Il sogno borghese del poeta maledetto

Era giovane, era bello e ribelle come un angelo caduto, era un genio ed è morto presto. Facile così, troppo facile, essere cari agli dei e diventare un mito interpretato al cinema da Leonardo Di Caprio. Un simbolista e un decadente, uno zutista e un surrealista, un santo mago cabalista fascista bolscevico avventuriero pervertito… Difficile così, troppo difficile, quando non c’è un movimento che non ti voglia annoverare tra i suoi esponenti di spicco, sbrogliare verità e leggenda. Del resto, oscuro ma sincero, lui stesso, l’ardente Arthur Rimbaud (1854-1891) dalle Ardenne, l’aveva confessato: «Je est un autre». Il tempo, appena quattro anni, dai 16 ai 20, di cambiare per sempre la poesia moderna. Poi, all’improvviso, basta con le Muse. Meglio le armi, mercante in Africa, tra il Corno e lo Yemen. A caccia di soldi e di rispettabilità borghese.

 Insomma, un rebus affascinante che ha incantato tutti, da Martin Heidegger a Jim Morrison, sempre sfuggendo sulle sue «suole di vento». Ad afferrarlo no, è davvero impossibile, diciamo a trattenerlo per un po’, ci prova buon ultimo, con una sfiziosa biografia letteraria, La doppia vita di Rimbaud (minimum fax, pp. 188, euro 14), l’americano Edmund White, docente di scrittura creativa alla Princeton University. Uno che, di suo celebrato romanziere gay e biografo già collaudato di Jean Genet (Ladro di stile, saggio premiato con il Book Critics Circle Award) e Marcel Proust, scoprì, da adolescente infelice negli Stati Uniti freudiani anni Cinquanta, i versi e i desideri del Rimbaud ragazzo, così uguali questi ultimi ai suoi, la libertà, le pubblicazioni, la sessualità aperta, Parigi. L’autore giusto, quindi, per farci immergere nella “prima vita” di Arthur, in quegli occhi blu cielo dallo «sguardo fra il timido, lo sfrontato e il colpevole di James Dean», e per sfatare alcuni miti, come la violenza sessuale subita da alcuni soldati, il traffico di schiavi o il riavvicinamento al cattolicesimo in punto di morte.

 Mostro di perfezioneRagazzino cresciuto senza padre, un capitano dell’esercito che se la svignò dopo aver messo al mondo cinque figli (di cui quattro sopravvissuti) in sei anni, e con una madre, Vitalie, rigida e bigotta, mai un sorriso, solo senso del dovere, Rimbaud appare subito “doppio”. Da un lato, non solo primo della classe ma «piccolo mostro di perfezione», fa incetta di premi scolastici in tutte le materie possibili e immaginabili, è timido e rispettoso dell’autorità; dall’altro, ammira i carcerati e gli emarginati, fantastica nelle latrine, invoca, tra parolacce e bestemmie, Marat e Robespierre per sistemare le cose…

 La scoperta dei poeti parnassiani e di Paul Verlaine, l’uomo destinato a essere a un tempo la sua rovina personale e la sua salvezza letteraria, è una folgorazione. Guidato dal giovane insegnante di retorica Georges Izambard, che possedeva una vasta biblioteca, compone versi in latino e francese, quasi una poesia al giorno, spesso a imitazione di Théodore de Banville, e inizia a frequentare un giro adulto di bibliofili e bohémien. Con i capelli a metà schiena, a fine agosto 1870, appena prima del crollo di Napoleone III e dell’Impero, fugge alla volta di Parigi con un biglietto non valido, venendo arrestato e rapato a zero. Una disavventura che certo non lo scoraggia. Ormai ha deciso: la vita sedentaria non fa per lui, ha fame di viaggi e versi e pure cameriere belghe. Tra un vagabondaggio e l’altro, finisce col cedere al fascino di Parigi e della Comune con i suoi ideali democratici. Ama la città, il nuovo, l’artificiale, l’idea materialistica di progresso.

 La storia tra il piccolo Arthur, l’attivo, lo «sposo infernale», che domina l’adulto Paul, il passivo, la «vergine folle», è troppo nota (le ubriacature di assenzio, le gelosie, le spese esagerate, i giochi pericolosi, i soggiorni a Bruxelles e Londra, fino al colpo di pistola e all’arresto di Verlaine per tentato omicidio, ma anche i capolavori immortali di entrambi) per ripercorrerla ancora, anche sulle tracce della brillante prosa di White.

 Meglio concentrarci sulla terribile delusione provata da Arthur quando nel 1873 distribuisce ai suoi pochi amici parigini le copie di Una stagione all’inferno stampate da Jacques Poot. Per tutti è solo il teppista e il pervertito che aveva rovinato Verlaine, e lo trattano come un appestato. Solo Germain Nouveau si fa incantare e insieme partono per Londra. Ma qui Rimbaud, dopo aver limato il manoscritto delle future Illuminazioni, si ammala (giugno 1874), si riappacifica definitivamente con la madre e si trova, incredibile dictu, un lavoro (forse insegnante di francese). Studia pianoforte, scienze e lingue (tedesco, italiano, russo, arabo), viaggia per gran parte d’Europa, a Cipro comanda una squadra di cavapietre in una miniera. Infine, nell’agosto 1880, Aden.

 Nei bordelli di HararL’addio alla letteratura è per sempre: non ne legge né scrive più per il resto della vita. Per il passato prova solo disprezzo. Non può immaginare, alle prese con la selezione dei chicchi di caffé e lo studio di mille manuali pratici (di falegnameria, idraulica, pilotaggio di battelli a vapore, realizzazione di candele…), immerso nei commerci e nei bordelli ad Harar o impegnato in spedizioni attraverso la sterminata Abissinia, tra un’epidemia di tifo e una di colera, e comunque, come scrive alla madre, «perso in mezzo ai nègres a cui vorrei dare un destino migliore, ma che cercano solo di sfruttarti», non può immaginare, dicevamo, che in patria, grazie all’impegno propagandistico di Verlaine, sta diventando un profeta. Quando se ne accorgerà, tornato in patria per farsi amputare a Marsiglia la gamba destra distrutta dal tumore, sarà troppo tardi. E comunque, devastato dal cancro, non gliene importerà nulla.

Miska Ruggeri

Libero

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