I coloni alla conquista di Gerusalemme Est

Francesca Marretta
Gerusalemme
Tengono in pugno un paese. Sono i “settlers”, i coloni israeliani, che come un virus per cui non si sperimenta un vaccino, si rafforzano, mutano e continuano a insediarsi tra le case arabe di Gerusalemme est e della Cisgiordania.
E dopo l’annuncio del governo Netanyahu del congelamento, per dieci mesi, dell’edilizia abitativa nella sola West Bank, sono scesi sul piede di guerra. Gli ispettori inviati in questi giorni per controllare che la sospensione temporanea dei lavori sia implementata, si trovano la strada sbarrata. Ieri ci sono stati sei arresti. Due ministri del governo Netanyahu, Ely Yishai (interni, Shas) e Ghilad Erdan (ambiente, Likud) si sono inoltre rifiutati di mettere a disposizione per le verifiche gli ispettori dei loro dicasteri. In un incontro tenuto ieri per placare l’ira dei “settlers” Netanyahu li ha inviati a rispettare la legge. Ma ha anche detto: «Dobbiamo attraversare questo periodo (la moratoria di 10 mesi, ndr) in uno spirito di cooperazione». Insomma, pazientate un attimo.
La vera politica del governo Netanyahu sugli insediamenti è riassunta in quello che accade da mesi a Gerusalemme. Dove dall’insediamento dell’attuale esecutivo le demolizioni e le espropriazioni di case palestinesi per far posto a nuovi inquilini ebrei israeliani, hanno subìto un accelerazione senza precedenti. Ai palestinesi sono negati permessi edilizi, che non mancano per gli insediementi ebraici nella città araba.
Basta andare a guardare le ruspe su cui sventola la bandiera con la stella di Davide al lavoro a Ma’ale Zeitim, colonia ebraica nel cuore della Gerusalemme araba, a Ras Al-Amoud. L’insediamento è composto da grandi palazzoni di pietra bianca che guardano in lontanaza la cupola della Roccia da un lato e, se non c’è foschia, la valle del Giordana dall’altro. In questa zona si trova un’antico cimitero ebraico e la lista di nuovi inquilini in attesa di alloggio è lunga. Tutti rigorosamente religiosi sionisti. «Non daremmo le case a chi non è religioso. Sa, è per evitare che per esempio qualcuno di shabbat accenda la radio», spiega Aryeh King, leader del National Land Found, una delle due organizzazioni impegnata nella colonizazzione ebraica della Gerusalemme araba. Il Monte degli Ulivi è un chiodo fisso per gli estremisti religiosi israeliani. E’ qui che risorgeranno i primi quando tornerà il messia, dicono.
Gli insediamenti israeliani nel bel mezzo di Ras Al-Amoud, sono sottoposto a sorveglianza armata. Non si entra se non si è del posto, a meno di essere accompagnati o muniti di permesso. Nel parcheggio dell’edificio che visitiamo è stata allestita una sinagoga temporanea in attesa che sia completata la costruzione di un vero e proprio luogo di culto. Di fronte al cancello staziona l’autobus 54. Dove salgono solo ebrei israeliani che abitano a Ma’ale Zeitim. Ultraortodossi o ortodossi.
I primi, se uomini,  sono vestiti con caftani e pantaloni neri camicia bianca, cappelli vistosi dello stesso colore, diveresi a seconda della scuola rabbinica o una kippa nera. Le donne indossano gonne lunghe, coprono il capo e, a seconda del grado di osservanza religiosa, si rasano i capelli dopo il matrimonio. I secondi, se uomini, hanno sul capo la kippa fatta a uncinetto e possono vestire anche casual, le donne indossano gonne lunghe e foulard. A parte il diverso grado di osservanza religiosa, hanno un credo comune. «Questa è terra per gli ebrei. E’ scritto nei testi sacri e nella città trovi ovunque le prove».
Le famiglie palestinesi del quartiere, come del resto della Gerusalemme araba che hanno le loro radici in questa stessa terra arida, assistono, impotenti, a quella che chiamano “la nuova Nakba”.
