Che fine ha fatto il subcomandante Marcos?

Esce in questi giorni il libro-intervista “Punto e a capo” curato da Laura Castellanos

Tonino Bucci
Ancora pochi anni fa era un’icona. Il passamontagna che ne celava il volto era entrato, come si dice, nell’immaginario. E quanto alla persona sotto quel passamontagna, dall’identità (più o meno) misteriosa, incarnava agli occhi del movimento no-global la lotta di una comunità indigena contro lo sfruttamento delle multinazionali. Il subcomandante Marcos – di lui si parla – gli zapatisti e il Chiapas erano diventati nel giro di breve tempo il simbolo di un nuovo internazionalismo. Lo definirono il primo movimento di liberazione dell’era internet. Non del tutto a torto, c’era chi ne attribuiva il successo sulla platea mondiale proprio a un modo di comunicare completamente diverso da un certo linguaggio dottrinario tipico dei movimenti rivoluzionari del passato.
Nel corso degli anni il movimento zapatista si è scontrato con la dura realtà dei fatti si è logorato strada facendo tra esperienze di autogestione di piccole comunità, oltre i cui confini non è riuscito ad andare, e prove di accordi istituzionali, di volta in volta ottenuti a duro prezzo e puntualmente disattesi dal governo centrale messicano. Negli ultimi tempi l’attenzione internazionale si è smorzata e di loro, del subcomandante Marcos e degli zapatisti, non si è saputo più nulla. O quasi. Bene ha fatto Edizioni Alegre a pubblicare un libro-intervista al Subcomandante, Punto e a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (pp. 112, euro 13), in uscita in questi giorni. E’ una lunga conversazione scandita da brevi domande e altrettanto brevi risposte. Lunghi monologhi non ce ne sono. Il discorso toccca temi diversi: spazia dalle prospettive politiche del movimento zapatista a considerazioni generali sull’America latina. Non mancano digressioni sulle letture (dal classico Cervantes al contemporaneo Galeano) e sui film prediletti, sulla famigerata pipa e persino sulla vita privata e sentimentale, in contrasto tuttavia con un personaggio quasi insofferente della sua popolarità mediatica. Delle cose fatte fin qui, ne cambierebbe – dice – solo una. «L’aspetto mediatico. Magari… uno sforzo per concentrare meno l’attenzione sulla figura di Marcos, specialmente nei primi anni. Di fatto, poi, abbiamo cercato di rimediare, ma ormai era troppo tardi. Per esempio ora si considera la presenza o l’assenza dell’Ezln nei mass media come la presenza o l’assenza di Marcos. Su questo punto c’è un fallimento. Noi pensavamo di fare la cosa giusta quando ci siamo concessi all’esterno e alla stampa, dato che è stato così che si sono viste direttamente le comunità e si sono fatte numerose interviste. In quel modo s’è saputo che l’Ezln aveva una vera base sociale. Ciononostante molti mezzi di comunicazione l’hanno banalizzata, come in quel film sull’uomo bianco che si unisce agli indigeni, qual è il titolo? Balla coi lupi ! Ebbene questo è quanto vendevano alcuni media».
Tutto era cominciato il primo gennaio 1994, in coincidenza con l’ingresso del Messico nel Nafta, il Trattato di libero commercio stipulato assieme a Stati Uniti e Canada. Quell’accordo economico avrebbe comportato per i contadini messicani la concorrenza sleale dei prodotti nordamericani. Nello stesso giorno dell’entrata in vigore del patto qualche centinaia di indigeni armati e incappucciati occuparono sette capoluoghi dello Stato del Chiapas. Si presentavano come l’Esercito zapatista di liberazione nazionale, l’Ezln appunto – anche se la nascita del movimento datava a una decina d’anni prima. Si facevano avanti con rivendicazioni di tipo classico: terra, lavoro, cibo, salute, istruzione, democrazia, indipendenza. Ma soprattutto rendevano palese agli occhi dell’opinione pubblica occidentale – almeno per chi voleva vedere – un piano della politica mondiale spesso trascurato, anche a causa di un provincialismo patologico, che riguardava il rapporto tra comunità locali, Stato-nazione e poteri economici globali (sovranazionali). Gli zapatisti stavano lì a ricordare al pubblico occidentale (spesso, diciamolo, ignaro della storia altrui) la peculiarità di una nazione come quella messicana che comprende al suo interno la bellezza di cinquantasei etnie. «L’insurrezione indigena assumeva, dunque – scrive Laura Castellanos, autrice della prefazione al volume, puntualissima e documentata – una rilevanza di proporzioni uniche. La stampa si mosse alla volta di questa regione di origine maya, confinante con il Guatemala e con il maggiore tasso di mortalità infantile del Paese. Furono mobilitati oltre 3mila soldati, carri armati, aerei, elicotteri. L’Ezln si ritirò sulle montagne e laForza aerea messicana lo bombardò. Lo stupore iniziale della società civile si trasformò in solidarietà di massa. Il 12 gennaio del 1994 decine di migliaia di persone marciarono nella capitale per reclamare un cessate il fuoco al Presidente Carlos Salinas de Gortari, che si vide costretto a decretarlo, e il mese seguente aprì i negoziati di pace con la mediazione del Vescovo di San Cristobal de las Casas».
Fu solo l’inizio. Quella che a Ignacio Ramonet, direttore di Le monde diplomatique , dovette apparire come la prima espressione concreta della lotta alla globalizzazione, attraversò fasi alterne di negoziati e dure repressioni militari da parte del governo centrale – la più violenta delle quali fu quella di Acteal il 22 dicembre ’97, quando i paramilitari trucidarono 45 ndigeni, tra cui venticinque donne e quindici bambini.
E oggi? «Siamo passati di moda», dice il Subcomandante. «Siamo come nel 1993, ma alla rovescia. In quel momento stavamo preparando l’insurrezione senza mezzi, senza gente, senza attenzione, praticamente non esistevamo, mentre adesso è il contrario. Ora è il Governo che sta preparando l’attacco. Quello che cerca di fare è creare un vuoto mediatico, una persecuzione, iniziando a minare la situazione dall’interno, in modo che si crei un conflitto sociale artificioso, alimentato e coltivato, progettato a tavolino, e allora sì che entreranno le forze di Governo a mettere pace. La contraddizione fondamentale è che si tratta di un territorio militarizzato. Ci sono postazioni militari dovunque e grandi caserme». «Per il momento stiamo prendendo delle misure preventive e l’accordo è che l’Ezln non attaccherà perché rispetta la tregua, ma non resterà con le braccia incrociate se viene attaccato da chicchessia. Perciò viene ripetuto ai compagni che provino tutte le strade per arrivare a un accordo per non dover arrivare all’aggressione». Anche se l’esperienza passata ha lasciato il segno. «Eravamo d’accordo con gli intellettuali progressisti sul fatto che bisognava insistere sul canale politico e istituzionale». «Col pretesto del dialogo, ci sedevamo, parlavamo, ci mandavano a quel paese, tutto quello che si fa in queste occasioni e alla fine, dopo tanto tira e molla, vengono fuori gli accordi di San Andres e non si rispettano».

Liberazione

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