quando si rompe non è più fatto per quello per cui è fatto. Il peccato è contro il significato, contro la ragione per cui una cosa è stata creata. E questo per me è un concetto laico”.

Ma se ti viene lo stesso da prendere il bicchiere e romperlo che fai?
“Certo che ti viene da rompere il bicchiere”, risponde il giovane, “ed è per questo che ci dev’essere qualcuno che ti dice di non buttarlo, di non fare il pirla. La prima regola, però, è non mortificare, non dire in modo automaticamente bacchettone: ‘Non si può’. Il punto è fare il bene in modo che sia desiderabile per te, è poter pensare che se hai fatto la cazzata non è tutto perduto”. L’esempio del bicchiere rotto indubbiamente colpisce chi si avventuri da intruso nel mondo cosiddetto bigotto, ma il giovane cattolico interpellato ha un’altra riflessione che, a suo avviso, può aiutare a ritrovare la bussola qualora ci si senta smarriti. Riportata dal cronista, più o meno suona così: “I cristiani dicono di norma che siamo tutti peccatori. Non è una frase di maniera, è vero. Ma forse, per capire, è più utile pensare alla differenza tra san Pietro e Giuda. San Pietro ha ammesso che c’era qualcuno che potesse perdonare il suo peccato, Giuda ha creduto che nessuno potesse perdonarlo e ha preferito uccidersi. Non esiste idea laica di peccato, sbaglio, errore se non si ammette che quella non è l’ultima parola sull’uomo”. “Abbiamo ridotto il peccato a incoerenza”, dice il giovane cattolico, convinto che “pronunciare oggi la frase ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’ scatenerebbe un’intifada globale”. E quando un altro intervistato si sofferma sul fatto “che scansare il peccato significa salvarsi dal dolore”, decidiamo di chiedere delucidazioni sul tema a un professore di chiara fama “bigotta”, e cioè al filosofo e deputato udc Rocco Buttiglione. Il professor Buttiglione, sposato con quattro figli, immagina, su richiesta del cronista, di avere davanti un bambino o un marziano che voglia apprendere qualche elemento di “vita buona”: “La prima cosa da dire”, secondo Buttiglione, “è pregare la Madonna perché ci tenga una mano sulla testa. Ci si deve ricordare la massima di san Paolo: ‘Chi sta in piedi, guardi di non cadere’”.

Il professore traduce per i non edotti
: “Non è detto che chi non ha fatto cazzate finora non le possa fare in futuro”. Se possibile, dice Buttiglione elecando dapprima i pericoli possibili, “bisogna evitare di essere presuntuosi ed evitare di disprezzare gli altri perché tu non sai mai come ti saresti comportato nella situazione in cui altri si sono trovati”. Sul “come fare”, Buttiglione dice sicuro che il suo consiglio è “cercare di avere degli amici. Buoni amici che ti sappiano dire ‘no’ quando serve”. Poi fa i nomi degli amici da cui “è stato aiutato nei momenti difficili”. Non sono gli amici del bar. Rispondono ai nomi di Don Giussani e padre Taddeo Spiccioli. C’è anche il romanziere Gianni Pistori e, tra i politici, “Franco Maria Malfatti, che mi diede una grande lezione di moralità”. “Ma il primo amico dev’essere tua moglie”, dice Buttiglione con slancio. Non si sa se le mogli di oggi siano contente di essere considerate prima di tutto “amici”, ma il professore assicura che il segreto della felicità coniugale passa da lì. Il suo vademecum è: “Primo: si cerchi di imparare a guardare le donne secondo un ordine che vede prima la testa e il cuore, poi le tette e le gambe. Secondo: saper imparare da tutti. Alcune persone te le ricordi perché ti dicono qualcosa che ti aiuta ad andare avanti quando ti senti perso, altre perché rischiarano il tuo cammino inaspettatamente.

Ecco, bisogna avere simpatia per l’umano.
Non ci sono peccatori e non peccatori, ma peccatori pentiti e peccatori non pentiti”. Utilissima a questo proposito, dice il professor Buttiglione, “è la lettura di Fedor Dostoevskij. Nei suoi romanzi, di solito, la verità più illuminante la dice l’ubriacone e il pubblico peccatore. E oggi aggiungo che una grande lezione di moralità ce la sta dando Roberta Serdoz, moglie di Piero Marrazzo. Tanto di cappello. Davanti al suo comportamento mi chiedo: io sarei stato capace di fare come lei?”.
L’amicizia preventiva tra coniugi è una delle ricette di resistenza al peccato (o male o trasgressione) della vita perfettamente “buona” di Francesco Agnoli, insegnante, giornalista e saggista esperto di temi religiosi. Agnoli ha trentacinque anni, una moglie, due figli e molti alunni adolescenti che lo preoccupano per “l’infelicità che percepisco quando parlo con alcuni di loro, perché sono educati al cinismo e a un pansessualismo che porta alla noia e, in alcuni casi, all’impotenza. Si fanno esperienze prima di avere desiderio. Lo si fa per desiderio indotto da altri. Molti ragazzi, poi, non sanno accettare la sconfitta. Non sanno che uno può cadere infinite volte e rialzarsi infinite volte”. Agnoli spiega che “nella vita di un cattolico il momento più difficile è il fidanzamento”.

Per fidanzamento intende fidanzamento casto
: “In questo modo, però, si mette al centro la conoscenza dell’altro. Frenandomi di continuo mi sembrava di rendermi conto, giorno per giorno, che quello era l’unico modo per purificare il mio sentimento e per tenere insieme anima e corpo. Certo, la convinzione razionale da sola non è sufficiente. Mi aiutava la fede e il continuo esercizio al no”. Dovesse spiegare a un alunno la sua scelta, Agnoli direbbe di “imparare intanto a stare lontani, a sentire la nostalgia, a non vivere more uxorio a diciassette anni, scaraventati dall’impeto ormonale. La virtù matura in tempi diversi. A sedici anni può maturare facendo sport, stando con gli amici. E quando diventa virtù in un rapporto di coppia, viene vissuta come una cosa bella”. Il fidanzamento, dice Agnoli, “aiuta ad avere lo sguardo distaccato che permette poi di vedere bene i contorni. Uno può essere innamoratissimo, ma ha bisogno, per esserne certo, di questo sguardo ‘da fuori’. Il piacere del rapporto carnale non è negativo, anzi. E’ secondario in ordine di tempo e collegato alla felicità spirituale”. Questo esercizio al “no”, dice Agnoli, serve più avanti, “per esempio al momento della gravidanza e del parto”: “E’ naturale che una donna abbia un periodo di disinteresse per i rapporti sessuali. L’uomo non è più al centro del suo mondo perché c’è il bambino su cui concentrarsi totalmente. Se ci si è abituati a resistere alle tentazioni, però, è più facile restare in piedi anche quando ci si sente vacillare. Se l’amore è vissuto come un do ut des continuo si va in crisi. Ma se l’uomo impare a uscire da se stesso, costruendo a fatica anche la sua capacità di resistenza, allora trasforma la tendenza al capriccio in desiderio di servire la donna e il bambino”.

Nella mancanza di “rinuncia” sta per Agnoli la radice della “mancata crescita”
: “Oggi non si cresce, neppure nella propria identità sessuale, perché manca il senso del sacrificio, l’educazione cristiana ai fioretti, alla tensione verso un obiettivo. L’uomo che non tende sta solo con ciò che è in quel momento: ad esempio con la sua disperazione. Per questo può ritenere che cambiare sesso, rimodellarsi in un impeto di ribellione, sia un modo per sfuggire la noia e l’insignificanza. Relazionarsi significa uscire da se stessi, andare a incontrare l’altro, essere disposti a cercare altrove il completamento; riconoscere che non si basta a se stessi, essere disposti ad affrontare il mistero dell’altro, con tutto quello che comporta il mettersi in ascolto, il regolarsi sulle esigenze, i pensieri, i tempi, la diversità di un altro. Chi va con un trans, non va ‘col diverso’, come si dice, ma con l’uguale, perché ha paura della fatica della relazione. Fatica della relazione con un amico, perché altrimenti cercherebbe nell’amico maschio il sostegno amicale, spirituale che cerca; fatica della relazione con una donna, perché ha paura anche della relazione carnale, perché sa bene che la donna di solito chiede più di quello.

La cultura del sesso disgiunto dai suoi fini, la procreazione e l’affettività vera, è la cultura del sesso come ricerca egoistica dell’io nell’altro, che diviene puro mezzo. A questo punto la donna, ridotta a puro oggetto del desiderio sensuale, diviene intercambiabile, anzi, addirittura, tra gli oggetti erotici, il più banale e scontato. Meglio provarne anche altri. La cultura pornografica crea così consumatori di emozioni, soli con la propria istintività senza guida e senza scopo, cioè sterile, e la sterilità affettiva genera rapporti naturalmente sterili, perché anche l’idea della procreazione spaventa chi, racchiuso in se stesso, teme la relazione”.
Come consiglio agli iracondi in un “mondo che frana”, Agnoli suggerisce poi di esercitarsi all’autocontrollo “pensando a stare nella realtà, a essere padroni delle circostanze, non buttati dal vento come Paolo e Francesca. Prendi un difetto al giorno e pensa a come fare per migliorare. Fai una piccola rinuncia al giorno. E’ poco, ma serve, e quando poi un altro automobilista ti tampona tu riesci a non mandarlo a quel paese”.

Chi si avventuri nel mondo “bigotto” fino a giungere al cospetto di Paola Binetti
, medico e deputata pd, nota per le battaglie bioetiche, per il rigore casto e per il cilicio che un giorno ha dichiarato di portare, si sorprenderà forse a sentire Binetti parlare allegramente di quanto “il bene sia allegro”. Fare il bene, dice Binetti “non è mai triste e mai scontato. Bisogna divertirsi a fare il bene, ecco perché la nuova pedagogia punta molto sul volontariato. Quest’estate un gruppo di ragazzi che ho seguito è andato in Perù. Le condizioni di soggiorno non erano da vacanza tradizionale: scomodo l’alloggio, scarsa la pulizia, tanta la fatica fisica. Ma i ragazzi sono tornati felici. Il vero esercizio per distogliere il pensiero dalla tentazione ed essere felici è occuparsi degli altri”. Quando si pensa alla resistenza alle tentazioni, dice Binetti, “non bisogna pensare soltanto al non fare una cosa, e cioè all’aspetto negativo. C’è un aspetto positivo. Dico sì al bene che mi faccio o che faccio. Ecco perché dico che fare il bene non è una cosa triste. Se ti concentri sul non fare si crea un vuoto mentale, ed è qui che viene in aiuto il distogliersi da sé per fare il bene degli altri, una cosa che rende immediatamente felicissimi”. Binetti consiglia altresì di riflettere su “tre ingredienti forti. Uno: sapere che cosa è bene e che cosa è male, perché l’elemento fondamentale della debolezza è la mancanza di chiarezza. Due: voler fare il bene. Tre: capire che a volte la volontà da sola non è in grado di farcela e che allora serve la grazia. Detto questo, il consiglio pratico è esercitarsi tutti i giorni a fare il bene nelle piccole cose. La volontà è un muscolo da allenare”.

A questo punto l’intruso si chiede come faccia l’esponente del mondo bigotto a non pensare mai “ho perso qualcosa e me lo riprendo”. Ma il medico ginecologo Francesca Piol (trentottenne sposata con un altro medico e madre di otto figli) dice: “Io lo penso spesso – mi riprendo quello che ho perso  – ma è proprio in quel momento che mi dico: guarda quello che hai. E allora vedo tutto quello che ho guadagnato”. Il consiglio di Francesca è di mettere sempre davanti “quello che c’è, perché è ovvio che a mettere davanti quello che non hai ti sembrerà che manchi sempre qualcosa. Il desiderio del cuore è talmente grande che è normale sentire la finitezza. Ma per me questo non significa accontentarsi. Non mi basta mai nulla, ma contemporaneamente cerco di dare valore al presente. Non mi scandalizzo del mio limite, però. Una delle mie figlie, alla vigilia della prima comunione, si è messa a piangere dicendo che le sembrava di non avere peccati e che però questo era un peccato. Ecco, la cosa difficile è avere la coscienza del peccato. Lo penso la mattina quando attraverso il reparto e vedo che non a tutti i pazienti riesco a dare il massimo, magari perché non tutti sono gentili o puliti o educati come vorrei. Oppure quando mio figlio mi si avvicina e mi chiede aiuto e io, stanca e nervosa, non riesco a darglielo. Però so che c’è un ordine naturale delle cose. Magari capita di sbagliare, di sovvertirlo, ma c’è”.
E chissà se si sono convertiti alla vita buona anche i cinque della band “Elio e le Storie Tese” che due giorni fa si definivano “i veri trasgressori, tutti casa, musica e famiglia”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marianna Rizzini

Il Foglio

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