LA LEGGE DELL’EST

LO SPETTRO CHE SI È AGGIRATO NELLE AULE DEI TRIBUNALI

Nel dicembre del 1887, dopo pochi mesi di frequenza, un giovane studente di origini piccolo borghesi fu espulso dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università imperiale di Kazan in Russia. Frequentava circoli anti-zaristi. Le cose gli erano andate meglio rispetto al fratello, giustiziato poco prima per un attentato allo Zar. Il giovane, Vladimir Ilich Ulianov, era un tipo determinato. Fece domanda di riammissione a Kazan, ma la domanda venne respinta. Fece domanda per andare a studiare all’estero, ma anche questa non fu accolta. Finalmente riuscì ad iscriversi, come «studente esterno» ossia senza diritto di frequenza, all’Università di San Pietroburgo. Nel 1891, il giovane Ulianov si presentò per sostenere l’esame di avvocato. Ricevette il massimo voto in tutte le materie: l’unico candidato del suo anno a raggiungere tale eccellenza. A dispetto del brillante avvio, Ulianov non era destinato a una luminosta carriera forense.
Meno di una generazione dopo aver dimostrato di conoscere il diritto zarista meglio di tutti, Ulianov, ormai noto come Lenin, lo abolì interamente con un tratto di penna. Incominciava, circondato da inenarrabili difficoltà, un itinerario nella creazione di un nuovo ordine giuridico, il cui impatto globale continuò fino a vent’anni fa, consentendo al mondo giuridico occidentale di raggiungere lo zenith della sua civiltà.

La legalità sovietica
Non credo esista un aspirante avvocato (o notaio o magistrato) che, durante la preparazione del suo esame, non odii l’oggetto del suo studio fino al punto di desiderarne, anche solo per un momento, la sua abolizione. Né credo esista una più efficace descrizione dell’atteggiamento di un rivoluzionario rispetto al diritto di quella che si trova in Voltaire: «Volete buone leggi? Buttate tutte quelle che avete e createne delle nuove». Non molti tuttavia sanno che tale anelito diffuso (lo si ritrova tale e quale nella retorica dei primi anni della Rivoluzione Americana sbeffeggiata da Grant Gilmore) fu soddisfatto dai bolscevichi in modo più avanzato e costruttivo di quanto non sia mai riuscito a chiunque altro. Un esperimento di costruzione di una nuova giuridicità che non ha mai avuto parti per tutto il Novecento.
Mi pare risponda ad una necessità di verità storica, proprio nel periodo in cui siamo circondati da mediocre letteratura celebrativa della rivoluzione del 1989 che spunta, guarda caso, copiosa proprio in concomitanza con lo straparlare sulla fine della crisi, ripercorrere almeno per brevissimi cenni, il contributo dato all’ordine giuridico globale dai settant’anni di sviluppo della legalità socialista. Ciò non solo per finire il trittico di esperienze giuridice «altre» pubblicato su queste pagine (Il manifesto del 30 settembre e del 15 novembre), ma soprattutto per superare un’immagine della legalità socialista che ancor oggi, a vent’anni dalla fine della Guerra Fredda, risente della più becera propaganda atlantista. Infatti, durante la Guerra fredda autori come Hayek, Rostow, o Roscoe Pound e successivamente innumerevoli cantori sulla scia di Fukuyama hanno costruito un feticcio di legalità occidentale in contrapposizione con l'(il)legalità socialista.

I processi alla Lubianka
La costruzione dell’immagine dominante di legalità occidentale non passa soltanto attraverso la «mancanza» di legalità nell’altro contemporaneo, dalla Cina al mondo islamico, ma si fonda soprattutto nel rifiuto di riconoscere il contributo del socialismo realizzato alla nostra stessa esperienza giuridica, quindi attraverso un diniego dell’esperienza storica realizzata non soltanto in Unione Sovietica ma anche da noi in passato. Parlando nel 1990, Bush padre dichiarava che, «con l’Unione Sovietica finalmente scomparsa», gli Stati Uniti avrebbero «costruito un mondo in cui il regime di legalità avrebbe sostituito la legge della giungla, un mondo in cui le nazioni riconoscono le responsabilità condivise per la libertà e la giustizia, un mondo dove il più forte rispetta il diritto del più debole».
Si tratta adesso di far finalmente giustizia di questa idea della legalità socialista come «legge della giungla» accompagnata da truculente immagini di processi sommari condotti alla Lubianka, o nella periferia Africana dal Negus rosso durante il terrore del Derg. È chiaro che ci si incammina su una strada non facile perché quello che ci interessa è proprio ristabilire il contributo del socialismo realizzato (con stalinismo e tutto il resto) alla legalità internazionale e non il contributo di civiltà dell’ideale socialista, il che è tanto più facile e scontato quanto meno interessante. In effetti non è sufficiente cimentarsi sulla tragica diatriba degli anni trenta che costò la vita a Evgeny Pashukanis, autore di un fondamentale The General Theory of Law and Marxism, caduto in disgrazia a seguito della polemica con il grande inquisitore Andrey Vishinsky, sulla sparizione necessaria o meno del diritto (e quindi sul suo ruolo e su quello dello Stato) nella transizione fra il socialismo e il comunismo.
Voglio piuttosto mostrare come le idee giuridiche di Lenin abbiano portato ad una riscrittura incredibilmnte avanzata del diritto nuovo, promulgando leggi volte finalmente alla liberazione e non all’oppressione. Mi sembra che specchiarsi in questo diritto abbia obbligato il capitalismo a trasformare profondamente le proprie istituzioni giuridiche di sfruttamento economico in direzione più inclusiva e rispettosa della persona. È ovvio che la diversa narrativa che intendo proporre condivide l’analisi e la valutazione di Angelo d’Orsi sulle conseguenze della caduta del muro di Berlino sulla civiltà giuridica, il che ci obbliga oggi ad un immane sforzo ricostruttivo perchè il capitalismo non ha più incentivi internazionali a mostrare un volto civile.

