Terrorismo. La Cia nasconde un segreto a Vilnius

GIULIETTO CHIESA
Esplode, non esplode, esplode. Lo scandalo della prigione segreta della Cia in Lituania si arricchisce di nuovi particolari, sempre più attendibili. La notizia arriva con oltre due anni di ritardo rispetto alle rivelazioni della americana Abc che avevano permesso di individuarne almeno due, in Polonia e in Romania, spingendo il Parlamento Europeo a formare una commissione speciale d’indagine sulle extraordinary renditions di presunti terroristi, cioè prelevamenti illegali di prigionieri con destinazione finale Guantanamo.
Molti aeroporti europei, tra cui quelli di Roma e di Aviano, erano serviti come tappa, tra il 2002 e il 2005. L’Italia aveva «aiutato» anche il rapimento a Milano di Abu Omar. Altri Paesi europei hanno fatto di più, cioè hanno concesso alla Cia di ospitare prigioni. Altri hanno fatto atterrare gli aerei segreti.

In Lituania pare che la prigione fosse nei pressi della cittadina di Rudnikaj, in una base ex sovietica, a 40 chilometri da Vilnius. Secondo la Abc, che ha avuto le informazioni da una fonte qualificata degli stessi servizi segreti Usa, in quella prigione sono passati almeno otto prigionieri.

Ovviamente il governo lituano smentisce. Ma è stato messo in difficoltà dell’ex presidente Rolandas Paksas il quale ha dichiarato che l’impeachment cui fu costretto nel 2004 fu l’effetto del suo perentorio rifiuto di ospitare prigioni segrete per conto terzi.
«Quando ero presidente – ha dichiarato – seppi che c’era gente che voleva portare sospetti terroristi in Lituania. Io credo che il mio disaccordo sostanziale sia stato la causa scatenante di una campagna contro di me e del mio successivo impeachment».
Dunque le pressioni ci furono e, con alto grado di probabilità, l’operazione venne realizzata suo malgrado, tra il 2004 e il 2005 (come afferma la Abc).

La domanda che si pone è come mai la faccenda emerge adesso. Chi muove queste gole profonde e perché? Dice il vero Abc quando fa risalire l’indiscrezione a una fonte Cia? O c’è qualche mano europea che, come minimo, aiuta?

In questo, come in altri casi, si vede in trasparenza l’esistenza di almeno due Europe. Come ai tempi della guerra irachena ci furono la Germania di Schroeder e la Francia di Chirac che non accettarono il gioco della Washington di Bush, così adesso non tutte le capitali europee sono accodate a un Obama sempre più incerto e ondivago.

La rinuncia ai missili in Polonia e al radar in Repubblica Ceca non è piaciuta ai neocon europei. Guantanamo non piace ai liberal americani che hanno votato Obama. La Cia che ha torturato i prigionieri della guerra al terrore non si sente sicura dell’impunità che, pure, Obama le ha garantito.

E la crisi economica che ha colpito l’Est Europa, in primo luogo i tre Stati baltici, rimescola molti mazzi di carte. Poltrone bruciano ad alta intensità. Chi si deve alzare cerca nuove alleanze. E la vicenda delle extraordinary renditions non è conclusa. Inchieste sono ancora aperte in Germania, in Spagna, in Portogallo. In Italia il processo di Milano per il rapimento di Abu Omar non ha potuto superare il segreto di Stato, e non avrà dietro le sbarre gli agenti della Cia che realizzarono l’operazione e che sono stati condannati.

Guantanamo non si chiude e, anzi, si scopre che altre prigioni segrete sono ancora aperte. Per esempio nella base afghana di Bagram. A Vilnius, piccola capitale che porta nel suo seno un grande segreto, qualcuno ha aperto una smagliatura che potrebbe compromettere la tenuta della tela. Se qualcuno – ma è davvero improbabile – dovesse pagare un prezzo, l’onda della risacca finirebbe per arrivare lontano.

La Stampa

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