Bella gente d’Appennino

giovanni_lindo_ferretti_tif_big-1Così Ferretti balza in sella e da cavallante cattolico brandisce il suo credo

Sono uomo di Appennino e quindi ho sempre desiderato le Alpi. Le mie montagne, lucane o emiliane cambia poco (l’Appennino è sud anche al nord), mi hanno sempre parlato di miseria, emigrazione, lutti, cani sporchi e cattivi, vacche con le costole sporgenti, boscaglie bruciate, terremoti, frane, siccità, mentre vedevo le Alpi ricche di prati ubertosi, foreste vergini, folletti, cervi, trofei, baite, castelli, cameriere in costume, ragazze coi pomelli rossi, scrittori ebbri, turisti vanziniani, trenini a cremagliera, fiori sui balconi. Sulle Alpi ho mangiato galli forcelli da leccarsi i baffi, in Appennino volpi tigliose e puzzolenti. Gli inverni alpini sono torridi per via di muri spessi, infissi doppi, legni isolanti, mentre quegli appenninici sono gelidi, vetri rotti e riscaldamento spento. Oggi però c’è Giovanni Lindo Ferretti che mostra il senso nascosto nella nostra geografia di dolore. Lo fa partendo da Pasolini, da cui è sempre più difficile prescindere. “Bella gente d’Appennino” (Mondadori) si apre con versi del poeta che come Ferretti partì comunista e arrivò alla destra divina: “E disegna l’Appennino nel cielo l’ombra /di una esistenza più antica”. Antico è ancora poco, il bardo della montagna reggiana è più precisamente romanico, come ben colse la signora europea che lo ascoltò in un concerto africano: “Quando lei ha cominciato a cantare mi sono ritrovata in una chiesa romanica di Francia”. La sua faccia in copertina sembra scalpellata dall’Antelami e alcune pagine ricordano Fra Salimbene. “La mia venerabile dimora”. “La spada brandita è emblema del diritto, implica il giudicare e infliggere la giusta punizione”.

Non mi sovvengono altri autori viventi capaci di scrivere parole simili senza intento parodico. Ferretti in questo nuovo libro racconta innanzitutto di antenati e di cavalli. I primi sembrano personaggi medievali pur quando sono novecenteschi, emigranti in America o transumanti in Maremma, pastori e cacciatori, uomini che non chinano il capo “se non di fronte al Crocefisso”, giovanotti che quando gli va bene trovano moglie in Toscana, sempre Appennino, certo, ma più generoso di frutta e ortaggi. Sono comunque matrimoni d’amore ma in quei tempi virili è un concetto impronunciabile: “Ci si sposa per fare famiglia ed allevare figli”. I secondi protagonisti, i cavalli, io faccio fatica ad apprezzarli (se non sotto forma di macinato o bistecca) forse perché nel mio personale Appennino, ancora più miserabile, c’erano solo asini. Ma è peculiare del grande scrittore creare interesse su argomenti che non interessano.

Ferretti si raffigura come un cavallante cattolico in un paese dai muri di pietra dove il 17 gennaio, sant’Antonio abate, i preti benedicono le bestie. Sono gli ultimi bagliori di un tramonto e l’emarginazione dell’equino anticipa l’emarginazione dell’umano. Il progresso che ha condannato il cavallo, reso inutile dal motore, sta minacciando l’uomo. La fecondazione artificiale umilia ogni forma di vita. “Detesto chi investe in provette di sperma congelato e necessiterà di veterinari psicologi psichiatri a curare turbe da gravidanza in fattrici che da generazioni non conoscono la monta naturale e ci si stupisce che, dài e dài, il parto le spaventi e il puledro che si avvicina per tettare le terrorizzi”. Balzare in sella gli serve per parlare di storia e di politica: dell’Unità d’Italia che ha distrutto i nostri cavalli più eleganti, il Napoletano, il Salernitano, il Persano (i Savoia hanno sull’eventuale coscienza anche questo); del Quirinale che ha abbassato l’accezione di cavaliere a titolare di nastrini di quinta classe: “Da san Martino a Parsifal all’encomio repubblicano pare un baratro il destino dell’uomo”. Nell’ultimo brevissimo capitolo volta le spalle alla Reggio Emilia delle ipercoop e degli iperponti, dei cattolici talmente adulti da favorir le moschee: “Non sono ben disposto al dialogo”. Riprende la strada dell’Appennino, luogo sempre dolente ma adesso anche rifugio, fino alla stalla che custodisce la possibilità di un rapporto vero. Un nitrito, lo zoccolo che batte cadenzato sul pavimento: “Allora si esce?”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Camillo Langone

Il Foglio

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