J. K. Galbraith, quando l’economia è una truffa

Torna il pamphlet scritto cinque anni fa quando cominciavano a manifestarsi i primi segni della grande crisi mondiale

MARIO DEAGLIO
Una «frode» che Galbraith mette bene in evidenza, ma che ha assunto un’importanza che nemmeno lui avrebbe potuto immaginare, riguarda le previsioni economiche, rivelatesi clamorosamente errate con l’inizio della crisi finanziaria. Se errare è umano, perseverare è diabolico e leggendo qualunque serie di comunicati e dichiarazioni, c’è qualcosa di «diabolico» nell’affermare in continuazione che la crisi sta finendo, che anzi è già finita, che tutto è tornato come prima quando, secondo alcune stime, almeno un quinto della ricchezza finanziaria è stata distrutta e la ripresa, ammesso che sia davvero cominciata, appare molto debole e molto fragile e ci vorranno comunque vari anni perché la produzione ritorni al livello di prima.

Le argomentazioni di Galbraith sono su questo punto piuttosto sbrigative, in quanto egli sostiene «l’impossibilità» di prevedere l’andamento futuro dell’economia; il che, francamente, sembra un po’ troppo. Ma ha mille volte ragione quando afferma che «ciò che è previsto è ciò che altri desiderano sentire» e bisogna riflettere sulla sua conclusione che la comunità dei previsori economici «vive di un’irrimediabile, ma apparentemente sofisticata, ignoranza» e «passati successi accidentali e la generosa esibizione di carte, equazioni é […] suggeriscono profondità di percezione. Donde la truffa».

Proseguendo lungo questa linea, sono certamente attuali le sue corrosive critiche alle banche centrali e in particolare a quella del suo Paese, ossia la Fed che egli accusa senza mezzi termini di fama «illusoria». Specie durante la lunghissima presidenza di Alan Greenspan, alla Fed è stata attribuita un’identità quintessenziale, una capacità quasi metafisica di prevedere, conciliare, garantire la crescita perenne del Paese. Ed è vero che, anche al di fuori degli Stati Uniti, viene spesso considerato «non patriottico» criticare apertamente le banche centrali; e che i commentatori dovrebbero riflettere sulla loro attitudine a mitigare giudizi severi – ove li ritengano necessari – ai regolatori della moneta nel nome di un interesse generale a non disturbare il manovratore.

Se applichiamo i rigidi schemi galbraithiani, anch’essi potrebbero essere indiziati per truffa. Estendendo ancora un poco l’analisi, forse dovremmo indiziare per truffa anche il governo e il Congresso americano che hanno impegnato cifre astronomiche per conto dei contribuenti per salvare istituti bancari i cui dirigenti risultano sicuramente colpevoli di gravi irregolarità e ragionevolmente accusabili, come minimo, di scarsa competenza. Ed è aperto l’interrogativo sulla possibilità di politiche alternative, con un riguardo molto minore per le banche e più per i bilanci familiari; Obama, in altre parole, almeno a tutto l’ottobre 2009, ha avuto la mano molto più leggera di Roosevelt che pose fortissimi limiti all’attività bancaria.

L’applicazione del paradigma della truffa induce, insomma, a risultati che non si può esitare a definire «rivoluzionari», una rivoluzione in nome della dignità e della non sopraffazione dell’individuo, priva peraltro della visione di un mondo perfetto che Galbraith non descrive mai. Resta il problema se questa rivoluzione la vogliamo veramente fare o se un po’ di truffa siamo, tutto sommato, disposti ad accettarla. Dopotutto, dal tempo dei Romani, il diritto ammette il cosiddetto dolus bonus che altro non è che una forma di «truffa innocente», ossia un’esaltazione iperbolica dei prodotti fatta da parte del venditore che, senza veramente ingannare il pubblico, lo spinge all’acquisto.

Quanto dolus bonus è accettabile in economia e in politica? Dov’è che il dolus cessa di essere bonus? Non sarà per caso che un po’ di dolus, un’area limitata di imprecisione e forse anche di moderato fraintendimento, è necessario per garantire il normale funzionamento della società? Forse da queste domande occorre partire per una ricerca sul cosa fare che Galbraith certamente approverebbe.

La Stampa

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