Quel muro messicano che separa il sogno dal bisogno

imagesdi Sergio Luzzatto

Adesso che i riflettori si sono spenti su un muro che non esiste più – il muro di Berlino – sarebbe il caso di accenderli su un muro che non esiste ancora, o esiste solo in parte: il Mexican Wall, la barriera che corre lungo quasi mille dei tremila chilometri di confine fra gli Stati Uniti e il Messico. Cioè lungo l’immensa frontiera che si estende dalla California al Texas attraverso l’Arizona e il New Mexico, e che separa (non diversamente, in fondo, dal vecchio muro di Berlino) due mondi. Da una parte il mondo della ricchezza, dall’altra quello della povertà. Oppure, almeno: da una parte il mondo del sogno, dall’altra quello del bisogno.

La zona di confine tra il Messico e gli Stati Uniti è da gran tempo un luogo culturale oltreché reale, metaforico oltreché fisico: una terra desertica per la natura, fertile per l’immaginazione. Limitandosi al cinema, basti ricordare un capolavoro degli anni 50, L’infernale Quinlan di Orson Welles. Ma è stato soprattutto nell’ultimo quindicennio che questa zona di confine è divenuta un must dell’immaginario cinematografico americano.

Nelle sale italiane ancora sta circolando un film dell’anno scorso, Crossing over, dove Harrison Ford interpreta il ruolo di uno stagionato poliziotto intenerito da una giovane messicana, Mireya Sanchez, che nella California meridionale trova la morte anziché la vita. Ben altrimenti memorabile il film girato e interpretato nel 2005 da Tommy Lee Jones, Le tre sepolture, dove il protagonista è un cadavere: il cadavere di Melquiades Estrada, bovaro messicano clandestinamente emigrato in Texas, ucciso per errore da una guardia di frontiera e dapprima sepolto di nascosto nel deserto, poi squallidamente tumulato in un cimitero di villaggio, infine restituito alla sacralità della terra d’origine dopo un viaggio surreale quanto picaresco, compiuto con il suo assassino e con il suo vendicatore.

Traversata ogni anno da qualcosa come 500mila clandestini, la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti è divenuta un luogo-simbolo anche perché lungo quella frontiera si muore. E tanto più spesso si muore da quando, per effetto di un trattato commerciale del 1994 (Nafta), milioni di contadini del Messico settentrionale non hanno trovato altra risorsa per sopravvivere che tentare l’avventura dell’emigrazione clandestina negli Stati Uniti. Si calcola che circa il 45% dei lavoratori agricoli in Usa siano oggi immigranti illegali, e buona parte di loro viene dal Messico. Quando l’avventura ha successo, un chicano può guadagnare negli States dieci volte di più di quel che guadagnava in patria. Ma capita che l’avventura si risolva in un insuccesso. Poco male – al limite – se si viene catturati da uno dei 17mila agenti dell’U.S. Border Patrol, le guardie di frontiera, e si viene brutalmente rispediti indietro: si potrà sempre ritentare. In caso di insuccesso, tuttavia, capita pure di morire.

Secondo stime ufficiose, il numero di vittime messicane lungo il confine si aggira oggi intorno alle 500 all’anno. Ufficiale la cifra riferita ai sette anni del periodo 1998-2004: 1.954 morti. Per quanto può valere il paragone, è una cifra che va confrontata con il numero totale di persone cadute nel tentativo di passare in Germania Ovest dalla Germania Est attraverso il muro di Berlino: 588 morti, in vent’anni e passa. Ma le cifre che meritano di essere confrontate sono soprattutto quelle relative al prima e al dopo del Mexican Wall: prima e dopo che s’incomincasse a costruire sul serio – dagli anni 90 in poi – la barriera più che mai materiale, solida, che separa oggi (parzialmente, lo abbiamo detto) il Messico dagli Stati Uniti. Nella sola Arizona, il numero di clandestini caduti nel tentativo di attraversare la frontiera è passato dai 9 del 1990 ai 201 del 2005.

