VUOTI CINESI

Se in Occidente abbiamo il Grande Fratello, in Cina, al di là della Grande Muraglia, hanno l’esatto contrario: il little brother. Non si tratta però di un despota guardone alla Orwell né di un reality show, bensì di qualcosa di assai più prossimo o, per meglio dire, intimo. Didi, alla lettera «fratellino», è infatti l’amorevole vezzeggiativo col quale gli uomini sono soliti rivolgersi alla propria appendice sessuale. Facile dunque immaginare quale sia il tenore del breve romanzo che un giovane ingegnere di nome Zhu Wen partorì nel 1996, dopo aver abbandonato il suo posto di lavoro presso una centrale termoelettrica per darsi alla letteratura d’avanguardia: Didi de yanzou ovverosia Le gesta del mio fratellino. Il libro narra le poco edificanti imprese di un gruppetto di studenti universitari non particolarmente brillanti la cui considerazione per il genere femminile non va oltre l’appagamento del desiderio sessuale. Se una ragazza non cede alle loro avances ne concludono che è frigida oppure che è repressa e necessita pertanto di essere iniziata alla promiscuità.
Ricostruzione di una polemica
La novella sviluppa alle estreme conseguenze temi che l’autore aveva già crudamente delineato in una raccolta risalente a un paio d’anni prima, Dollari, la mia passione (ora disponibile in Italia nella traduzione di Maria Gottardo e Monica Morzenti per i tipi di Metropoli d’Asia, pp. 224, euro 14, 50). Nel significativo e in parte autobiografico racconto che dà il titolo al volume un giovane scrittore freelance si adopera in ogni modo perché il padre campagnolo possa apprezzare i piaceri della vita cittadina. Nella fattispecie, cerca di procurare al genitore un po’ di sesso a buon mercato, arrivando al parossismo di chiedere alla fidanzata di sacrificarsi a tale scopo e ottenendone, com’è auspicabile che sia, un sonoro ceffone. Nato nel 1967, Zhu Wen appartiene alla prima generazione di scrittori che hanno potuto esprimersi in totale indipendenza dalle istituzioni letterarie e che ai valori socialisti di un tempo hanno contrapposto il nichilismo di un paese sempre più attratto, per non dire abbacinato, dagli sfarfallii del cosiddetto libero mercato. Comune a questi autori è un’ossessione per il sesso seconda soltanto a quella per il denaro, da cui discende ovviamente che le donne sono per natura prostitute. Quando il padre del racconto di Zhu Wen suggerisce al figlio che forse dovrebbe provare a scrivere di cose più nobili quali «gli ideali, le aspirazioni, la democrazia, la libertà», il giovane narratore non si scompone affermando che tutto ciò è già compreso nel sesso. D’altra parte, costui ritiene che suo padre sia nato in un’epoca in cui «la libido non era chiamata libido» bensì idealismo, riducendo quindi l’utopia socialista a una mera sublimazione sessuale. Per certi versi, è sorprendente che la Cina squallida, corrotta ed egoista di Zhu Wen abbia trovato cittadinanza in un paese dove la libertà d’espressione è ancora niente affatto scontata. Il diretto interessato ha liquidato il problema spiegando che l’editore si è deciso a pubblicarlo solo «perché mi doveva dei soldi». Questa particolare forma di ironia autodenigratoria è il principale ingrediente dell’opera di Zhu Wen e contiene una forma implicita, ovvero non direttamente espressa, di critica alla Cina d’oggi. I racconti vanno dritti al bersaglio non tanto nel prendersi gioco del Partito e delle kafkiane disfunzioni dell’apparato statale, quanto nel mettere a fuoco la vacuità insista nel post-socialismo in sé e per sé. Non a caso, i suoi personaggi si abbandonano spesso a considerazioni del tipo «la mia mente era un vuoto totale» oppure «me ne restai lì, la testa svuotata di ogni pensiero».
Quel che resta dopo la paura
Dietro l’apparente e demenziale celebrazione dell’edonismo si nasconde il buco nero che la nuova società dei consumi ha scavato nell’animo dei cinesi ed è in questa chiave che vanno lette certe paradossali dichiarazioni dell’autore, come quella rilasciata lo scorso anno a Londra, in occasione di un festival, e che tanto ha infastidito il collega Ma Jian.
