Intervista a Percival Everett

«Vi racconto un paese assurdo: l’America»

Guido Caldiron
«Quando ho iniziato la mia carriera, gli autori neri sembravano non avere il diritto che di scrivere di due mondi stereotipati: le periferie metropolitane e il Sud rurale. Nessuno dei due corrisponde però alla mia esperienza». E’ bastata una frase, affidata a un inserto sulla nuova letteratura americana pubblicato all’inizio dell’anno dal Magazine Littéraire , a Percival Everett per chiarire che con lui non vale alcun tipo di riflesso condizionato, meno che mai quelli “politicamente corretti”.
Docente all’Università della California del Sud, un passato da studioso di miti classici ma anche da musicista jazz, Everett è uno dei maggiori scrittori statunitensi, autore di decine di romanzi e racconti, nel nostro paese ne sono però stati tradotti solo quattro. Lontano dal minimalismo delle ultime stagioni della narrativa americana, Everett è spesso affiancato a classici come Mark Twain o James Baldwin. Quel che è certo è che le sue storie hanno sempre un impianto narrativo di grande respiro, in grado di lasciare intravedere, al di là delle stesse vicende che impegnano i protagonisti, uno scorcio d’America, spesso selvaggia, sempre credibile per quanto paradossale. Come accade anche con Deserto americano (pp. 264, euro 16,00), il romanzo appena pubblicato da Nutrimenti, che ha in programma la traduzione di molte altre opere dello scrittore afroamericano, che racconta le disavventure di Theodore Street che mentre sta andando a suicidarsi finisce decapitato da un camion e inizia una nuova vita, a metà strada tra zombie e Frankestein, in mezzo a fanatici religiosi e sette di ogni sorta.

Il titolo originale del suo romanzo era “Making Jesus” ma, sia per volere dell’editore che per un suo ripensamento, si è poi trasformato in “Deserto americano”. All’inizio pensava soprattutto all’ossessione religiosa al limite del grottesco che sembra caratterizzare molti americani e che è descritta con molta ironia nel libro?
Non è tanto la constatazione del ruolo che la religione ha a vario titolo negli Stati Uniti o la considerazione che sia vissuta in modo particolarmente “deviante” da parte di alcuni che mi ha mosso per scrivere Deserto americano . Mi interessava piuttosto capire quali profonde “deviazioni” attraversino la società americana nel suo complesso, anche al di là dei fenomeni religiosi. Il titolo originale di Making Jesus era così da leggere in modo letterale: nel romanzo c’è infatti la descrizione del tentativo di “ricostruire” Gesù in un laboratorio. Poi, pensandoci meglio mi è sembrato che Deserto americano fosse un titolo che rendeva molto di più e molto meglio l’idea di ciò che avevo trovato man mano, mentre scrivevo il libro: coglieva il respiro complessivo di quello che stavo raccontando.

Il “Deserto americano” del titolo definitivo del romanzo esprime una sorta di ricerca di senso in una società che viene descritta come…
Sì, effettivamente credo di sì, che le cose possano essere lette in questo modo. Si tratta di una ricerca sul senso dell’esistenza stessa ma anche sulla percezione e sul “senso” dei luoghi, sul significato, se così si può dire, dello spazio americano. Ma, tornando alla ricerca di senso, credo che un elemento importante da porre all’origine del libro sia stato anche il tentativo di capire che cosa significhi appartenere a qualcosa di più grande di ciò che è racchiuso in ogni singolo individuo.

In alcuni dei suoi libri già tradotti in Italia, in particolare “Ferito” e “La cura dell’acqua”, si incontrano molti dei tempi più contraddittori che attraversano la società americana, dalla violenza alla guerra, dal razzismo all’omofobia, in “Deserto americano” si parla di fede, di sette, di follia collettiva – come quella di chi attende di incontrare i marziani o Elvis Presley, scomparso nel 1977 -, sta cercando di raccontarci, quasi un pezzo per volta, gli Stati Uniti di oggi?
Diciamo alcuni aspetti della società americana, non tutto. Non mi interessa davvero spiegare cosa succede o cosa non va in America in questo momento, quanto piuttosto indagare quella che definirei come la condizione umana, in particolare degli americani. Detto questo, è chiaro che io vivo e mi muovo nello spazio di senso americano e perciò tendo a raccontarne trasformazioni, inquietudini, derive…

In questo senso, c’è molta retorica nella cultura americana sull’idea di frontiera e sulla sopravvivenza nel paese di una sorta di spazio selvaggio con cui convivere. Lei ha raccontato in “Ferito” una storia di cowboy gay che sembra avere questo come sfondo e anche in “Deserto americano” ce n’è traccia, quale è il suo rapporto con questi temi della tradizione Usa?
La frontiera appartiene certamente alla tradizione e alla mitologia americana, anche se il tema della frontiera non credo sia di monopolio esclusivamente statunitense, basti pensare alla ricerca del “passaggio a nord-ovest” che rappresentò una vera fissazione per gli europei. Inoltre starei attento a non considerare troppo concrete e reali le rappresentazioni della frontiera che caratterizzano la cultura americana. Pensando ad esempio all’arte americana si deve chiarire come si tratti della costruzione e della descrizione di un mito, non di una fotografia della società o, peggio, della realtà. Ecco, scoprire il punto di contatto tra la rappresentazione culturale e la realtà dei fatti, tra la frontiera del mito e quella concreta, come spazio fisico, è proprio una delle cose che mi interessa di più e rappresenta una delle molle che mi spingono a scrivere.

Lei è sempre presentato come uno scrittore americano molto europeo, lontano da qualunque cliché narrativo e attratto ad esempio dalla mitologia greca e latina. Come si concilia questo interesse con l’evidente piacere che le dà il manipolare i simboli della cultura popolare statunitense, come fa in “Deserto americano” dando voce a ogni tipo di follia visionaria e a molte icone pop?
Scrivo una storia alla volta, magari mescolando o giocando un po’ con i diversi elementi, ma prima di tutto di faccio prendere da quello che sto facendo senza chiedermi troppe cose, senza farmi troppe domande. E’ possibile perciò che in quello che scrivo ci sia una parte di gioco, di ironia e di grottesco e altre tracce a cui attribuisco più importanza o sono frutto del mio studio o della mia formazione.

Al debutto della presidenza Obama lei era stato molto scettico sulla possibilità che si trattasse di un vero cambiamento e era sembrato contraddire l’entusiasmo di molti progressisti europei. Oggi come vede le cose?
Intanto avevo capito che con Obama saremmo usciti dalla guerra e invece mi sembra che siamo ancora immersi fino in fondo nella guerra. Il punto centrale, per farmi capire, è che credo proprio che abbiamo eletto un uomo che non è sufficientemente schierato a sinistra. Certo, è un uomo intelligente e capace, ma mi sembra, in fin dei conti, piuttosto conservatore.

Liberazione

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