Una costituzione da studiare
La legislazione bolscevica iniziò fin dal 1917 a farsi carico delle condizioni della popolazione sovietica. Lenin sognava un sistema fondato sul diritto ad un tetto sulla testa, a cure mediche gratuite e ad un lavoro. Nessun governo nella storia si era mai prima fatto carico di simili responsabilità sociali. Prima degli anni Venti, quando ancora l’industrializzazione era lontana, la legge garantì il posto di lavoro in un momento storico in cui in Occidente il padrone poteva licenziare il lavoratore in qualunque momento. I lavoratori sovietici avevano diritto all’assicurazione medica a spese del datore di lavoro, a benefici in caso di inabilità al lavoro, a periodi significativi di riposo retribuito durante la malattia. La giornata lavorativa ricevette un limite di otto ore per sei giorni la settimana (ridotte a 7 nel 1928) quando ancora negli Stati Uniti era incostituzionale limitare per legge l’orario di lavoro per i fanciulli. Si andava in pensione dai lavori usuranti a 50 anni, e si istituirono scuole di formazione permanente, gratuite, in cui i lavoratori potessero conseguire titoli medi e superiori. Nacque il quei primissimi anni la contrattazione collettiva di lavoro e furono istituite forme di democrazia industriale. Un sostenuto programma di nazionalizzazioni rese effettivi questi diritti, soprattutto quello all’impiego. Durante la crisi del ’29 quando la disoccupazione raggiunse cifre da capogiro in Occidente, l’economia sovietica vantava livelli occupazionali altissimi.
Le donne ricevettero un livello di protezione giuridica che altrove fu raggiunta, quando raggiunta, mezzo secolo più tardi. Per esempio, alle madri sole con figli a carico fu garantito trattamento preferenziale, impiego vicino casa, e asili gratuiti di supporto. Tutti questi diritti, inclusi quelli alla pari retribuzione fra i generi, vennero costituzionalizzati per la prima volta da Stalin nel ’36. Già dal ’17 si cercò di rendere effettivo il diritto ala casa mediante moratoria sugli affitti e, poco dopo, equo canone. Le industrie dovevano offrire casa ai lavoratori. Dal 1921 nelle case nazionalizzate il lavoratore non doveva pagare né affitto né spese. Impressonanti programmi di edilizia pubblica risolsero, seppur in maniera insoddisfacente, il problema della casa già con l’industrializazione degli anni Trenta.

Lo scontento del quarto stato
I progressi rispetto alla legislazione occidentale furono altrettanto significativi in altri settori: l’eguaglianza fra gli sposi, il divorzio e l’aborto, introdotti senza restrizioni già nel 1917. Le donne avevano il diritto ad assentarsi per maternità conservando il posto di lavoro. Già dal 1918 oltre mezzo secolo prima che in Italia i bambini nati fuori dal matrimonio si videro riconosciuti gli stessi diritti dei figli legittimi. Nel diritto penale Lenin si sforzò di rendere effettivo il principio di rieducazone dovuto alla concezione del crimine come prodotto delle condizioni sociali. Le pene furono radicalmete ridotte, il carcere sostituito da campi di rieducazione in cui si poteva imparare un lavoro. L’eutanasia fu depenalizzata e così la sodomia fin dal 1920. Importanti programmi, informati alla tutela dei diritti delle lavoratrici del sesso, vennero istituiti per risolvere il problema della prostituzione. Nel diritto internazionale il governo sovietico denunciò la prassi dei trattati segreti pubbicandone oltre 100 conclusi dallo Zar ai danni dei più varii popoli. Nel 1919 il governo bolscevico rinunciò a tutti i suoi privilegi internazionali comprese capitolazioni e extraterritorialità di cui godeva in Persia, Cina, Afghanistan e Turchia.
Questo insieme di legge nazionali gettarono nel panico le Cancellerie occidentali alle prese con lo scontento del quarto stato. La risposta a questo stato di cose generò una trasformazione giuridica che sembrava definitive anche in Italia ancora quando, nei primi anni Ottanta, frequentavo la facoltà di Giurisprudenza da studente (statuto lavoratori, equo canone, legge sulla casa). Subito dopo la conferenza di Versailles, nel primo dopoguerra, nacque l’Ilo (Organizzazione Internazionale del lavoro) e il modello sovietico ispirò gli aspetti più sociali delle Costituzioni del secondo dopoguerra, nonché gli aspetti che oggi sembrano più utopistici della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione Europea per i diritti dell’uomo. La legislazione sovietica guidò la trasformazione nella concezione occidentale del diritto internazionale (inclusa la decolonizzazione), del diritto di famiglia, del diritto penale, del diritto contrattuale, di quello di proprietà e perfino della desegregazione razziale negli Stati Uniti. Nell’Occidente capitalista il rapporto fra diritto privato e diritto pubblico uscì sconvolto a favore di quest’ultimo. Con il muro di Berlino e con l’epurazione dei giuristi della Germania Est che seguì l’unificazione, caddero non soltanto un ideale ma l’anelito all’incusione sociale tramite il diritto che sopravviveva nella Repubblica democratica tedesca.
Senza incentivi esterni, in nome della flessibilità, dell’efficienza e del mercato siamo tornati all’autoritarismo bigotto dei padroni delle miniere, che esportiamo sotto la voce democrazia.

Ugo Mattei

Il Manifesto

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