Alla richiesta di raccontare come visse i tragici eventi di piazza Tiananmen, Zhu Wen ha risposto che si trovava a letto, impegnato a dormire perché troppo stanco per unirsi ai manifestanti. Qualche tempo dopo, sulle pagine del Times, Ma Jian stigmatizzò la boutade come il prodotto di uno scrittore «furbo» il cui atteggiamento può essere definito con una parola: xiaosa, vale a dire indifferente e distaccato. Dal suo punto di vista, «una simile spensierata negazione del significativo ruolo che un artista riveste nella società è una piaga che affligge gran parte dell’elite della cultura non ufficiale cinese». Ma Jian traccia un panorama alquanto desolante della letteratura seguita al bagno di sangue del 1989: coloro che hanno partecipato attivamente alle proteste o hanno soltanto espresso dissenso per la violenta repressione sono stati arrestati o costretti all’esilio, come il premio Nobel Gao Xingjian o lo stesso Ma Jian.
I restanti, soverchiati dalla paura, si sono volontariamente ridotti al silenzio: «hanno voltato le spalle al mondo reale per ritirarsi nei confortevoli confini delle loro prigioni dorate. Hanno scelto di scrivere melodrammi ambientati nella Cina imperiale o in quella repubblicana del passato. Mentre il regime iniziava a sviluppare l’economia di mercato per porre un freno alla richiesta di riforme, i romanzieri si sono visti lautamente ricompensare per il proprio silenzio riguardo le questioni politiche». Stando a Ma Jian la situazione si è talmente deteriorata che il governo non ha più alcun bisogno di censurare, poiché sono gli stessi scrittori a evitare di dire quel che andrebbe detto.
La nuova narrativa, nata dal sangue di piazza Tiananmen e ispirata a un conciliante compromesso, può essere suddivisa in due grossi filoni. Da un lato, avvenenti fanciulle che producono «montagne di narcisistica chick-lit» sulla falsariga del celeberrimo Shanghai baby. Dall’altro i maschi chiamati «hooligan writers» tutti presi a parlare dell’alienazione tipica dei giovani che vivono nelle grandi città. La scarsa considerazione di Ma Jian verso i suoi colleghi è giustificata ma in parte ingenerosa perché, seppure in maniera elusiva, anche gli scrittori alla Zhu Wen esprimono una critica al sistema. Resta da vedere, ovviamente, se la loro satira obliqua possa essere messa sullo stesso piano di chi si oppone in termini più dirette pagandone le conseguenze. Comunque la si voglia pensare, è quantomeno curioso che a unire la boutade di Zhu Wen e l’ultimo, straordinario romanzo di Ma Jian sia proprio il tema del sonno. Il protagonista di Pechino è in coma (Feltrinelli, trad. di Katia Bagnoli, pp. 640, euro 19,50), colpito alla testa durante gli scontri di piazza Tiananmen, è infatti costretto a letto da un sonno profondo, sorvegliato dalla polizia che attende il suo risveglio per arrestarlo. Tra i primi ricordi a riemergere nella mente addormentata dell’uomo c’è una sua avventura amorosa di quando era ragazzino, una relazione illecita condita dalla lettura di un libro osceno e sfortunatamente coronata dall’interrogatorio di due agenti che lo incalzano di domande: «Quale mano le hai infilato nelle mutande? Per quanto tempo ce l’hai tenuta? In che altro posto l’hai toccata?» Dunque, anche nel caso di Ma Jian il sesso si presenta quale termine di paragone fondamentale per raccontare una società repressa non soltanto dal regime ma dalla sua morale.
