Il petrolio fu l’arma finale contro l’Urss

Muro_BerlinoGli Stati Uniti, con l’Arabia Saudita,  usarono il prezzo del greggio per mettere in crisi Mosca, al cui bilanci in crisi erano indispensabili le esportazioni dell’oro nero

La caduta del muro di Berlino vent’anni fa è stato il segnale più dirompente della crisi sovietica in fase avanzata. Si temeva nella notte del 9 novembre l’arrivo devastante di divisioni corazzate sovietiche, come già successo nel 1953 nella stessa città e nel 1968 a Praga. Non successe, e il mondo cambiò per sempre.

Sulle ragioni della crisi sovietica si è scritto molto e la tesi più accreditata è quella dell’ “iperspesa” sovietica. Il sistema statale inefficiente, reso isterico dalla competizione militare reaganiana, giunse in pochi anni a una crisi che generò prima il disarmo, e poi la disgregazione.

Esiste però un altro aspetto
meno noto della crisi, dovuto al calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia ha calcolato che nel 1985 il 35% delle entrate in valuta pesante di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Queste enormi entrate erano generate per solo un terzo dell’esportazione, destinata ai Paesi occidentali, i restanti due terzi erano assegnati ai Paesi socialisti del Council of Mutual Economic Assistance.

Nel maggio del 1986, il prezzo
del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo i problemi di stagnazione condivisi dalle maggiori economie di comando.

Mosca tentò di reagire: a partire
dal 1986, i fondi destinati agli investimenti energetici aumentarono, raggiungendo in due anni il 24,3 % del totale degli investimenti sovietici. Ciò non bastò: le attrezzature sovietiche erano almeno vent’anni indietro rispetto a quelle americane. L’esplorazione portava sempre meno risultati.

Già nel 1983 la Cia rilevava che l’Urss stava iniziando a dirottare il petrolio dai consumatori allineati dell’Est Europa all’Occidente, pur di far cassa; e per alcuni mesi era riuscita a tenere in equilibrio il bilancio statale. Dagli inaffidabili bilanci statali iniziò a trasparire che Mosca stava però incorrendo in qualche problema: tra il 1985 e il 1987 i prestiti delle banche europee al Cremlino salirono da 11 a 26 miliardi di dollari. Il deficit nel 1989 esplose a 160 miliardi.

Il punto chiave della storia è che la crisi petrolifera sovietica è stata in parte indotta da una deliberata strategia americana. Nel 1977 la Cia rilevò che il settore petrolifero sovietico era sull’orlo della crisi (The Impending Soviet Oil Crisis, Er 77-10147); sarebbe stato salvato dalla risalita dei prezzi del 1979. Il neoliberale Regan aprì il settore petrolifero per motivi squisitamente domestici (favorire i consumi nazionali), ma con la consapevolezza che ciò avrebbe danneggiato le casse sovietiche.

Non è un caso che nel
1985 il direttore della Cia Bill Casey venne inviato in Arabia Saudita a parlare col suo omologo, il principe Turki. Il messaggio? Se volete mandar via i russi dall’Afghanistan, producete più petrolio. Gli arabi presero tempo. Poi si accorsero che, in realtà, già i consumi petroliferi erano in caduta (a causa dell’efficientamento economico post-1979); inoltre la produzione non-Opec era cresciuta di 10 milioni di barili al giorno tra il 1981 e il 1986, grazie anche alle aperture americane. L’Arabia Saudita produceva 2 milioni di barili di petrolio al giorno nell’agosto del 1985; in sei mesi passarono a cinque milioni di barili al giorno. I sauditi mantennero costanti i loro introiti aumentando le quantità, con il barile scivolato sotto i dieci dollari; ma riuscirono a ottenere l’obiettivo della ritirata sovietica. Mosca lasciò in realtà tutto il quadrante mediorientale. Non fu un caso.

Stefano Casertano insegna “Economia e Politica del Petrolio”  all’Università di Potsdam

Limes

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