L’impero colpisce ancora

L’Economist in edicola da oggi riporta un servizio sull’Eni, raffigurata come “un altro Impero romano”. Due settimane fa il Foglio ha pubblicato un discorso dell’amministratore di Eni, Paolo Scaroni, in cui spiega che l’impresa si regge sui cinque pilastri che fecero grande Roma: standardizzazione, meritocrazia, integrazione, innovazione, comunicazione. Eccolo.

Pubblichiamo “La lupa e il cane a sei zampe”, la lectio magistralis tenuta venerdì 13 novembre dall’amministratore delegato dell’Eni in occasione del ricevimento del diploma Mba honoris causa in International business alla Mib School of Management di Trieste. Scaroni è stato premiato da Enrico Tomaso Cucchiani, presidente MIB, presidente del consiglio di amministrazione di Allianz e membro del cda UniCredit.

Buona sera a tutti. Mi fa molto piacere essere qui e ringrazio l’amico Enrico Cucchiani per avermi invitato fra voi.
Una delle ragioni del successo di questa scuola è quella di aver scelto fin dall’inizio l’internazionalità come sua caratteristica distintiva.
Oggi più che mai dire “international business” è quasi tautologico: in molti settori, compreso il mio, quello del petrolio, il business o è internazionale o non è.
Per la verità tutta la mia vita di lavoro è stata internazionale. Non vi voglio annoiare sciorinando il mio curriculum, ma il mio primo lavoro è stato in Italia con la Chevron, la grande società petrolifera americana. Poi sono cominciate le mie peregrinazioni. Ho studiato negli Stati Uniti e ho vissuto, oltre che in Italia, in Francia, Venezuela, Argentina e Inghilterra, sempre lavorando per grandi società multinazionali. Da qualche anno sono tornato alle origini, nel mondo del petrolio, seppure con compiti un po’ ampliati, e ho il privilegio di lavorare in Eni, la società italiana più globale.
E’ per me un vero onore ricevere il master in International business, di cui mi fregerò con orgoglio. Quando qualche settimana fa mi sono posto il tema della lectio magistralis da tenere stasera, avevo deciso di parlarvi di energia; un argomento quanto mai attuale e sicuramente internazionale. Ho poi pensato che questo master non riguarda l’energia ma la gestione di business internazionali. Da qui la decisione di parlarvi di management, e in particolare del management di grandi aziende globali come Eni. La gestione delle aziende globali è un tema complesso e di grande interesse anche accademico, e, per trattarlo, sono stati versati fiumi di inchiostro. Volendo sintetizzare il mio pensiero, mi sembra di poter dire che le grandi aziende internazionali di successo, in qualunque settore operino, utilizzano per la loro gestione cinque semplici principi.
1. Il primo è la standardizzazione nell’organizzazione: le aziende di successo si dotano di schemi organizzativi chiari e ben definiti, e operano utilizzando processi chiari e ben definiti. In una grande azienda tutto non può che essere standardizzato. Ci deve essere un solo modo per fare ogni cosa, ed ogni cosa deve essere fatta in un solo modo.
2. Il secondo pilastro della grande azienda riguarda la meritocrazia: le organizzazioni di successo sanno individuare le persone eccellenti, premiarle e farle crescere.
3. Terzo, l’integrazione: l’azienda globale deve essere un melting pot che aggrega persone con esperienze, capacità e culture diverse intorno a un obiettivo comune, valorizzando le differenze ma preservando l’identità e i valori aziendali.
4. E poi il quarto pilastro importantissimo, l’innovazione. L’innovazione è il motore dell’impresa che deve saper cambiare velocemente per adattarsi alle esigenze di un mondo in continua evoluzione. Anzi la grande azienda globale di successo anticipa i cambiamenti, innovando sia nei prodotti che nei servizi, creandosi nuovi mercati.
