L’esercito iraniano in Iraq, occupato pozzo petrolifero

 Alla diri­genza iraniana piacciono le provocazioni. I seguaci del pre­sidente Ahmadinejad pensano di trarne dei vantaggi, di com­pattare i ranghi davanti agli av­versari e di mostrare coraggio. Così l’ultima sortita l’hanno ri­servata al vicino Iraq. Un repar­to militare ha occupato un’im­portante installazione petroli­fera al confine tra i due Paesi. Con un’incursione, preceduta nei giorni scorsi da manovre si­mili, i soldati si sono imposses­sati del Pozzo numero 4 di Fakka, 230 chilometri a sud est di Bagdad. Un mini blitz effet­tuato senza sparare un colpo ma dal valore simbolico: tanto è vero che gli invasori — so­stengono gli iracheni — han­no piantato una bandiera ira­niana sulle strutture per rimar­care che è roba loro.

Fakka è un «campo» petroli­fero piuttosto esteso, da dove estraggono il greggio sia l’Iran che l’Iraq ma che gli iracheni considerano sotto la loro sovra­nità. E non sono disposti a fare regali. Un contenzioso che va avanti da anni con incidenti e schermaglie. Ma che oggi assu­me un significato diverso vista la contrapposizione tra Tehe­ran e la comunità internaziona­le.

Bagdad non ha reagito subi­to allo schiaffo ma è apparsa piuttosto imbarazzata. Prima ha dato l’annuncio del pre­sunto attacco, quindi ha ne­gato, infine ha sottolinea­to che «nel pomeriggio gli iraniani erano ancora sul posto». E denuncian­do «la violazione» ha chiesto «l’immediato riti­ro dei soldati». La solu­zione, per il governo, passa attraversa «la via diplomatica». Dai mul­lah, invece, è arrivata una smentita: «Non occupiamo alcun pozzo iracheno». Più sensibili, certamente, i merca­ti, con il prezzo del petrolio sa­lito a 74 dollari.

Le mosse dell’Iran si inseri­scono in un sentiero di provo­cazioni.

Una serie di passi che investono la sfera interna (azio­ni brutali contro il dissenso), esterna (il nodo nucleare) e re­gionale (interferenze in altri Paesi, come lo Yemen). Muo­vendosi da un «tavolo» all’al­tro, gli ayatollah attirano co­munque le attenzioni, manten­gono l’iniziativa, costringono la diplomazia internazionale a inseguirli. E a quanti si aspetta­no segnali di cooperazione il regime replica con calci negli stinchi. Il presunto sconfina­mento in Iraq è stato seguito ie­ri dall’ennesimo annuncio sul programma atomico. Teheran ha affermato di aver testato nuove centrifughe per l’arric­chimento dell’uranio destinate ad entrare in servizio nel 2011. Un indizio evidente che Ahma­dinejad e i suoi si preoccupano ben poco dei moniti lanciati da­gli Usa.

Infine, dimostrando di voler mantenere la pressione su chi contesta, un team di hacker, presentatosi come «Cyber eser­cito dell’Iran», ha messo fuori uso per oltre un’ora il servizio di micro blogging Twitter. Chi ha cercato di entrare nel sito è stato «rimbalzato» su una pagi­na web dove c’era una bandie­ra verde e slogan pro Hezbol­lah. L’attacco è interpretato co­me una ritorsione nei confron­ti di Twitter, usato da giovani e studenti iraniani per aggirare la censura imposta dal regime durante le proteste nelle stra­de.

Le autorità hanno allora cre­ato un’unità speciale, controlla­ta dai pasdaran, che ha iniziato a combattere la sua guerra ci­bernetica per soffocare la con­troinformazione. Negli am­bienti dell’intelligence si sostie­ne che Teheran oltre a mobili­tare i «guardiani della rivolu­zione » si sarebbe rivolta ad hacker stranieri (si parla del­l’Est Europa), ingaggiati a suon di dollari come «mercena­ri del web».

Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”

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