Ingegner kamikaze

Dietro alla strage dell’11 settembre 2001 che ha sconvolto l’America c’era una sorta di insolito «politecnico islamista» nato sui monti dell’Afghanistan intorno a Osama bin Laden, rampollo di una dinastia di costruttori sauditi.
La mente dell’attacco, l’uomo che propose l’idea al leader di Al Qaeda e ne curò l’esecuzione, era l’ingegnere civile Khalid Sheikh Mohammed, laureato negli Usa. A guidare i dirottatori-kamikaze fu chiamato l’egiziano Mohamed Atta, fresco di studi analoghi ad Amburgo. In totale, su 25 terroristi coinvolti nella progettazione e attuazione degli attentati, risultano 17 quelli con un diploma superiore, di 14 dei quali si conoscono gli studi: otto, cioè il 57%, erano ingegneri.
Potrebbe essere una semplice coincidenza, se percentuali analoghe non comparissero esaminando il corso di studi di jihadisti di ogni parte del mondo. Ingegneri risultano avere ingrossato le fila di movimenti diversi tra loro come la Jemaah Islamiah asiatica, la Jihad Islamica egiziana o Hamas. Erano ingegneri quattro dei sei terroristi autori della strage di Bali del 2002 (202 morti) di cui si conoscono gli studi. Due dei tre fondatori di Lashkar e-Taiba, l’organizzazione fondamentalista sunnita attiva in Kashmir, erano professori di ingegneria in Pakistan. E tra le fila di un’entità sciita come Hezbollah abbondano esponenti in grado di progettare un ponte o una strada.
Sono dati che hanno attirato l’attenzione di due studiosi, Diego Gambetta e Steffen Hertog: dopo aver analizzato a fondo il fenomeno, hanno concluso che gli ingegneri «in proporzione sono presenti tra le tre o quattro volte più di quello che ci si aspetterebbe, rispetto ad altri laureati, tra i membri dei gruppi violenti emersi nel mondo islamico». Lo stesso Mohamed Game, l’uomo che il mese scorso ha cercato di far saltare una caserma a Milano, è laureato in ingegneria.
Gambetta, professore di sociologia al Nuffield College dell’Università di Oxford, e Hertog, esperto di Medio Oriente con cattedra a Parigi, hanno studiato un campione di 404 militanti di ogni parte del mondo, ricostruendo l’educazione di 284 di loro: 196, pari al 48,5%, risultano avere alle spalle studi superiori o universitari. E tra i 178 di cui è stato possibile individuare il tipo di laurea, il gruppo di gran lunga più consistente (78) è quello degli ingegneri, seguito dagli studi islamici (34) e dalla medicina (14).
Non si tratta, ovviamente, di una criminalizzazione a priori di chi preferisce le scienze applicate alle facoltà umanistiche. Ma Gambetta e Hertog, nel libro Engineers of Jihad che stanno per pubblicare per la Princeton University Press, sostengono che la casistica presenta sufficienti elementi per nuove chiavi di lettura su un fenomeno della nostra epoca. «I tratti che rendono inclini a aderire all’estremismo islamico – spiega Gambetta – sembrano trovarsi con più frequenza tra gli ingegneri. E non è un caso semplicemente di maggior reclutamento tra di loro solo per le doti tecniche». In gioco, secondo Gambetta, ci sono invece in primo luogo fattori legati alle condizioni sociali dei paesi da cui provengono. In Medio Oriente, per esempio, a radicalizzarsi sono spesso studenti intelligenti che faticano a trovare sbocchi professionali e vivono nella frustrazione.
Ma la realtà socio-economica e politica da sola non basta come spiegazione: conta anche l’impostazione mentale. «È chiaro che più di tanto non si può generalizzare, né scavare a fondo nella profondità umana», premette il sociologo torinese emigrato a Oxford, che oggi presenta i propri studi in una conferenza al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (Torino). «Ma ci sono tratti cognitivi e predisposizioni da tenere presenti, come l’intolleranza per il disordine, il timore dell’incertezza, la convinzione che le società dovrebbero funzionare come orologi, la scarsa simpatia per i compromessi». Tratti che emergono con più frequenza in un certo tipo di studi, come l’ingegneristica, e che sono stati osservati da tempo. Già Friedrich von Hayek, nel 1952, aveva individuato le peculiarità della mentalità degli ingegneri e il loro bisogno di un controllo razionale dei fenomeni, che può spingerli prima o poi a desiderare di imporre ad altri «l’ordine».
Il fenomeno nuovo, per Gambetta, è l’attrazione che dagli anni 70 ha esercitato su alcuni di loro la proposta di jihad islamista. «Gli ingegneri sono quasi assenti, come profilo, nei gruppi terroristici di estrema sinistra come le Brigate Rosse», nota il sociologo. Mentre compaiono con frequenza non solo nel mondo estremista islamico, ma anche per esempio in un’altra realtà amante dell’ordine come l’estrema destra americana.
In ultima analisi, guardando ai grandi numeri la probabilità che un ingegnere musulmano finisca per venir attratto dai movimenti fondamentalisti resta microscopica. «Ma è sempre tre o quattro volte maggiore di quella di un altro laureato», conclude Gambetta.

Marco Bardazzi per “La Stampa”

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