5. E infine il quinto principio, la comunicazione. In particolare la comunicazione interna, quella rivolta agli uomini e le donne dell’organizzazione è il turbo del motore della grande azienda. Solo comunicando e coinvolgendo tutti nelle scelte e nei traguardi aziendali si conquistano i cuori e le menti. Mi trovo ogni tanto a dibattere di questi temi in incontri internazionali e, quando sono l’unico italiano al tavolo, provo una certa soddisfazione nel ricordare che questi cinque pilastri del management non li hanno inventati gli americani e nemmeno gli inglesi, che con la compagnia delle indie si sentono i precursori delle multinazionali di oggi. Le regole per la gestione delle grandi organizzazioni internazionali le abbiamo inventate noi, proprio noi, con l’impresa internazionale di maggior successo nella storia del mondo: l’Impero romano. Un Impero durato mille anni, che si estendeva dalla penisola iberica alla Persia, dalla Gran Bretagna al Nilo. Anche qui a Trieste, o forse dovrei dire Tergeste, ci sono segni della presenza di Roma; l’arco di Riccardo, il foro sul colle di San Giusto, il teatro alle pendici del colle. Ma se l’Impero era grande, la sua rete di rapporti commerciali era sconfinata. Sono state rinvenute brocche, medaglie e monete romane perfino in Cina e in Vietnam.
Questa millenaria impresa di espansione si basò su cinque pilastri. Proprio gli stessi cinque pilastri che sono alla base del successo delle grandi imprese globali.
1. Il primo: la standardizzazione. La standardizzazione, che oggi le imprese globali perseguono con forza e determinazione, e’ stata inventata a Roma. Già la Repubblica era una macchina che oggi chiameremmo process driven: un’organizzazione nella quale i processi regolavano tutte le attività rilevanti, imponendo standard chiari in tutte le regioni dell’Impero.
Ad esempio le strade. Che fossero in Inghilterra, in Africa, o qui come la Flavia, le strade romane erano tutte uguali: diritte, larghe dodici piedi e con una pietra a destra per marcare ogni miglio. Anche per lo scartamento dei carri che transitavano sulle strade dell’Impero vigeva uno standard. Questo perché a lungo andare i carri scavavano solchi nel terreno, rendendo impossibile il transito di carri di dimensioni diverse.
Se questo vi ricorda le discussioni per uniformare gli scartamenti ferroviari europei, avete proprio ragione. Sembra che i solchi lasciati dai carri romani fossero il modello utilizzato da George Stephenson, il padre delle ferrovie moderne, per lo scartamento di 1.435 mm della linea Stockton-Darlington, costruita nel 1821. Questa misura è poi stata adottata come standard in gran parte delle ferrovie del mondo.
Ma non erano solo le strade fisiche ad essere standardizzate. Anche la strada di coloro che intraprendevano la carriera politica era scandita, non da pietre miliari ma dal cursus honorum che contemplava un susseguirsi di incarichi militari e politici con una tempistica ben determinata.
Roma entrava con prepotenza anche nella sfera privata, imponendo regole valide per tutti. La famiglia sarà forse un’istituzione naturale, ma furono i romani a trasformare il matrimonio in un contratto con effetti giuridici. Più moderni di noi, offrivano un matrimonio à la carte con quattro tipi di unioni, da quella che prevedeva l’indissolubilità del matrimonio a quella che escludeva la comunione dei beni. Al riguardo i romani non mancavano di visione. Duemila anni prima dei Pacs francesi, dei Dico italiani e delle esperienze californiane, le coppie di fatto erano riconosciute attraverso l’usus, istituto che conferiva i doveri e i diritti della coppia sposata a coloro che convivevano da più di un anno.
I romani erano poi consci del fatto che avere regole chiare è necessario ma non sufficiente. L’altro requisito era avere la certezza della pena per chi trasgrediva. E qui non si scherzava, almeno in campo militare. Se una coorte – unità di 600 persone, una decima parte della legione – non obbediva agli ordini, scattava la decimazione, quella feroce punizione descritta da Tito Livio. La coorte veniva divisa in gruppi di dieci legionari e ciascun gruppo sceglieva a sorte un membro che veniva ucciso dai commilitoni a bastonate. Inutile dire che anche i sostenitori più convinti della severità troverebbero questa pratica un po’ eccessiva.
