FACEVO BARBA E CAPELLI ALLA BANDA DELLA MAGLIANA (E A PASOLINI)

PARLA IL BARBIERE DI RENATINO DE PEDIS: VOLEVA LA RIGA A SINISTRA E LASCIAVA DELLE MANCE DA NABABBO (E UNA STRISCIA DI COCA) – SU EMANUELA ORLANDI MAI UNA PAROLA, MA IO ANDREI A SANT’APOLLINARE – PASOLINI SFIDÒ LA VIRILITÀ DEL “BRECCOLA”… E VINSE…

Claudio Marincola per “Il Messaggero

Del Salone di piazza Trilussa è rimasta solo la vecchia poltrona in ghisa e alluminio. Un pezzo raro, di quelli che ormai si vedono solo in certi film italo-americani. I clienti bussano, e lui li fa accomodare su quella seduta regale, come si farebbe con un vecchio amico. Gente a cui ha visto i capelli crescere e poi imbiancarsi e cadere. Di cui sa vita, morte e miracoli. Si sta lì, si aspetta il proprio turno, si guarda in tv un vecchio telefilm di Zorro.

Funziona così da quando, 8 anni fa, lui e suo fratello, tutti e due barbieri, come padre e nonno del resto, lasciarono il vecchio negozio e continuarono ognuno per proprio conto a lavorare a domicilio. Intorno non c’è Trastevere, non ci sono i vicoli, gli odori. Ma lo specchio rimanda le stesse immagini rassicuranti. Lui, che ora ha 73 anni e preferisce non leggere il suo nome sul giornale, che taglia i capelli ai clienti, tutti un po’ più vecchi.

«Da me venivano in tanti, e non è che mi mettevo a chiedere i documenti. Gente come Renatino De Pedis ma anche come Pierpaolo Pasolini o Bruno Trentin. Renatino lo conoscevo da quando era piccolo. Fui io a battezzarlo a Santa Dorotea. Ero amico dei suoi genitori. Il padre faceva il trasportatore. Uomo onesto. La madre Edda un giorno la portai di corsa in ospedale e d’allora diventammo amici di famiglia. Ma lei, mi perdoni, come li vuole sti’ capelli?»

Cortissimi, grazie. Metta pure il rasoio a 3 millimetri. E Renatino, il Dandi, come li portava?
«Era un tipo molto preciso, gli piaceva la scriminatura a sinistra e non si lamentava mai. Se trovava la fila non pretendeva d’essere servito per primo, a differenza di certi prepotenti. I dipendenti si facevano in quattro per servirlo. E lo credo bene: lasciava mance da 5000 lire, 10 volte quello che doveva pagare».

…e lei sempre lì, discreto. Mai una domanda di troppo.
«Scherziamo? Una mummia. Anche quando s’alzava dalla poltrona e andava sul retro. Non ho mai controllato cosa facesse ma lo sapevo. Tirava cocaina e lasciava sempre l’ultima striscia sul tavolo di ceramica. Poi tornava e diceva: “se qualcuno si vuole servire, prego…”»

Si servivano?
«Qualcuno accettava, dipendeva da chi c’era in quel momento nel negozio».

Mai una parola su Emanuela Orlandi?
«Mai. Ma lì c’è poco da dire, dipendesse da me andrei a vedere cosa c’è dentro quella tomba a Sant’Apollinare».

Ha qualche sospetto?
«No, dicevo per dire. Renatino non parlava mai, mica era scemo! Solo una volta fece un “pezzo” fuori dal negozio con Bruno Giordano, il calciatore, l’ex marito di Sabrina Minardi. Di lei Renatino era innamorato perso. E soprattutto gelosissimo. Sabrina, del resto, era ‘na favola, un fiore. “Lasciale la casa e sparisci”, urlò a Giordano, affrontandolo a brutto muso. Fu sufficiente».

Venivano anche altri della banda?
«Anni prima, certo. Veniva “Er Negro”, Franco Giuseppucci. Lo conoscevo già da ragazzino, da quando lavorava col padre al forno. Anche dopo, quando già maneggiava milioni, continuava a portare la pizza agli impiegati e al direttore della banca di piazza Sonnino. Un soggettone, Franco! La sera andava al Bar Lucchetti, a Sant’Egidio, a giocare al biliardo. Quando, però, voleva giocare pesante si trasferiva da Marisa, in piazza San Cosimato. Si giocava a zecchinetta.

Una volta Franco restò senza soldi e voleva puntare lo stesso. Gli altri protestarono. E lui: “Non ve movete, torno subito”. Tornò dopo 5 minuti con una valigia piena di soldi e li mandò tutti pe’ stracci (con le tasche vuote, ndr). Nel mio salone ne sono passati anche altri: “Er vòto”, (Amleto Fabiani,) e quelli dell’altra banda, “i pesciaroli”, da Enrico Proietti (“Er Cane”),a Mario Proietti (“Palle d’oro”)…è passata una vita».

Trentin e Pasolini?
«Il primo era un gran signore. Una volta gli chiesi una raccomandazione per mia figlia, e lui, allora segretario della Cgil, mi rispose: “Piuttosto chiedimi i soldi, ma questa cosa proprio no”. Peccato che poi assunsero tutti tranne mia figlia, che, detto tra parentesi, sta ancora a spasso».

«Pasolini era il periodo in cui girava con Maria Callas. Me lo portò Pippo Spoletini, capogruppo comparse e uomo di fiducia di Federico Fellini. Fuori dal negozio si formava la fila. Tutti volevano qualcosa, un lavoro, un posto, una parte in un film. Ai capelli ci teneva, si preoccupava se si sfoltivano o se cambiavano di colore. Mentre glieli tagliavo un giorno venne fuori la storia dell’omosessualità.

Un cliente gli chiese se conosceva “Er Breccola”, uno famoso per la sua, diciamo così, “virilità”. Pasolini si disse pronto ad accettare scommesse. So che il giorno dopo si videro in una trattoria in vicolo del Bologna».

Come finì?
«Diciamo che Pasolini vinse ma pagò lo stesso da bere a tutti

Dagospia

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Una Risposta to “FACEVO BARBA E CAPELLI ALLA BANDA DELLA MAGLIANA (E A PASOLINI)”

  1. mollate Says:

    Questo post è senza dubbio redatto nel migliore dei modi,
    così come tutto il il pagina web . Son un frequente affezionato,
    ottimo lavoro.

    maggiori suggerimenti disponibili a questo link

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