“L’intrigo saudita” di Donato Speroni

454 pp., Cooper

Alberto Statera sulla Repubblica l’ha definita “la nonna di tutte le tangenti”. Si riferiva a quella legata al famoso affaire Eni-Petromin del 1979: l’Italia di allora (un po’ come quella di oggi) aveva assoluta necessità di energia e firmò un accordo con l’Arabia saudita per una megafornitura di petrolio. Quel contratto, come spesso avviene quando entra in ballo l’oro nero, aveva un corollario: l’Eni, ai tempi guidato da Giorgio Mazzanti, avrebbe dovuto riconoscere un’intermediazione per un centinaio di miliardi di lire, da pagare estero su estero. Una cifra monstre: mai vista prima di allora una provvigione simile. La cosa, ovviamente, finì sui giornali (scoop fu del Mondo, il 17 ottobre 1979) e ne nacque un caso politico destinato a durare anni, che nell’immediato ebbe come effetto l’annullamento della fornitura di petrolio da parte dei sauditi.
Donato Speroni, giornalista, all’epoca responsabile delle relazioni esterne dell’ente petrolifero di stato, a trent’anni di distanza dagli eventi, ricostruisce passo per passo il caso in questo libro ricco di documenti, testimonianze in parte inedite e interviste. Lui stesso ammette che, dopo tanto tempo e dopo infinite inchieste del Parlamento e indagini della magistratura, ancora oggi non si può dire con certezza come andarono le cose. Chi tirò davvero le fila della trattativa fra l’Eni e la saudita Petromin e i rispettivi governi? E, soprattutto: chi avrebbe dovuto essere il destinatario della pantagruelica intermediazione?
L’aspetto più interessante, e più nuovo, del libro è lo studio mediatico che Speroni fa di quegli avvenimenti: l’analisi di come si comportarono i giornali seguendo l’affaire Eni-Petromin. Fin dall’inizio la voce dominante fu che i cento miliardi di lire dovessero solo in minima parte andare a reali mediatori esteri, essendo la fetta più consistente destinata a tornare in Italia, a favore di partiti politici impegnati in varie operazioni, prima fra tutta la conquista del Corriere della Sera. Ma non appena comparvero personaggi come Claudio Signorile e i lombardiani in guerra con Bettino Craxi per il controllo del Psi, Giulio Andreotti, i Servizi segreti, la P2, eccetera, i giornali smisero di raccogliere notizie da riportare nella loro essenzialità cronistica ai lettori, e divennero a loro volta protagonisti della vicenda. Ciascuna delle parti interessate riuscì a crearsi delle redazioni di riferimento cui fornire episodi, sospetti, insinuazioni certa di vederli pubblicati per colpire gli antagonisti. E così per anni, senza mai arrivare al bandolo della matassa, senza riuscire a stabilire chi davvero aveva fatto che cosa. Forse la nonna di tutte le tangenti è anche antenata di molta disinformazione, diventata una costante nei decenni successivi.

Il Foglio

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