Il dèjà vu afghano: nuovo Vietnam americano o nuovo Afghanistan sovietico?

Al di là della retorica, il discorso di Obama che ha annunciato l’invio di altri 30.000 soldati americani in Afghanistan mette a nudo l’assenza di una chiara strategia americana nella crisi centro-asiatica, in uno scenario che ricorda sempre più da vicino il Vietnam americano e l’Afghanistan sovietico – scrive l’analista pakistano Ayaz Amir

C’è un senso di déjà vu in tutto questo. Tutto ciò è qualcosa che abbiamo già conosciuto in passato. I sovietici seguirono la stessa strada, e cosa dimostrarono con i loro sforzi? Non riuscirono a pacificare l’Afghanistan più di quanto stiano facendo adesso gli americani.

Alla fine dovettero andarsene, e quella fu la cosa più sensata di tutta la loro avventura afghana, iniziata con grandi speranze nel dicembre 1979 e risoltasi in una situazione umiliante nel febbraio 1989. Ci vuole uno sforzo di fede per credere che ciò che non ha funzionato per il Cremlino di Breznev funzionerà per la Casa Bianca di Barack Obama. 

Sono senza dubbio pensieri tristi e deprimenti, ma i fatti, purtroppo, non vanno a sostegno di una conclusione differente. Obama si appresta a inviare altri 30.000 soldati USA in Afghanistan, che verranno dispiegati nei prossimi sei mesi. Poi gli Stati Uniti inizieranno il ritiro da quel paese, dopo diciotto mesi.

E’ forse questa una strategia vincente? Osama bin Laden, se è ancora vivo, e il mullah Omar, molto probabilmente l’Ho Chi Minh della resistenza afghana, probabilmente non saranno molto impressionati.

Togliete tutta la retorica, e riconoscerete che nel discorso di Obama a West Point le due cose fondamentali sono state solo queste: 30.000 soldati in più, e l’inizio del ritiro entro 18 mesi. Questo è il segnale più chiaro – un segnale che chiunque potrebbe cogliere – che anche se gli Stati Uniti si preparano a dispiegare più truppe sul terreno, i contorni di un ritiro possono già essere riconosciuti all’orizzonte.

Ciò servirà a scoraggiare i Talebani? La prospettiva implicita nel discorso di Obama probabilmente non farà altro che imbaldanzirli. I 68.000 i soldati che gli Stati Uniti hanno in Afghanistan e i 35.000 soldati forniti dai suoi diversi alleati stanno combattendo una guerra che, secondo non poche previsioni, è una guerra già persa. Basteranno 30.000 soldati in più a invertire questa tendenza? I fallimenti degli ultimi otto anni saranno finalmente riscattati?

L’esperienza afghana dell’Unione Sovietica non è il solo spettro che incombe su questo conflitto. L’altro spettro, ancora più inquietante per gli Stati Uniti, è il Vietnam. Obama ha tenuto a sottolineare che l’Afghanistan non è il Vietnam. Vi è una coalizione internazionale che combatte la guerra in Afghanistan, a differenza del Vietnam. Non vi è in Afghanistan la forma di resistenza popolare che vi era in Vietnam. E il Vietnam, a differenza di al-Qaeda, non aveva attaccato gli Stati Uniti.

Ma egli stava rilevando solo le differenze. Se solo si fosse soffermato un po’ sulle analogie… Gli Stati Uniti in Vietnam combatterono una guerra il cui scopo era sempre meno chiaro man mano che passavano i giorni. Mentre la vittoria sembrava inafferrabile, i comandanti americani continuavano a chiedere sempre più truppe, per giungere a una svolta che non è mai veramente arrivata.

Alla fine, gli Stati Uniti avevano mezzo milione di soldati in Vietnam. Bombardavano Hanoi e Haiphong nel Nord, e la guerra si era estesa alla Cambogia per tagliare le vie di rifornimento ai vietnamiti e impedire ai vietcong di poter contare su rifugi sicuri. Nel contesto dei presunti rifugi sicuri in Pakistan, questo suona familiare, non è vero?

Gli americani ebbero molte perdite, così come ne ebbero i sovietici in seguito in Afghanistan, ma la vittoria rimase inafferrabile come prima. Ad eccezione delle armi nucleari, gli Stati Uniti provarono di tutto, lanciando più bombe del peso totale degli ordigni da loro utilizzati nella Seconda Guerra Mondiale.

Ci fu anche un “Karzai” a Ngo Dinh Diem, che fu accusato di presiedere un regime corrotto e di non condurre il lato sud-vietnamita della guerra con l’efficacia che i suoi padrini americani si auguravano. Nel contesto delle critiche mosse a Karzai, anche questo suona familiare.  Una buona parte del discorso di Obama è stata dedicata al rafforzamento delle capacità e delle truppe afghane. In Vietnam si chiamava vietnamizzazione – la costruzione delle capacità del Vietnam – in modo che, quando gli americani si fossero ritirati, il fardello di affrontare i vietcong, i Talebani del tempo, sarebbe stato assunto dal regime e dall’esercito del Vietnam del Sud.

