L’intellettuale palestinese rompe il tabù. La Spianata ? Sacra prima agli ebrei

GERUSALEMME — L’invito alla prima era una mail inviata con largo anticipo. E a largo rag­gio: «In occasione della presentazione della raccol­ta di ricerche storiche ‘Dove Cielo e Terra s’incon­trano’, presso L’École Biblique di Gerusalemme, in­terverranno gli autori…». Un’occasione: non sem­pre capita che vicino alla Porta di Damasco si trovi­no a discutere studiosi israeliani e palestinesi. Un’occasione unica: fra quegli autori, era annuncia­to anche Sari Nusseibeh. L’Amos Oz arabo. La co­scienza di Gerusalemme est che mai tace. O quasi mai: rispettoso del pubblico accorso, Nusseibeh non ha declinato l’invito. S’è presentato puntuale nel giardino dell’École. S’è accomodato in platea. Ma quand’è venuto il suo turno, chiamato a spiega­re il capitolo che aveva scritto, dove sostiene quel che nessun arabo sosterrebbe e cioè che gli ebrei hanno più d’una ragione per celebrare la lo­ro memoria nel cuore di Gerusa­lemme, lì Nusseibeh ha esercita­to il diritto al silenzio. Riluttan­te. Forse spaventato. Ha sorriso, s’è protetto con una mano, se l’è cavata con quattro parole — «mi spiace, non posso» — e se n’è an­dato.

Ha detto l’indicibile, il professor Nusseibeh. Il suo studio s’intitola «Al-Haram Al-Sharif», come i musulmani chiamano la Spianata delle Moschee e il luogo dell’assunzione in cielo del Profeta, lo stesso che per gli ebrei è il Monte del Tempio, l’angolo di mondo più conteso fra le grandi religioni. Nusseibeh — presidente dell’Al Quds University, «il palestinese più pericoloso della Terra» secondo la definizione (e l’omaggio) d’un destrorso israeliano come Reuvlen Rivlin — in poche decine di pagine ar­gomenta una tesi rivoluzionaria e senza preceden­ti, per la bocca che l’esprime: c’è un legame storico e documentato fra gli ebrei e la Spianata, dice, la tradizione biblica va riconosciuta, così com’è inne­gabile l’esistenza del Tempio in quel punto. E i mu­sulmani? Per Nusseibeh, Maometto giunse dov’è ora l’Al Aqsa proprio perché era già una città sacra agli ebrei e ai cristiani, «il suo viaggio aveva lo sco­po di fondere Ebraismo e Islam, unire tutti i veri fedeli dell’Unico Dio». Naturalmente, nel saggio si dice pure che tutto questo non giustifica l’atteggia­mento degli ebrei ultraortodossi quando respingo­no il culto della Spianata. E non può passare nem­meno «il reciproco rifiuto dell’archeologia dell’al­tro » che quotidianamente si consuma sulle pietre di Gerusalemme.

Ma per qualcuno, su quel libro c’è già scritto troppo. Ci sono state minacce di morte di fonda­mentalisti islamici, dicono i colleghi, soprattutto per la collaborazione accademica con un istituto israeliano, Yad Ben Zvi: ecco spiegata la ragione del silenzio all’École, il rifiuto d’interviste, nono­stante una delle collaboratrici dello studioso, Hoda Rajani, s’af­fanni a spiegare che «il professo­re non ha voluto parlare solo per­ché era un po’ stanco». A 60 an­ni, questo sì, Nusseibeh è stan­co.

Siriano di nascita, di ricca fa­miglia terriera, studi a Oxford e Harvard, moglie inglese, ha im­pegnato il suo rispettato nome nelle battaglie più scomode: rap­presentante dell’Anp a Gerusa­lemme, quand’era da raccoglie­re l’eredità di Faisal Husseini, e contemporaneamente vicino ai laburisti di Ami Ayalon; docen­te alla Hebrew University e in­tanto anima della Bir Zeit, l’uni­versità delle intifade; avverso ad Arafat e, insieme, primo a dialogare con la destra Likud; accusato dagl’israeliani, e per questo incarcerato, e aperta­mente contrario alla strategia dei kamikaze; vicino a Peace Now e intanto malmenato nei vicoli bui della casbah… Osa spesso verità scorrettissime: «Gerusalemme è persa — disse l’anno scorso, facendo imbestia­lire Abu Mazen —. Gaza è per­sa. C’è rimasta solo Ramallah. In un panorama di corruzione e d’inefficienza». Rompere il tabù dei tabù, ora, gli costa in tran­quillità. Ma è una catarsi: «Mi sento prigioniero di Gerusa­lemme — è la sua idea — e pia­no piano me ne voglio liberare. L’enfasi dei simboli e delle pie­tre ha ridotto al minimo le persone». Il Monte del Tempio, ma anche il Santo Sepolcro: da secoli, su mandato ottomano, è alla famiglia Nusseibeh che spetta aprire e chiudere il portone di legno della Basilica, ogni giorno. Una volta, la chiave del luo­go santo l’ha maneggiata anche lui. Ma per poco. Il professore, lo ritrae il giornale Ma’ariv , ha solo un modo per sopravvivere dove Cielo e Terra s’in­contrano: scrivere e poi svanire, perché un bel ta­cer non fu mai scritto.

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

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