L’ira funesta (e ignorante) di Bonito Oliva

REPLICA. Punta della Dogana vetrina delle collezioni di Pinault? Sciocchezze. Le accuse del critico sono lo specchio dell’autolesionismo italiano. Grazie al francese e alla Biennale, Venezia è l’unica città del mondo che coniuga antichità e contemporaneità

Ogni occasione è buona per il presidente dell’Accademia della Rosica professor Achille Bonito Oliva per usare al meglio l’italiano vulgaris. Così dopo le dimissioni della direttrice di Palazzo Grassi Monique Veaute, per la naturale conclusione di un ciclo con l’apertura di Punta della Dogana, ecco che il dr. Bo dell’arte italiana si scaglia contro François Pinault, l’imprenditore francese che ha investito decine di milioni di euro per ridare nuova vita ad uno degli edifici più spettacolari di Venezia, da 60 anni abbandonato. Nella sua tirata tourettiana, ecco le definizioni sprezzanti verso il sottoscritto e la sua collega Alison Gingeras, curatori dell’attuale mostra della collezione Pinault a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana. Secondo l’ira fumante del peloso Achille, siamo poveri servi di scena, non curatori o critici come lui. Siamo fortunati che in questa occasione il professore non ci ha paragonati a quelle che lui considera sotto categorie umane, tipo i camerieri o i filippini. Ma veniamo al nocciolo delle sue rimostranze. Pinault non fa vivere abbastanza gli spazi che possiede o gestisce. Mi chiedo, nonostante il bluff di Franco Miracco, portavoce del governatore Galan e consigliere della Biennale, che dice di avere investitori del calibro di Pinault per sostenere la fondazione Guggenheim, se questa avesse vinto la gara per Punta della Dogana, dove sono gli imprenditori nostrani con la visione del francese e, più che altro, la sua generosità.

Le accuse di aver usato Venezia e Punta della Dogana come vetrina per aumentare il valore della propria collezione sono sputate da chi non sa di cosa sta parlando, né conosce i valori in ballo del mercato dell’arte. Pinault come tutti i veri e grandi collezionisti, pur di avere un capolavoro del quale si è innamorato, è disposto a pagare ben al di sopra del valore che l’opera potrebbe in realtà avere sul mercato. Per ogni grande collezionista l’obbiettivo è il possesso dell’opera e quello che aggiunge al profilo della propria collezione, non il valore economico. Chi parla di speculazione parlando di grandi collezioni è ignorante.

Non va mai dimenticato poi, in questa valanga di sciocchezze che seguono la fine del mandato di Monique Veaute, che Pinault, oltre ad aver speso più di quaranta milioni di euro nel restauro a tempi di record di Punta della Dogana, ogni anno spende diversi altri milioni per la gestione dei due spazi veneziani, aperti dodici mesi l’anno. Grazie a Pinault e alla Biennale, che nonostante i sogni di golpe culturale del ministro Bondi continua a sfornare una programmazione eccellente, Venezia è l’unica città al mondo capace di coniugare il grande patrimonio antico con la migliore arte contemporanea. Bonito Oliva – al quale fu dato dal Comune di Venezia ugualmente e incomprensibilmente come contentino al suo patologico presenzialismo un posto nel comitato scientifico di Palazzo Grassi, nonostante avesse messo in imbarazzo il sindaco Cacciari con un’assurda e solo apparentemente salomonica decisione, come presidente della commissione per il bando della Dogana, di non assegnare né a Pinault né al Guggenheim la gestione dello spazio -, fa le bizze, accusa, minaccia di dimettersi e offende, perché avrebbe molto desiderato una fettina della visibilità ottenuta dall’apertura del nuovo spazio.

Incredibile rimane la capacità autolesionista del nostro Paese, che pur di non dare credito a chi di fatto ha centrato il proprio obbiettivo, Pinault, Tadao Ando, che è stato l’architetto del restauro, e il sindaco di Venezia, prova in tutti i modi a trasformare il successo di una città in una sconfitta. Ai salotti politici romani non va giù di non poter imporre le proprie strategie anche a Venezia. Miracco vuole cacciare la Francia, sostituendola con il Guggenheim, un’istituzione americana che nonostante i mille progetti del suo ex zar Thomas Krens in Europa, a parte Bilbao, non è mai riuscita a concludere molto e oggi versa in condizioni economiche non certo rosee.

Bonito Oliva, non sazio di avere l’onore di curare la prima mostra di “chiusura” del XX secolo in quello che dovrebbe essere un museo che guarda al futuro, il Maxxi, vuole dare la sua letale zampata anche ad un’istitituzione privata che non solo aggiunge valore alla città che la ospita, ma che ha tutto il diritto di farsi due calcoli prima di avventurarsi alla romana in avventure senza una vera logica. A farne le spese rimane Venezia, che dopo aver intravisto il futuro rischia ora di vederselo sgraffignare via da chi veramente non pensa altro che agli affari propri. Altro che Pinault, Christie’s e il gioco dell’arte.

Francesco Bonami

Il Riformista

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Una Risposta to “L’ira funesta (e ignorante) di Bonito Oliva”

  1. secester Says:

    Nessuno commenta perché non interessa a nessuno.

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