2. Anche la meritocrazia, cosi’ importante per il successo aziendale, fu uno dei pilastri su cui Roma costruì il suo successo. Con una grande popolazione di etnie diverse, un gran numero di poveri e un piccolo esercito, si potrebbe immaginare che Roma fosse continuamente preda di rivolte ed insurrezioni popolari. E in effetti quando ciò accadde, fu la fine dell’Impero. Ma, per molti secoli, la percezione che la società premiasse il merito contribuì a creare un clima tranquillo e operoso.
La politica di Roma era basata su un sistema che permetteva alle eccellenze di emergere. Durante la Repubblica, la progressione nel cursus honorum era consentita solo a fronte di risultati tangibili. Uomini del calibro di Cicerone, seppure non fossero di famiglia nobile, poterono così diventare consoli. Che la Repubblica romana fosse meritocratica è connaturale alla forma di governo. Ciò che sorprende di più è che Roma riuscì a continuare a essere meritocratica anche durante l’Impero, attraverso l’istituto dell’adozione. Molti imperatori non scelsero il loro successore tra gli eredi naturali. Preferirono invece designare alla successione il più meritevole e capace di governare, che veniva adottato come figlio. Questa Roma meritocratica aveva come protagonisti pubblici e visibili gli uomini. Le donne giocavano un ruolo cruciale, ma all’ombra dei loro padri, mariti e amanti. In almeno un caso però abbiamo evidenza del vero potere esercitato dalle romane.
Per assicurarsi l’abrogazione della lex oppia, legge promulgata durante la seconda guerra punica per limitare il consumo di beni di lusso femminili, le donne scesero in strada. Bloccarono gli accessi al foro e picchettarono le case dei tribuni a loro sfavorevoli. L’epilogo di questa lotta fu scontato.
La meritocrazia romana non era certo perfetta. Ma relativamente alle altre civiltà dell’epoca, è sorprendente quanto Roma fosse aperta al merito e pronta a coglierlo dovunque si trovasse.
E questo ci porta al terzo principio alla base del successo romano.
3. L’integrazione: Roma era aperta al merito e alle buone idee, anche quando nascevano al di fuori delle mura cittadine.
La stessa sopravvivenza dell’Impero si basava sulla capacità di integrare e assimilare culture diverse. La forza non sarebbe certo bastata. L’esercito romano era piccolo, dicevamo: contava circa 150 mila uomini rispetto ad una popolazione governata di 70 milioni di persone. Il vero segreto di Roma era la capacità di convincere milioni di etruschi, celti, illirici, cartaginesi e così via, a voler diventare cittadini romani e condividere la missione, i valori e i benefici della città eterna.
L’integrazione di tutti i cittadini dell’Impero, combinata al sistema meritocratico, diede ad alcuni ex barbari la possibilità di fare una carriera straordinaria. Tre dei più grandi imperatori romani erano di origini straniere: Traiano era spagnolo, Diocleziano croato e Costantino serbo. Settimio Severo, che regnò nel Secondo secolo dopo Cristo e al quale dobbiamo i magnifici resti romani di Leptis Magna e Sabratha, era libico e fu il primo imperatore nero.
Roma non assimilava soltanto uomini ma anche idee, know-how e conoscenze tecniche. Dalla Grecia, Roma importò una grande parte della lingua e della cultura, incluso un nutrito gruppo di dei, le sofisticate tecniche militari e – grande smacco per noi italiani – la cucina. Non a caso si dice che “Graecia capta ferum victorem cepit”: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore. Ma anche altri popoli conquistati diedero il loro contributo: dagli etruschi, Roma apprese la scienza agronomica e l’arte della lavorazione del bronzo. Le armi romane furono forgiate grazie al know-how spagnolo nella metallurgia, mentre i fenici insegnarono le tecniche della costruzione navale e della navigazione. Questa propensione all’assimilazione di uomini e idee presuppone anche una cultura aperta al cambiamento. E questo ci porta al quarto pilastro del successo di Roma.
4. L’innovazione. Così come le aziende se non innovano si inaridiscono, l’apertura di Roma al cambiamento forniva nuova linfa al suo successo.
Le innovazioni introdotte dai romani in tutti i campi, dalle infrastrutture alle tecniche militari, dall’arte alla medicina, sono troppo numerose anche solo per elencarle.