Dalla parte delle donne è invece Il serpente piumato della scrittrice Xu Xiaobin. Fin dalla sua prima pubblicazione in Cina, risalente al 1998 (e tradotto ora da Flavio Aulino per Elliot, pp. 533, euro 18,50), è stato considerato dalla critica ufficiale un capolavoro, guadagnandosi accostamenti impegnativi con Cent’anni di solitudine e addirittura con Delitto e castigo. La struttura è quella tipica della saga familiare che dipanandosi nel corso di più generazioni finisce per diventare il riflesso di un pezzo di storia. Anche lo stile, pur nel suo labirintico andamento composto di flashback e salti temporali, si richiama al romanzo classico, ricorrendo persino espedienti desueti come quello della voce narrante che si rivolge direttamente al lettore. Al centro di questa cupa storia popolata di donne infelici spicca il personaggio di Yu She, costretta a crescere sotto ferree regole di una nonna despote e di una madre paranoica e gelosa di tutto.
Il trionfo del vuoto
«Sin da quando era molto piccola, Yu aveva capito che né sua madre né sua nonna le volevano bene. Quando la vide per la prima volta, la nonna cominciò a lamentarsi: “La discendenza si sta proprio corrompendo, è un mostriciattolo…”, mentre sua madre aveva voltato la testa fermandosi a fissarla. I suoi occhi paurosi mostravano un vuoto assoluto, e non c’è niente di più terribile del vuoto». Ritroviamo così un motivo ricorrente dei racconti di Zhu Wen nonché evocato dal condizione comatosa che permea il romanzo di Ma Jian: il vuoto. Nel caso della sventurata Yu She, il cui destino di figlia indesiderata la spinge a un gesto tragico quanto imperdonabile, il vuoto non è però rappresentato dalla perdita di valori bensì da una mancanza di amore e accettazione che conduce fatalmente all’introversione e a un’esistenza errabonda. Sebbene da una prospettiva opposta a quella maschile, Yu She è il simbolo della condizione cui è giunta la Cina nell’ampio arco di tempo che fa da scenario dal romanzo, vale a dire dalla fine del XIX secolo ai tumultuosi giorni di Tiananmen e all’ubriacatura materialista cui Deng Xiaoping ha aperto le porte. In una società fondata su un profondo senso della collettività qual è quella cinese, la mancanza di accettazione è la peggiore iattura che possa capitare in sorte a una persona.
«In Cina non sono mai esistiti diritti civili da difendere, né tanto meno la superstizione della democrazia – scrive il traduttore nella sua nota in calce al romanzo. – Nel caso della sventurata Yu She, il cui destino di figlia indesiderata la spinge a un gesto tragico quanto imperdonabile, il vuoto non è però rappresentato dalla perdita di valori bensì da una mancanza di amore e accettazione che conduce fatalmente all’introversione e a un’esistenza errabonda. 
Sebbene da una prospettiva opposta a quella maschile, Yu She è il simbolo della condizione cui è giunta la Cina nell’ampio arco di tempo che fa da scenario dal romanzo, vale a dire dalla fine del XIX secolo ai tumultuosi giorni di Tiananmen e all’ubriacatura materialista cui Deng Xiaoping ha aperto le porte.
In una società fondata su un profondo senso della collettività qual è quella cinese, la mancanza di accettazione è la peggiore iattura che possa capitare in sorte a una persona. «In Cina non sono mai esistiti diritti civili da difendere, né tanto meno la superstizione della democrazia – scrive il traduttore nella sua nota in calce al romanzo. – Dunque è evidente che chiunque si discosti da questa visione del mondo finisca non solo ostracizzato, isolato e disprezzato, ma anche considerato come un pericoloso elemento di disturbo dell’equilibrio sociale. Ecco perché non c’è pietà per il deviante, per il singolo che si pone al di fuori del gruppo; in una società che non conosce alcuna deriva individualistica, l’unico modo per cui il diverso può essere accettato è quello di essere considerato un malato da curare da riportare alla normalità, come avviene alla protagonista del romanzo».
Andando al fondo delle cose, salta evidente che la mancanza di amore di cui è vittima Yu She scaturisce dal fatto di non essere particolarmente avvenente. È questa, in fondo, la sua vera malattia e, per estensione, il male della Cina: l’essere una donna dall’aspetto insignificante, «lontana dall’ideale di bellezza che aveva sua madre». Una malattia che i «fratellini» uomini – figure di mero contorno nel Serpente piumato di Xu Xiaobin, sognatori senza più sogni, incapaci di agire se non per causare guai – anziché curare, aggravano.

Tommaso Pincio

Il Manifesto

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