Il mondo portatile di Nafisi

Azar Nafisi, autrice nel 2003 di “Leggere Lolita a Teheran”, che è rimasto per 117 settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, incanta nuovamente i suoi lettori con l’ultima opera “Le cose che non ho detto” (Adelphi, 2009). La scrittrice cinquantacinquenne, in visita in Italia per promuovere il libro, dice al Foglio, con entusiasmo quasi infantile, che “venire in Italia è per me come una festa di Natale”. Ma la storia di Azar Nafisi, ben diversamente dal Natale, non è contrassegnata dalla gioia. Nel suo libro, la scrittrice iraniana parla non soltanto della sua complicata famiglia, ma anche dei rivolgimenti subiti dal suo paese, prima sotto lo scià e poi con la Rivoluzione islamica e le sue conseguenze. Racconta di suo padre Ahmad, ex sindaco di Teheran, imprigionato per presunte irregolarità finanziarie ai tempi dello scià, e di sua madre Nezhat, una delle prime donne a essere stata eletta al Parlamento, sempre mentre regnava lo scià. Indipendentemente dalle ingiustizie politiche, l’autrice traccia il ritratto di due figure complesse e simmetricamente infelici nel loro rapporto coniugale. Basta leggere l’incipit: “La maggior parte degli uomini tradisce la moglie per avere un’amante. Mio padre tradiva mia madre perché non si sentiva amato”.

Chiediamo ad Azar Nafisi perché abbia deciso di rivelare particolari così intimi della propria storia familiare. Forse perché, come scrive, “raccontare è una passione di famiglia”? “L’idea – risponde – mi è venuta mentre mi preparavo a lasciare l’Iran (è emigrata negli Stati Uniti nel 1997, ndr). A quel tempo ero particolarmente inquieta. Sapevo che probabilmente non vi sarei mai più tornata. I miei genitori stavano diventando vecchi e mia madre, una donna molto ostinata, continuava a dirmi che non avrebbe lasciato l’Iran finché ‘quella gente’ non si fosse tolta di mezzo – con ‘quella gente’ intendeva gli uomini del regime. Fu in quel momento che mi resi conto che forse non l’avrei mai più vista. Così, venni presa come da una frenetica ossessione: raccoglievo tutte le fotografie che potevo trovare, le facevo continue domande sulla sua vita e la andavo a trovare molto spesso”. Una “ladra di ricordi”, si autodefinisce Nafisi. Ricordi che a un certo punto hanno chiesto di essere ricostruiti, sistemati, di tornare a parlare. Così, una volta giunta negli Stati Uniti, la scrittrice si rese conto che “non tutto era stato detto” e che “aveva bisogno di sapere di più”. Il bisogno era talmente forte che, come confessa, “a un certo punto chiesi a una mia studentessa che stava per recarsi a Teheran di andare a intervistare mia madre e tirarle fuori ciò che io non ero riuscita a sapere. Ma la studentessa tornò con le stesse storie che avevo già sentito un milione di volte – dice ridendo – Anche lei non riuscì a tirare fuori nulla di nuovo da mia madre. Allora non pensavo che avrei pubblicato queste cose, che facevano parte del mio diario; ma poi mia madre si ammalò gravemente e io caddi in preda a una terribile agitazione, perché non potevo tornare in Iran. Quando, poco tempo dopo, morì, mi resi conto che dovevo non soltanto sapere di più su di lei, ma anche comprendere in modo più profondo la nostra stessa relazione”. Nafisi fa una pausa e poi dice: “Avevo bisogno di capire, e per me questo avviene attraverso la scrittura. Così ho detto ai miei editori che volevo scrivere un libro su di lei, e che tuttavia non sarebbe stato un libro esclusivamente dedicato a mia madre, ma alla vita di tre generazioni di donne iraniane: mia nonna, mia madre e io. Poi, l’anno seguente, anche mio padre morì, all’improvviso, e così è nato ‘Le cose che non ho detto’”. Nafisi ci dice che scrivere questo libro è stata una delle imprese più difficili della sua vita: “Ci ho messo parecchi anni, e dopo aver consegnato il manoscritto al mio editore continuavo a telefonargli per dirgli che non volevo più pubblicarlo. Ora sono contenta che sia uscito”. Anche se sua madre le avrebbe detto che “non si lavano i panni sporchi in pubblico”. Ma, dice Nafisi, “io non credo che si debba rimanere zitti. Del resto, non restiamo mai davvero zitti, perché, in un modo o nell’altro, ci raccontiamo attraverso le persone che diventiamo”. Il libro è stato dunque un mezzo per chiudere un capitolo della sua storia, ma anche per riflettere sull’esilio negli Stati Uniti e sugli anni in Iran. “Ed è stato anche un modo di rendere omaggio ai miei genitori – aggiunge la scrittrice – perché soltanto quando lo diventiamo anche noi capiamo quanto sia difficile”. Malgrado gli errori, i tradimenti di suo padre e le incredibili finzioni di sua madre su se stessa, la famiglia e il passato, Nafisi dice che i suoi genitori le hanno fatto il dono di un “mondo portatile”: “Il loro insegnamento mi ha dato grande indipendenza e la capacità di affrontare il mondo. Nessuno può sfuggire ai conflitti e alle sofferenze nelle relazioni con gli altri”. In tutto il libro, la scrittrice fa spesso riferimento a poeti persiani classici come Firdusi e Attar, e questo ci spinge a domandarle se l’esempio di questi personaggi abbia offerto a lei e ai suoi connazionali un luogo di rifugio dalle incertezze del presente. “Per me, tutta la letteratura è questo – risponde senza esitazioni – In tutti i libri che scrivo, il tema centrale è che la letteratura è il mio mondo portatile. Nessuno può portartelo via, in qualsiasi luogo ti trovi. Posso essere nel centro di Washington e avere l’Iran con me. Ho lasciato l’Iran, ma l’Iran non ha lasciato me”. Sebbene, come dice lei stessa, “detesti fare generalizzazioni”, esiste “una cosa che non cambia mai: la poesia e la letteratura persiana, e in particolar modo Firdusi, sono una parte essenziale dell’identità iraniana”. L’influenza di Firdusi sul padre di Nafisi, per esempio, è così rievocata da sua figlia: “Mio padre diceva sempre a me e mio fratello che la storia del nostro paese è stata continuamente caratterizzata da guerre e conquiste (i persiani hanno combattuto contro greci, romani, arabi e mongoli). Ma che, dopo la Rivoluzione islamica, il paese doveva affrontare i nemici più temibili in assoluto, perché erano nemici provenienti dal suo interno”. Nafisi aggiunge che “questo vale non soltanto per la storia iraniana, ma per la storia del mondo in generale. I nemici più terribili sono sempre arrivati dall’interno. Anzi, le conquiste dall’esterno sono possibili soltanto grazie ai nemici presenti all’interno, come è accaduto nel caso di parecchie invasioni subite dalla Persia, compresa quella araba. Credo che siamo stati noi iraniani a fare a noi stessi le cose più spaventose”. La Rivoluzione islamica del 1979 è un esempio di questo autolesionismo: “E’ molto pericoloso quando sai ciò che non vuoi, ma ancora non sai ciò che vuoi. All’inizio della Rivoluzione islamica, gli iraniani sapevano che non volevano più la repressione politica dello scià, ma hanno trascurato il fatto che bisognava sostituirla con qualcosa di meglio e non di peggio. Ecco l’errore: abbiamo portato questo regime al potere e ora dobbiamo assumerci la responsabilità di quanto è accaduto”. Nafisi, tenace sostenitrice dei diritti delle donne, sottolinea come “dal momento stesso in cui la Repubblica islamica si è installata al comando ci sono state ribellioni, soprattutto da parte delle donne, che protestavano contro le rigide regole che venivano imposte dai nuovi capi del paese”. Il suo libro di ricordi è anche un racconto, in cui pubblico e privato si mescolano, di come la condizione delle donne iraniane sia cambiata nel tempo: “C’è una foto del 1979, nel mio libro, che mostra migliaia di donne che manifestano per le strade: ‘La libertà non è né occidentale né orientale. La libertà è universale!’, dicevano. Sono state arrestate, represse, sfregiate con l’acido”. A chi la accusa di essere “filo- occidentale”, perché ciò che il regime iraniano riserva alle donne fa semplicemente parte della cultura nazionale, Nafisi replica con durezza: “Le donne iraniane, come tutte le donne del mondo, non vogliono essere oppresse. Vogliono dignità. Le ragazze iraniane, esattamente come le ragazze italiane, vogliono essere libere, vogliono apparire belle, vogliono innamorarsi; alcune sono molto religiose e altre no. Il mondo lo ha visto quest’estate coi propri occhi, ma certe persone ancora non vogliono ammetterlo”. Chiediamo a Nafisi se ritiene che i suoi concittadini iraniani stiano effettivamente cominciando a ribellarsi contro i propri “nemici interni”. “Sì, la cosa fantastica di quei giorni (dopo il voto del 12 giugno, quando sono scoppiate le proteste di piazza, ndr) è stato il fatto che forze diverse della società civile iraniana – donne e uomini, giovani e vecchi, musulmani devoti e laici – si sono unite insieme. Le manifestazioni sono state di dimensioni imponenti proprio perché vi è una generale insoddisfazione nei confronti del regime. Uomini come Mir Hossein Mousavi, che all’inizio della Rivoluzione islamica buttava gente come me in galera, chiudeva le università e si scagliava contro i dimostranti, ora sono maltrattati da altre fazioni presenti all’interno del regime. La forza decisiva di ciò sta nel fatto che può aprire falle e spaccature all’interno del sistema”. Molti