Quo vadis Iran?

L’analista israeliano Daniel Bavly cerca di analizzare le ragioni che hanno determinato le numerose incomprensioni fra Iran e Occidente

La memoria è corta, e sono in pochi quelli che ricordano che nel 1951, con un’elezione aperta e democratica, fu eletto primo ministro dell’Iran il famoso Mohammed Mossadegh. Poco dopo, con decreto governativo egli nazionalizzò la compagnia petrolifera anglo-iraniana (oggi conosciuta con il nome di British Petroleum). Tale azione fu considerata totalmente inaccettabile dagli inglesi, che stavano assistendo allo sfaldamento del proprio impero coloniale. Essi, aiutati dagli americani, con un golpe organizzato dalla CIA, rovesciarono Mossadegh e fecero tornare dall’esilio lo Shah Reza Pahlavi.

Nel corso dei 26 anni successivi, lo Shah divenne notoriamente corrotto e oppressivo con la popolazione, alimentando così l’ostilità e l’odio nei suoi confronti. Nel 1978 l’insorgere della Rivoluzione Islamica era ormai evidente, e nel gennaio dell’anno successivo lo Shah lasciò il paese. Poco dopo, lo stato fu dichiarato “Repubblica Islamica” e alla sua guida si impose l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Essendo ancora vivo nella memoria il ricordo del colpo di stato del 1953, i rapporti fra la nuova amministrazione iraniana e Washington sono rimasti tesi nel corso degli ultimi 30 anni. Sono dovuti passare 55 anni prima che il presidente Barack Obama riconoscesse, nel discorso tenuto al Cairo il 6 giugno 2009, che “ nel mezzo della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel rovesciamento del governo iraniano, democraticamente eletto”. Eppure al danno  non si è ancora  posto rimedio.

Fra coloro che sono preoccupati dalla minaccia di un eventuale uso di armi nucleari contro Israele, solo pochi sono consapevoli del fatto che lo stato ebraico non è fra i primi obiettivi della Repubblica Islamica in ordine di priorità. I leader iraniani non dimenticano che nel corso degli otto anni di guerra a cui diede inizio l’Iraq nell’estate del 1980, l’Iran fu colpito da attacchi che contemplarono l’uso di armi chimiche. Se a ciò si aggiungono le vittime causate dalla guerra “convenzionale”, si può stimare che i caduti siano stati  centinaia di migliaia.

Sia i russi che gli americani erano al corrente dell’uso (illegale) di armi chimiche da parte dell’Iraq, eppure né l’ONU né il resto del mondo fecero passi concreti per impedirlo. Dopo aver scoperto che gli americani non avrebbero permesso la caduta del regime di Saddam Hussein, ancora più grave agli occhi del governo iraniano fu la scoperta che essi fornivano supporto a livello di intelligence, e non solo, agli iracheni.

Quando, nel maggio 1987, un aereo iracheno attaccò la USS Stark causando 37 vittime americane, la risposta da parte americana fu debole, e ciò incoraggiò Saddam Hussein a ritenere di essere più forte. Dopo qualche tempo, nell’aprile del 1988, gli americani lanciarono un’imponente operazione navale che neutralizzò le piattaforme petrolifere iraniane Sassan e Siri, e affondò una nave da guerra iraniana. Successivamente, le Corte Internazionale di Giustizia rifiutò la richiesta iraniana di risarcimento, ma sottolineò che l’attacco americano non era giustificabile. Nel luglio 1988, un missile lanciato dalla USS Vincennes abbatté un airbus iraniano, uccidendo i 290 passeggeri che si trovavano a bordo.

Malgrado la profonda diffidenza, l’avversione, e l’atteggiamento critico dei leader della Repubblica Islamica nei confronti degli Stati Uniti nel corso degli ultimi trent’anni, le amministrazioni a Washington, e gli altri governi occidentali, non hanno mai seriamente tentato di stabilire un clima di graduale fiducia reciproca, e in ultimo relazioni cordiali con Teheran, in modo da contribuire a ridurre le evidenti e ormai durature tensioni regionali.

Sebbene non si possa stabilire con esattezza in quale momento la leadership iraniana abbia deciso di procedere allo sviluppo di un programma nucleare a scopo bellico, la decisione è stata presumibilmente presa come conseguenza delle grosse perdite subite a causa della guerra chimica condotta dagli iracheni contro di loro, col nullaosta internazionale. Fu allora che i leader iraniani decisero che, di fronte a eventuali futuri conflitti armati, essi non si sarebbero più trovati impotenti, e iniziarono ad istruire i propri scienziati a produrre armi di distruzione di massa.

Al momento, non è chiaro in che modo gli iraniani utilizzeranno questa loro nuova forza, una volta raggiunto l’obiettivo di produrre armi nucleari. L’Iran può sicuramente affermare di essere circondato da un buon numero di potenziali minacce, che giungono principalmente dai paesi confinanti. E gli iraniani sono ovviamente diffidenti, di fronte alle intimidazioni che il primo ministro e gli altri leader israeliani rivolgono a questa nuova potenza che potrebbe  minacciare l’esistenza stessa di Israele. Le bellicose affermazioni del presidente iraniano Ahmadinejad  sono state fonte di preoccupazione non solo per Israele, ma anche per gli altri leader occidentali. Esse certamente non hanno contribuito alla sicurezza dell’Iran. 

In una previsione a lungo termine, sarebbe incoraggiante tener presente che negli ultimi decenni l’Iran non ha mai intrapreso azioni ostili contro i paesi vicini. Inoltre, l’Iran può vantare, in misura maggiore rispetto ad alcuni paesi vicini, un’impressionante storia di cultura e di civiltà. Gli iraniani sono un popolo che va fiero della propria storia, e a suo modo desideroso che essa venga riconosciuta anche dall’Occidente. Sarebbe consigliabile che gli Stati Uniti, l’Europa e Israele riconoscessero queste qualità, e cercassero un modo per promuovere la coesistenza, la cooperazione, e degli strumenti in grado di garantire la pace e rapporti amichevoli da entrambe le parti.

Gli incontri avvenuti nelle ultime settimane tra l’Iran e l’Occidente sono stati intensi, ma finora inconcludenti. Sarebbe augurabile che Washington riesca a trovare il modo di convincere Teheran della sincerità del proprio impegno a smorzare le tensioni, e che nel far ciò riesca a rivolgersi ai leader iraniani con il rispetto che essi si attendono.

Daniel Bavly ha combattuto nella guerra di indipendenza israeliana; analista finanziario, giornalista e membro di diverse società ed organizzazioni, è autore di diversi libri sulla storia e sulle relazioni internazionali di Israele

Medarabnews

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