Come si presenta questo muro del Messico, tanto assente dalla nostra visuale quanto è stato presente, a suo tempo, il muro di Berlino? In certi punti della frontiera, per esempio presso città come San Diego o El Paso, è un muro di cemento bello e buono. Più spesso è una barriera fatta di legno e di metallo, con l’aggiunta di filo spinato o elettrificato. Nelle zone più desertiche e inospitali, è una successione di barriere reali e barriere virtuali: tratti di confine sorvegliati da telecamere e sensori, a loro volta monitorati dalle guardie di frontiera. In ogni caso, il muro del Messico è ancora largamente incompleto. Mille chilometri sono tanti, ma rappresentano meno di un terzo della lunghezza totale del confine. E i costi di edificazione sono alti, altissimi: superano facilmente i cinque milioni di dollari per miglio.

Fortemente voluta dall’amministrazione Bush, la costruzione del Mexican Wall ha avuto un impatto diretto sul numero di clandestini catturati alla frontiera: là dove c’è, la presenza di una barriera ha scoraggiato molti immigranti potenziali dal tentare l’avventura. Ma il numero totale di messicani che a tutt’oggi cercano di attraversare clandestinamente il confine non sembra essere diminuito. L’effetto indotto dalla costruzione del muro è stato, piuttosto, quello di spingere i clandestini a penetrare negli Stati Uniti là dove il muro ancora non c’è: dove l’ambiente naturale – il deserto – sconsiglierebbe dall’azzardare l’impresa. Così, il numero di messicani morti lungo la frontiera è andato crescendo proporzionalmente al numero di chilometri di muro edificati: perché come mostrano i film di Hollywood (sia quelli “buoni”, sia quelli “cattivi”) la prospettiva di crepare di fame, o di sete, o di caldo, o di freddo, o annegato nel Rio Grande, o ucciso in uno scontro a fuoco con la Border Patrol, non ferma che una piccola porzione dei messicani intenzionati a passare.

I limiti d’efficacia del muro sono evidenti a chiunque sia disposto a vederli. La presenza della barriera modifica gli itinerari d’accesso e d’attraversamento del confine, ma non incide sul numero complessivo di clandestini che cercano di farcela, per la buona ragione che le soluzioni poliziesche non sono adatte a risolvere i problemi economici. Fin tanto che i diseredati messicani avranno la prospettiva di percepire – dall’altra parte della frontiera – un reddito medio annuo di 30mila dollari anziché di 4mila, né il muro, né le guardie, né i sensori, né gli elicotteri basteranno a tenerli lontani dal confine. Né basteranno a inibire la fiorente economia che prospera intorno al Mexican Wall: contrabbandieri di clandestini, i coyotes, che si arricchiscono guidandoli (o abbandonandoli) nel deserto; costruttori di tunnel che si inabissano in Messico e spuntano fuori negli States; spacciatori di droga e di armi.

L’amministrazione Obama appare meno incline della precedente a considerare il muro una panacea per lo spinoso problema della frontiera messicana: nell’ultimo anno, i finanziamenti federali all’edificazione della barriera sono stati sospesi. Tuttavia, in mancanza di misure economiche e commerciali davvero incisive, che riducano significativamente il differenziale di ricchezza fra il Messico e gli Usa, si può ben supporre che lungo quel confine – accanto al muro, sopra il muro, sotto il muro – centinaia di migliaia di messicani continueranno ogni anno a passare. E che una piccola percentuale di sfortunati (circa uno su mille) continueranno ogni anno a morire.

Resta da chiedersi se mai potrà esistere, in un qualche punto del Mexican Wall, l’equivalente del piccolo museo che a Berlino Ovest raccoglieva, presso il cosiddetto check-point Charlie, le reliquie dei tedeschi orientali caduti vittime delle guardie di frontiera di Berlino Est. Allora, il museo serviva egregiamente la propaganda occidentale della Guerra fredda. Oggi, un museo dei chicanos caduti varrebbe esso stesso, alla sua maniera, a propagandare il fascino irresistibile del capitalismo.

Il Sole 24 Ore

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