Come nella parte orientale della città, sempre più bandiere con la stella di Davide spuntano nel settore islamico tra le mura di Solimano. Ateret Cohanim, una delle due organizzazioni che ha la “missione” di “rivitalizzare l’ebraismo a Gerusalemme”, paga cifre astronomiche per accaparrarsi anche una sola stanza il più vicino possibile “al posto in cui ogni ebreo ha il cuore” dice Daniel Luria, il direttore passeggiando nel quartiere musulmano della Città Vecchia. Per Luria ogni ebreo ha desiderio e il diritto di vivere “il più vicino possibile al Monte del Tempio”.
Ovvero alla spianata delle Moschee, terzo luogo santo ai musulmani, dopo La Mecca e Medina. Le vestigia del primo tempio, distrutto dai romani nel 70 d.C. si troverebbero al di sotto della Moschea di Al Aqsa. Luria chiama il settore islamico tra le Mura di Solimano il “vecchio quartiere ebraico”.
Per i religiosi di destra israeliani dividere Gerusalemme è un’eresia. La loro politica è quella di cambiare sul terreno i connotati della città, dicono gli arabi che la popolano.
Abu Eihab, 60 anni, stempiato, giacca beige, sciarpa al collo, malato di cuore cronico, ma dall’aria combattiva, abita poco distante dalla Porta dei Leoni, ad Al Wad, nel settore islamico della Città Vecchia. La sua casa fatta di cunicoli, scale stette e stanze che portano in altre stanze, è la stessa in cui abitava suo nonno. Alla parte c’è un vecchio ritaglio di gioranle cin l’immagine di Re Hussein di Giordania. «Sono nato qui e finché vivrò sarò un esempio della sopravvivenza araba in questa terra» esordisce l’uomo, con accanto la moglie Wafa. Abu Eihad racconta le difficoltà di vivere in dieci in pochi metri quadrati. «Agli arabi non sono accordati permessi per estedere le abitazioni. Permessi mai negati agli ebrei». La mancanza di permessi edilizi ai palestinesi è una delle cause dell’alto numero di demolizioni di case. «Se arabi ed ebrei devono coesistere dovremmo avere uguali diritti, ma non è così. Nonostante il fatto che anche noi musulmani siamo figli di Abramo». Abu Eihad dichiara di aver ricevuto un’offerta di due milioni di dollari per vendere la sua casa nel quartiere musulmano. Ma ha avuto la forza di rfiutare.
Proseguendo per le scale poco più avanti casa di Abu Eihad, c’è la prima yeshiva fondata nel quartiere musulmano da Ateret Cohanim nel1987. L’organizzazione acquistò una casa che sorge sopra le case in cui vivono cinque famiglie palestinesi. Oggi nel settore musulmano della città vecchia studiano 900 allievi di quattro scuole rabbiniche.
Gli studenti della Yeshiva Ateret pregano. Ma, non solo. Dal piano di sopra, raccontano le famiglie palestinesi, lanciano spazzatura e sputano. Per questo motivo, il cortile che ci mostrano oltre la soglia d’ingresso, è coperto da reti, come a Hebron. La barriera previene l’essere colpiti da oggetti, ma non serve a molto per gli sputi. «Una volta ci hanno rovesciato addosso gli escrementi», racconta Nazim Abu Rfab, 27 anni, jeans, camicia, capelli corti gelatinati e un lavoro in un ristorante israeliano.
I palestinesi che vivono sotto questa yeshiva non possono più andare sul tetto e non possono avere l’antenna satellitare. Umm Mohammed Abu Sbeh, una signora di 70 anni, che ricorda gli anni del mandato giordano come i migliori della sua vita, ci mostra vecchie foto risalenti alla fine degli anni ’80, quando, poco dopo l’apertura della Yeshiva, casa sua fu oggetto del lancio di bottiglie incendiarie. L’anziana donna racconta di essere costantemente oggetto d’insulti.
Questa è la Gerusalemme in cui la forza dei coloni sta nell’impunità e la debolezza dei palestinesi nella certezza che ogni denuncia di abuso ai loro danni non sarà sanzionata.

Liberazione

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