Le compagnie USA restano indietro nella corsa al petrolio iracheno

Nell’asta che in questo fine settimana ha aggiudicato i più importanti contratti petroliferi degli ultimi anni in Iraq le compagnie americane hanno avuto un ruolo inaspettatamente marginale – riferisce il corrispondente del Washington Post Ernesto Londoño

Le compagnie cinesi, russe ed europee si sono aggiudicate il diritto, in questo fine settimana, a sviluppare importanti giacimenti petroliferi in Iraq, mentre le società statunitensi hanno fatto una magra figura alle aste irachene che hanno rappresentato la prima grande incursione delle compagnie petrolifere straniere nel paese negli ultimi quattro decenni.

Le compagnie, che si sono assicurate 10 contratti nelle aste tenutesi questo fine settimana e nel mese di giugno, si preparano a ricavare profumati guadagni, ma la loro è una scommessa rischiosa.

L’Iraq possiede la terza riserva accertata di greggio al mondo, ma il paese resta pericolosamente instabile, soffre di una cronica corruzione, e di una politica litigiosa che ha impedito l’approvazione di nuove leggi per regolamentare il settore.

Delle sette compagnie statunitensi che si erano registrate alle aste, solo una è emersa come il principale partner in un consorzio che ha vinto un contratto. Un’altra impresa statunitense ha una quota di minoranza in un altro contratto.

La compagnia petrolifera cinese di proprietà statale ha un’importante quota in due contratti. Le imprese russe sono parti contraenti in altri due.

Le imprese europee hanno dato una dimostrazione di forza. La Royal Dutch Shell, l’italiana Eni, la British Petroleum e la Statoil norvegese hanno tutte ottenuto dei contratti.

Compagnie della Malaysia e dell’Angola hanno fatto parte di cinque offerte vincenti.

Gli analisti petroliferi dicono che il risultato è stato sorprendente, considerando che le compagnie petrolifere statunitensi da lungo tempo desideravano lavorare in Iraq.

Gli analisti dicono che è paradossale che le imprese statunitensi non sembrino preparate a trarre profitto dalle conseguenze di una guerra che molti, negli Stati Uniti e in Medio Oriente, ritenevano fosse motivata dal desiderio di sfruttare le riserve petrolifere irachene.

Dopo l’invasione, gli Stati Uniti hanno pagato alcuni dirigenti del settore petrolifero come consulenti del ministero del petrolio iracheno, e hanno creato una grande task force militare e civile per promuovere il settore energetico iracheno in difficoltà.

“I dirigenti petroliferi americani fornivano formazione gratuita al ministero”, ha affermato Ben Lando, direttore degli uffici di Iraq Oil Report, un servizio di notizie economiche. “E’ abbastanza strano che, dopo aver desiderato un accesso al petrolio iracheno per così tanto tempo, le imprese statunitensi siano rimaste in disparte”.

Le preoccupazioni per la sicurezza, come sottolineato dagli attentati coordinati di martedì scorso, e la minaccia dell’instabilità politica a seguito del ritiro militare statunitense, probabilmente hanno fatto riflettere i dirigenti petroliferi americani – dicono gli analisti.

In alcuni casi, le compagnie statunitensi si sono trovate in una posizione svantaggiosa, perché le loro rivali, in particolare cinesi e russe, hanno costi di manodopera più bassi e non devono rispondere ai loro azionisti, cosa che potrebbe permettere loro di prendere più rischi.

“Le compagnie degli Stati Uniti riferiscono ai loro azionisti, non all’opinione pubblica”, ha replicato Ruba Husari, responsabile di Iraq Oil Forum, un altro sito di notizie economiche. Tuttavia, ha detto, “il loro basso profilo desta interesse”, tenuto conto che le aste sono ampiamente viste come l’ultima occasione importante per le compagnie petrolifere internazionali che vogliono fare affari in Iraq nei prossimi anni.

L’ambasciatore americano Christopher R. Hill ha definito l’apertura del settore petrolifero iracheno agli investimenti stranieri un risultato che ha un “significato storico”, e ha detto di essere incoraggiato dal modo trasparente in cui è stato gestito il processo.

Hill ha detto che l’ambasciata aveva fornito una consulenza alle società statunitensi mentre soppesavano i pro e i contro di fare affari in Iraq, come fanno i diplomatici di tutto il mondo.

“Non mi trovo nella posizione di poter esprimere delusione”, ha detto a proposito della performance delle compagnie americane alle aste. “Hanno dovuto prendere una decisione sulla base di quello che erano disposte a pagare”.

La Exxon Mobil è stata l’unica società americana che ha guidato un consorzio vincente. La Occidental Petroleum Inc., con sede a  Los Angeles, ha ottenuto una quota di circa il 25% in un altro contratto.

La Chinese National Petroleum Corp., di proprietà statale, ha gareggiato per un numero di contratti maggiore di qualsiasi altra società.

In netto contrasto con gli americani, i diplomatici cinesi a Baghdad hanno mantenuto un basso profilo in questi ultimi anni, lavorando in un albergo e attirando poca attenzione. Ma i funzionari iracheni dicono di essere rimasti colpiti dalla qualità dei diplomatici cinesi, molti dei quali parlano l’arabo in maniera impeccabile e hanno sviluppato una raffinata comprensione della politica irachena.

“Sappiamo tutti che la Cina è sulla buona strada per diventare una grande potenza economica e tecnologica”, ha detto Jihad Assam, un portavoce del ministero del petrolio.

In base a contratti ventennali, il governo iracheno pagherà una determinata quota alle compagnie per ogni barile prodotto al di sopra dell’attuale livello di produzione in ciascun campo di estrazione.

Inoltre i contratti pongono le compagnie in una buona posizione per svolgere ruoli importanti in Iraq se il governo dovesse allentare le restrizioni agli investimenti stranieri. I contratti assegnati alle aste sono contratti di servizio, che non danno alle compagnie una quota sugli utili.

L’asta di questo fine settimana ha avuto molto più successo di quella di giugno, quando il ministero assegnò un solo contratto dei 10 che componevano l’asta. Due altre offerte di tale asta erano state assegnate in seguito.

Sui 10 campi di estrazione messi all’asta al secondo turno, il ministero ha assegnato sette contratti.

Le entrate petrolifere dell’Iraq, che costituiscono la spina dorsale della sua economia, si sono mantenute al di sotto degli obiettivi, quest’anno, a causa dei prezzi più bassi e del minore volume delle esportazioni. I funzionari iracheni sperano che i campi ripristinati possano arrivare a pompare ben 11 milioni di barili al giorno in otto anni. Il paese attualmente produce 2,4 milioni di barili al giorno.

La controversia sul federalismo tra i politici di Baghdad e i loro omologhi del governo della regione autonoma curda, nel nord dell’Iraq, è una delle maggiori sfide che le compagnie petrolifere che si apprestano ad entrare in Iraq probabilmente dovranno affrontare.

Il presidente della commissione del petrolio e del gas nel parlamento iracheno – un curdo – ha messo in guardia i dirigenti delle compagnie affermando che i contratti sono illegali. Ali Hussein Belo (questo è il nome del presidente della commissione) ha chiesto le dimissioni del ministro del petrolio Hussain Shahristani.

“Queste società dovrebbero pensarci due volte prima di firmare i contratti”, ha detto il parlamentare.

Nel frattempo, gli accordi che i curdi hanno firmato con le società straniere per i campi di estrazione nel nord dell’Iraq sono stati presi di mira dal governo di Baghdad, che ha vietato a queste compagnie di partecipare alle aste.

Questa disputa potrebbe trascinare le compagnie petrolifere in una delle più prolungate battaglie per il potere in Iraq. “Abbiamo fiducia nel governo”, ha detto Mounir Bouaziz, un vicepresidente della Shell, dopo che la sua società si era aggiudicata un ambito campo petrolifero. “Il governo sostiene questi contratti”.

Ernesto Londoño è corrispondente da Baghdad per il Washington Post

Medarabnews

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