pensano, sperano che questa sia la volta buona: la rivolta diventerà rivoluzione e il regime iraniano crollerà. Ma Nafisi è cauta: “Non sono particolarmente ottimista, ma ho grandi speranze. Ma non voglio apparire irresponsabile”. Perché? “Questa speranza si ottiene a caro prezzo. In questo momento in Iran molte persone stanno soffrendo: sono picchiate, imprigionate e uccise, e non voglio sminuire il prezzo che stanno pagando per difendere i propri diritti individuali, politici, sociali. Il popolo iraniano ha dimostrato al mondo e al regime il suo desiderio di una vita dignitosa, una vita possibile soltanto in una società aperta e pluralistica”. Per quanto riguarda il presidente americano Barack Obama e la sua nuova politica nei confronti dell’Iran, Nafisi ci dice di non comprendere “perché l’Amministrazione stia relegando in secondo piano il tema dei diritti umani. Questa è la nuova politica nei confronti dell’Iran, della Cina nei suoi rapporti con il Dalai Lama, o del Darfur. E’ una politica che ci costerà cara. Nelle ultime manifestazioni, i dimostranti si sono rivolti direttamente a Obama chiedendogli: ‘Stai con noi o con loro?’. L’Amministrazione americana deve capire che appoggiare i dimostranti iraniani non significa ingerenza negli affari interni di un paese sovrano”. All’occidente Nafisi vuole ricordare soprattutto che “la cosa considerata più pericolosa per il regime islamico iraniano è proprio la sua cultura della democrazia. L’occidente deve dimostrare di avere fiducia nella democrazia riconoscendo e dando ascolto al popolo iraniano, che è sceso nelle strade per proclamare l’illegittimità del regime”. Nafisi ricorda quello che i suoi genitori le dicevano a proposito della Rivoluzione islamica: “Mia madre continuava a ripetere che l’islam della Rivoluzione non aveva nulla a che fare con l’islam della sua generazione e con quello della generazione di sua madre e di sua nonna. Ogni volta che andavo all’estero per una conferenza, mia madre mi diceva: ‘Ripeti queste parole. Falle sapere a tutti’. E io sento che devo dire queste cose al mondo non soltanto per mia madre, ma anche perché è davvero terribile vivere in una società repressiva e vedere che nessuno ti ascolta. Questa sensazione di solitudine è una delle cose più spaventose che si possano provare al mondo”, dichiara Nafisi, a suo tempo espulsa dall’Università di Teheran per essersi rifiutata di portare il velo. “Chi gode della libertà ha il dovere di dare voce a coloro che sono stati privati della possibilità di parlare – continua la scrittrice – e, nonostante tutti i problemi che c’erano nella mia famiglia, questo è un messaggio che i miei genitori hanno saputo comunicarmi, insieme. Erano due persone estremamente coraggiose e rispettose dei principi morali quando si trattava di questioni sociali e politiche. I miei genitori hanno sempre detto ciò che bisognava dire”. “Le cose che non ho detto” è anche un libro di intenso valore politico, perché offre numerose informazioni sull’autentica natura del regime iraniano. “La cosa straordinaria delle storie – dice Nafisi – è che riguardano un luogo particolare, ma se vi si scava in profondità assumono un valore universale. Volevo mostrare l’Iran non attraverso un’analisi politica, ma attraverso la vita vissuta dei singoli individui. Volevo far capire ai lettori che per persone come me e i miei genitori figure come il primo ministro Mossadeq, rovesciato dallo scià negli anni Cinquanta, lo scià stesso o Khomeini non erano semplicemente nomi che apparivano sulle prime pagine dei giornali. Volevo che si potesse comprendere la politica attraverso le lenti dei singoli individui, perché ritengo che le esperienze personali ci offrano una comprensione della politica che la semplice analisi scientifica non è in grado di darci”. A conclusione della nostra intervista chiediamo ad Azar Nafisi quale messaggio intende inviare ai suoi lettori. “Gli iraniani hanno bisogno che voi sosteniate le voci in favore della democrazia presenti all’interno del paese. Hanno bisogno di avere chiare manifestazioni della vostra solidarietà”. E aggiunge: “Ciò che gli iraniani desiderano è il pluralismo, non la teocrazia”. Salutiamo Azar Nafisi, dandole appuntamento “alla prossima volta a Teheran”. Lei ci risponde prontamente: “Per un bicchiere di vino a Teheran”. E’ proprio quel che speriamo di poter fare, con davanti a noi i suoi libri, insieme con quelli di Vladimir Nabokov, di Gustave Flaubert, di Henry James, di Jane Austen. Gli autori che lei tanto ama, e che laggiù sono proibiti.

Amy Rosenthal per “Il Foglio”

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