Gli accordi del Vietnam sotto la cui copertura gli Stati Uniti si ritirarono dal paese, in circostanze non molto diverse da quelle del ritiro sovietico dall’Afghanistan nel 1989, furono stipulati nel 1973. Due anni più tardi, l’esercito del Vietnam del Nord attaccò il sud.

Le ‘capacità’ che gli americani si erano affaticati così tanto a ‘costruire’ svanirono, non in pochi mesi, ma nel giro di poche settimane. La ‘costruzione delle capacità’del regime di Karzai porterà a un risultato diverso? Vi è un errore fatale a questo proposito, che non fa che diffondere confusione.

Non può esservi alcuna ‘capacity building’, e tanto meno il concetto ancora più sciocco di ‘nation-building’, all’ombra della sconfitta militare. Le armi devono prevalere sul campo prima che le parole possano ispirare fiducia. Le armi americane non stanno prevalendo sul campo, ed è improbabile che 30.000 soldati in più facciano una grande differenza. Così all’ombra di questo fallimento incombente, di quale ‘capacity building’stiamo parlando?

Se Obama avesse detto che, a prescindere dal costo in termini di vite umane e in termini finanziari, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto la posizione in Afghanistan, sarebbe stata una cosa diversa.

Un approccio del genere avrebbe potuto essere criticato, ma la determinazione degli Stati Uniti, almeno, non sarebbe stata messa in discussione. Obama, però, non ha suggerito nulla del genere. Il suo discorso non ha accennato ad alcun impegno illimitato, ma all’eventuale riduzione dell’impegno attuale. Semmai, esso stimolerà la corruzione afghana, come una polizza di assicurazione in tempi difficili.  E’ importante tenere a mente questo punto, se il Pakistan vuole tracciare la giusta rotta per se stesso. Per troppo tempo abbiamo “seguito il flusso”, guidati non dai nostri bisogni, ma dalle costrizioni derivanti dalla nostra alleanza americana.

Non ci vuole un genio per capire che quando le difficoltà americane in Afghanistan aumenteranno e la vittoria non sarà più raggiungibile, come accadde anche ai sovietici, vi sarà una crescente pressione su di noi per spingerci a fare di più.

È a quel punto che dovremo mantenere la nostra freddezza. Ogni eventuale operazione che intraprenderemo nelle nostre zone tribali dovrà essere rigorosamente calibrata in base alla nostra lettura della situazione, piuttosto che essere una risposta automatica alle pressioni o alle richieste americane.

Etichettare il Pakistan come uno stato satellite dell’America vuol dire essere ingiusti con noi stessi. Più che essere comandati a bacchetta, siamo stati noi a lasciarci comandare a bacchetta. Se siamo stati sciocchi riguardo a molte cose, è stata una follia che abbiamo scelto da noi stessi. Nessuno ha spinto il generale Zia ul-Haqq nel ‘jihad’ afghano. Nessuno ha buttato Musharraf nelle braccia dell’America.

In seguito egli ha fatto del suo meglio per imbellettare le decisioni da lui prese, affermando che il Pakistan non aveva avuto altra scelta. Ma non è troppo azzardato ipotizzare che un governo politico avrebbe potuto optare per una risposta più calcolata.

Quindi dobbiamo imparare a pensare da noi stessi in modo più chiaro. Ci troviamo in questa guerra insieme con gli americani. La geografia non ci lascia altra scelta. Ma in questa nuova guerra del Vietnam, noi non dobbiamo diventare un’altra Cambogia, un paese che non si è ancora pienamente ripreso da ciò che l’America gli ha fatto 30-40 anni fa. I nostri militari devono fare ciò che è necessario in Waziristan, e forse anche altrove. Ma, sotto le pressioni americane, il nostro esercito non deve permettersi di dispiegarsi su un terreno troppo esteso.

E’ nella conduzione della guerra che si trova la nostra più grande debolezza, perché mentre i nostri militari, riprendendosi dal malessere degli anni di Musharraf, sono finalmente riusciti a riorganizzarsi, dando una buona prova di sé sia nello Swat che nel Waziristan meridionale, il nostro fronte politico non è ugualmente coperto come dovrebbe essere.

Questo lascia l’esercito in buona parte da solo. Ci dovrebbe essere una mano politica sicura alla barra del timone, ma con la presidenza del paese impantanata nelle dicerie e negli scandali, e con il primo ministro che deve ancora acquisire l’aspetto di un leader di guerra, possiamo soltanto affidarci a una preghiera collettiva.  

Ayaz Amir è un noto editorialista pakistano; è membro dell’Assemblea Nazionale (il parlamento) in Pakistan

Medarabnews

Tag: , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: