Grosso guaio al tempio khmer

Per la Cambogia appena entrata nel Comitato del Patrimonio Unesco si riaccende la disputa con la Thailandia per la sovranità su Preah Vihear

DANIELA FUGANTI
PHNOM PENH
Nella Cambogia che segue con emozione il processo al carnefice Duch, capo della famigerata prigione S21 e simbolo del terrore dei Khmer rossi (due giorni fa il tribunale per i crimini di guerra ne ha chiesto la condanna a 40 anni di prigione), ancora non si è spenta l’euforia per l’ingresso nel gruppo dei 21 Stati membri del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: «Una vittoria – confessa il vicepremier Sok An – che ci rende davvero felici, e ci fa sperare di poter alleggerire progressivamente il peso della povertà che ancora affligge la maggioranza dei nostri concittadini. Per andare in questa direzione, lo sviluppo del turismo culturale è indispensabile. Siamo eredi della grande civiltà di Angkor, l’ottava meraviglia del mondo. Dopo gli anni atroci del genocidio, 1975-79, il patrimonio nazionale è diventato il nostro principale punto di riferimento».

Al sito di Angkor, simbolo della rinascita della nazione cambogiana e già incluso nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco fin dal 1992, si è affiancato nel luglio 2008 il tempio di Preah Vihear, uno dei più spettacolari monumenti dell’antico impero khmer. Piazzato proprio al confine con la Thailandia, a picco sulla parete rocciosa della catena del Dângrêc, il santuario domina tutta la regione con una vista mozzafiato. È un luogo di ritiro spirituale, dapprima induista (alla sua fondazione nel IX secolo), poi buddista, ma ha sempre messo a dura prova la fede dei pellegrini a causa del difficile accesso. Proprio per la sua posizione inespugnabile, nel 1979 il tempio divenne l’ultima roccaforte dei khmer rossi. Sempre arena di azioni di guerriglia negli Anni 80 e 90, è rimasto chiuso al pubblico per quasi trent’anni.

Oggi thailandesi e cambogiani si fronteggiano nell’area che circonda il complesso religioso, alimentando una tortuosa disputa sulla sovranità che si è riaccesa quando la Cambogia ha chiesto all’Unesco di inserire Preah Vihear nel Patrimonio dell’Umanità. Un’annosa vicenda mai risolta, come sottolinea Sok An: «Già nel 2001 avevamo cominciato a preparare il dossier per portare a buon fine questa operazione. La cosa è durata tanto a lungo a causa dell’opposizione dei thailandesi, che contestavano la linea di frontiera tracciata nel 1904 fra la Francia, in veste di detentrice di un protettorato sulla Cambogia, e il Siam, come allora si chiamava la Thailandia. La questione finì alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che il 15 giugno 1962 emise il suo verdetto, situando il tempio sotto la sovranità cambogiana. Così il problema si sarebbe dovuto considerare risolto. Ma ora i thailandesi cercano di far accettare il confine tracciato in una carta geografica disegnata dagli americani ben dopo il 1962, e lungamente tenuta nascosta come segreto di Stato in quanto era stata utilizzata per le operazioni militari in Vietnam. La Thailandia vorrebbe applicare faziosamente le sue regole e occupare Preah Vihear con la forza, un po’ come fece Hitler invadendo la Cecoslovacchia con il pretesto che secondo lui faceva parte della Germania!».

Considerando il «valore culturale universale» dello straordinario monumento, il governo thailandese del Ppp (Partito del Potere del Popolo) di Thaksin, poi successivamente di Samak Sudarave e di Wongswat, aveva a un certo punto trovato una via di intesa. «Ancora nel maggio 2008 a Parigi – racconta Sok An – l’allora ministro degli Esteri thailandese Noppadon Pattana aveva firmato con il sottoscritto, in presenza dell’ambasciatore Francesco Caruso e della vicedirettrice generale alla Cultura dell’Unesco, Françoise Rivière, un accordo che confermava la sovranità cambogiana: questo accordo si sarebbe dovuto ratificare ufficialmente nel luglio 2008, alla 32ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale».

Senonché, nel giro di una settimana dalla riunione parigina, il ministro degli Esteri thailandese (che rischia oggi una condanna per alto tradimento), era costretto alle dimissioni, in quanto accusato di aver svenduto un pezzo di storia del suo Paese. Grazie alla pressione della destra nazionalista del Pad (Alleanza del Popolo per la Democrazia), il governo di Samak Sundaravej si vedeva obbligato a ritirare il sostegno ufficiale alla registrazione del tempio sotto la sovranità cambogiana.

La crisi politica è oggi più aperta che mai, dopo l’elezione nel dicembre 2008 del nuovo primo ministro thailandese, Abhisit Vejjajiva, portavoce dell’élite di Bangkok e dei militari: «Una parte dell’attuale governo – sottolinea Sok An – usa l’argomento del tempio per restare al potere. Quest’anno a Siviglia, alla riunione annuale del Comitato del Patrimonio Mondiale, Abhisit sosteneva che l’iscrizione di Preah Vihear sulla lista dell’Unesco avrebbe provocato la guerra e che quindi andava annullata».

Le «camicie gialle», schierate appunto con il governo, hanno invaso l’anno scorso l’aeroporto di Bangkok, bloccandolo per una settimana, mentre le «camicie rosse» commemoravano in settembre il terzo anniversario del colpo di Stato che aveva rovesciato l’ex primo ministro e uomo d’affari Thaksin Shinawatra, condannato per corruzione e costretto all’esilio. Adulato dai ceti rurali e popolari, ma detestato dalle élite tradizionali di Bangkok, provocatoriamente Thaksin torna oggi a comunicare con i suoi sostenitori thailandesi proprio dalla Cambogia, dove è ospite (nonostante le proteste del governo del suo Paese) del primo ministro Hun Sen che lo ha accolto con tutti gli onori e nominato, su decreto firmato dal re cambogiano Norodom Sihamoni, suo consigliere economico personale. «Thaksin può aiutare la Cambogia a diventare ricca come la Thailandia», ha dichiarato Hun Sen.

Nel frattempo, i due paesi hanno richiamato i rispettivi ambasciatori e la Thailandia ha cancellato il memorandum di intesa con la Cambogia su tutti i dossier in corso. La richiesta di estradizione di Thaksin, rivolta al governo cambogiano dal procuratore generale thailandese, appare, in questo contesto, come un atto puramente formale. Essendo stato destituito con un colpo di Stato, per il governo cambogiano Thaksin rimane il legittimo primo ministro della Thailandia, ed è un perseguitato politico.

C’è da aggiungere che un paio di anni fa venivano scoperti al largo delle coste cambogiane nuovi ricchissimi giacimenti di petrolio. A chi andranno le concessioni dell’oro nero? «La Thailandia ora non sembra più interessata – sottolinea Sok An – alla fruttuosa collaborazione che le avevamo a suo tempo proposto per approfittare insieme dei proventi». Usa e Cina sono già in lista. Rimane la questione: quanti dollari finiranno nelle tasche del popolo cambogiano, uno dei più poveri del pianeta?

 

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