Vorrei però, visto che siamo in una International school of management, soffermarmi sulle innovazioni che i romani apportarono alla finanza.
L’economia della Repubblica romana era dotata di pochi strumenti finanziari: il prestito contro pegno e soprattutto l’usura.
Nei secoli però, la finanza innovativa fiorisce: a Roma dobbiamo la cambiale (permutatio), la stipula di contratti a termine per le commodities (vendito spei) le prime società per azioni, chiamate partes, vocabolo del quale l’inglese shares è un calco. Da Roma abbiamo anche ereditato un’innovazione meno piacevole: la tassazione organizzata e il diritto tributario. Tant’è vero che la parola inglese levy, tassare, viene dal romano levare, nel senso di alleggerire. Le tasche beninteso. Anche il concetto di moneta unica ci giunge da Roma: in tutto l’Impero circolava il denario, avo del nostro recente euro. Il denario allora, come oggi l’euro, era il perno della stabilità economica dell’Impero, nello stesso modo nel quale meritocrazia e integrazione erano le basi della stabilità politica e sociale.
Ma se standardizzazione, meritocrazia, integrazione e innovazione erano i pilastri del sistema romano, la comunicazione ne costituiva il tirante di sostegno.
5. La comunicazione dei valori di Roma, dei suoi eroi e dei suoi successi era la leva cruciale per la creazione di una cultura condivisa.
I romani allora, come le aziende di successo oggi, capivano l’esigenza universale dell’uomo di sentirsi parte di un disegno più ampio. Capivano che un’organizzazione non deve solo fare, ma deve raccontare quello che fa in modo che tutti si sentano coinvolti e partecipi.
La comunicazione avveniva attraverso i media dell’epoca: l’arte e la letteratura. L’Eneide ha una forte componente di propaganda pro romana e pro Augusto. Le statue dei generali mostrano teste magnifiche, ricciute, sagge e serene.
Altro organo di comunicazione erano gli acta diurna, i giornali di 2500 anni fa. Questi venivano redatti ogni giorno ed esposti in luogo pubblico su tavole imbiancate. Venivano anche copiati, diffusi nelle province e portati alle varie guarnigioni dell’esercito. Dopo un certo tempo le tavole venivano rimosse e conservate con altri documenti pubblici per essere disponibili a scopo di ricerca.
Non ultimo, l’Impero comunicava attraverso i momenti di svago. I giochi romani erano un modo di celebrare le vittorie dell’Impero e la sua potenza. Pensate che i gladiatori venivano travestiti da barbari, con armature esotiche ed elmi che ricordavano quelli dei galli, in modo che le loro lotte  sanguinose ricordassero agli spettatori la superiorità romana. I giochi servivano poi a costruire il consenso e mostrare la generosità degli imperatori nei confronti del popolo.
A uno spettacolo sponsorizzato da Augusto, un romano poteva vedere 625 coppie di gladiatori. Traiano fece ancora di più, organizzando diecimila coppie di gladiatori per celebrare la sua grande vittoria contro i daci. La comunicazione – intesa come informazione e propaganda, ma anche come trasparenza – era una leva che i romani usavano con grande efficacia per motivare i cittadini dell’Impero, assieme alla standardizzazione, alla meritocrazia, all’integrazione e all’innovazione.
Questi erano i cinque pilastri sui quali si fondava l’organizzazione internazionale dell’Impero romano.
Bene, gli stessi principi valgono ancora per chiunque si trovi a gestire oggi un’organizzazione internazionale come un’azienda globale.
Mettere in pratica questi principi non è facile. Richiede applicazione, disciplina, coraggio.
Noi italiani, che di quei formidabili romani siamo i discendenti, queste qualità le abbiamo da qualche parte nei nostri cromosomi. E’ il momento di recuperarle e utilizzarle per uscire dalla crisi e ricominciare a primeggiare nel mondo.
Se l’abbiamo fatto una volta possiamo rifarlo.

di Paolo Scaroni

Il Foglio

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Una Risposta to “L’impero colpisce ancora”

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