I «due» conflitti, le amnesie degli italiani

Non siamo più in molti ad avere ricordi diretti della seconda guerra mondiale. La memoria collettiva, la somma delle memorie individuali, rischia di diventare sempre più debole, lasciando il posto alle ricostruzioni storiche, in cui qualcosa della realtà vissuta va inevitabil­mente perduta. È importante perciò ogni invito a fissare sulla carta i ricordi di quegli ormai lontani avvenimenti. Ma per i popoli avviene come per gli individui: i ricordi più sgradevoli vengono in parte rimossi, in parte rielabo­rati. È stato così anche per la seconda guerra mondiale e non solo per l’Italia. I lettori del Corriere della Sera hanno ricordato finora solo ciò che avvenne a partire dai grandi bombardamenti subiti dall’Italia settentrionale nell’autunno del 1942. Cos’ era avvenuto prima? Che cosa pensavamo, che cosa face­vamo? Perché non ricordare anche le illusioni nutrite all’ inizio del conflitto? Soprattutto quando, dal 20 maggio al 10 giugno 1940, le straordinarie vittorie dell’esercito tede­sco sul fronte francese – come testimoniano i documenti d’archivio, dalle relazioni dell’Ovra alle moltissime lettere intercettate in quei giorni dalla censura-, credemmo qua­si tutti che la guerra sarebbe stata facile e breve?

La caduta della Francia, le difficoltà dell’Inghilterra fecero ritenere che presto la guerra sarebbe finita con la nostra vittoria. Ci sentivamo una delle maggiori potenze mondiali e ne eravamo orgogliosi. Qualcuno ricorda quei giorni? Le ma­nifestazioni studentesche, l’indifferenza con cui si affron­tarono i primi sacrifici nella certezza che sarebbero termi­nati presto? Non eravamo diventati di colpo tutti fascisti, ma l’entusiasmo contagiò anche gli afascisti, gli indiffe­renti e persino qualche antifascista: non era in guerra sol­tanto il regime, ma la patria. E molti, persuasi dalla propa­ganda, erano convinti che quella era la guerra dei popoli poveri, come il nostro, contro i «popoli ricchi», contro l’imperialista Inghilterra «dai cinque pasti». A scuola scri­vevamo temi infiammati di patriottismo, a casa avevamo cartine su cui seguire le avanzate imminenti delle nostre truppe. La «guerra immaginata» durò pochi mesi, fino all’attacco alla Grecia e all’arrivo del pri­mo inverno con poco carbo­ne e poco cibo. Ma anche quei mesi devono far parte della memoria. Se un popo­lo vuole essere rispettato e considerato forte, non può essere «dimezzata». Ho visto che è vivo il ri­cordo degli spezzoni incen­diari. Nei primi mesi della «guerra immaginata», e per qualche tempo anche dopo, si ordinò che a ogni piano degli edifici ci fossero cassette piene di sabbia, dalle misure burocraticamente prescritte, e si distribuirono opuscoli in cui si spiegava che, in caso di caduta degli spezzoni (che sviluppavano l’elevatissima temperatura di 1800 gradi) bisognava afferrarli per un’estremità e gettar­li nella sabbia. Fu disposto anche che si collocassero reti metalliche nei sottotetti, per raccoglierli se avessero buca­to il tetto.

Era uno dei modi con cui, in quei mesi iniziali, ci preparammo alla guerra (ci insegnarono anche a fabbri­carci rudimentali maschere antigas (quelle vere costava­no troppo) bucherellando il fondo di scatole di conserve di pomodori e tappezzandolo con garza imbevuta d’ac­qua. E in una memorabile riunione di capi militari Musso­lini assicurò che non era necessario far suonare sempre le sirene, perché gli inquilini dell’ultimo piano di ogni edifi­cio avrebbero sentito arrivare gli apparecchi e, con il loro scalpiccio, avrebbero avvertito quelli del piano sottostan­te e così via. Così, con allegra incoscienza, entrammo in guerra, so­gnando un futuro di grande potenza. Le prime sconfitte, la fame, l’arrivo dal fronte delle prime bare, ci fecero capi­re che la guerra era soprattutto sofferenza. Ma ci ridestam­mo del tutto dai nostri sogni di gloria soltanto nell’autun­no del 1942, alla fine di un’estate che aveva visto le con­quiste militari della Germania, del Giappone e dell’Italia raggiungere la massima espansione, e iniziarono le ritira­te. Ed è da quel momento che cominciammo a coltivare i nostri ricordi. Perché cercare di cancellare gli anni prece­denti dalla storia, degli individui e della nazione?

di AURELIO LEPRE

Il Corriere della Sera

Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: