Giorgio, il precario di successo

Intervista. Dice di essere senza contratto, «mi hanno fatto fuori da tutti i giornali», intanto “Satiromantico” è il suo 50esimo libro. L’esordio da tipografo a “Paese Sera”, ora disegna per Feltri, «sarà feroce ma vende». Re incontrastato delle querele, D’Alema gli chiese 3 miliardi, «però mi ha condannato solo Caselli». Principe a “Panorama”, cofondatore di “Repubblica” con Scalfari, «un grande, tagliava Bocca e Pansa». Mauro? «Non mi difese e me ne andai». Di Pietro? «Voleva le vignette in anteprima».

In occasione dell’uscita del suo nuovo, feroce e bellissimo libro Satiromantico (Mondadori), incontro Giorgio Forattini nella sua bella casa romana nel quartiere Prati (vive a rotazione quindici giorni a Parigi, dieci a Milano e cinque a Roma). È una casa-museo piena di oli, acquerelli, incisioni di volti anonimi antecedenti all’invenzione della fotografia. Parliamo dei suoi grandi amori: Bosch, Bruegel, Tolouse-Lautrec, Seurat. «Sai una cosa?» mi confessa, «l’arte moderna non mi piace. Ma è possibile che un artista non sappia fare un disegno? Ti sembra normale?».
Ci sediamo nel suo studio caldo di colori. Sul tavolo c’è una vignetta – l’ennesima – contro Di Pietro gerarca.

E’ molto deluso, Forattini, perché dopo quasi quarant’anni Panorama è stata costretta, per via della crisi, a sospendere il suo contratto. «Sono un disoccupato. Ah, non ci credi? Guarda che dico sul serio. Sì, faccio qualche vignetta per Il Giornale, ma sono senza contratto. Sono un precario come te, anzi, a te almeno ti telefonano, a me invece non mi chiamano neanche». Non c’è verso di fargli capire che la sua precarietà è una precarietà di lusso, che lui è uno che con i suoi libri (l’ultimo appena pubblicato, Satiromantico, è il suo cinquantesimo libro) ha venduto milioni di copie (milioni veri, non finti). Niente. Forattini, il re senza rivali dei vignettisti italiani, vorrebbe quasi quasi farmi credere che sto meglio di lui. «Mi hanno fatto fuori da tutti i giornali. Ho anche accettato di fare le vignette per il Quotidiano nazionale. Però una volta dicevano che erano troppo dure, un’altra volta non le pubblicavano, e certe volte le mettevano piccole piccole, tre centimetri per sei. No amico mio! Il vecchio Forattini vuole spazio, le mie vignette le devi mettere in alto, a tre colonne! Ma scherziamo?».

Forattini è un raffinato viscerale, un burlone che, nel mentre sbraita contro il potere vile, spalanca gli occhi e sembra sperduto, perso. Solo chi ha la fortuna di trascorrere una mezza giornata con lui scopre che il satirico che ha fatto arrabbiare i potenti d’Italia ha un pianto in gola che non riesce a dissimulare fino in fondo. «Mi hanno querelato sempre. Ma solo a sinistra! Solo i comunisti mi hanno querelato!». Gli faccio notare che la sua attività satirica è iniziata nel 1970 a Paese sera, giornale comunista; e, provocatoriamente, gli chiedo se quarant’anni fa era comunista. «Io comunista? Io non sono mai stato comunista in vita mia! Sono sempre stato un liberale. E a Paese sera lo sapevano. Ah, quel giornale era pieno di sessantottini. Che sciagura, il 68! E poi tieni conto che a Paese sera io lavoravo in tipografia, e che la prima vignetta la feci per Panorama. Poi, quando i compagni scoprirono che il Forattini di Panorama ero io, solo a quel punto mi chiesero di fare le vignette».

È un fiume in piena, Forattini: «I comunisti di Paese sera non li sopportavo perché nonostante guadagnassi due lire mi chiedevano sempre di sganciare soldi per il Nicaragua o per Sendero luminoso. Ma ti rendi conto?». A quel punto gli faccio notare che è tra i fondatori di Repubblica, e che il giornale di Scalfari non è mai stato un giornale di destra. «Guarda, ti dico una cosa. Nel 1975 accettai di lavorare con Eugenio Scalfari alla fondazione di Repubblica perché Scalfari è uno che i giornali li sa fare per davvero. Pensa che è stato lui a inventare gli articoli brevi. Sai che diceva a Pansa e a Bocca? Gli diceva che se sforavano, i tipografi avevano il diritto di tagliare i loro articoli. Mo’ invece è impazzito, scrive articoloni su Dio, ma è stato un grande direttore. E comunque Scalfari mi ha sempre difeso. Quando facevo qualche vignetta particolarmente dura contro De Mita o contro Craxi, Scalfari mi chiamava in tipografia con l’interfono e mi diceva: “Giorgio, ma perché devi attaccare gli unici amici che ho?” E io gli rispondevo: “A diretto’, ma che gente frequenti?”.

Però la verità è che quando i politici lo chiamavano per protestare contro le mie vignette, lui diceva che lo spazio di Forattini era un porto franco. Scalfari è stato un grande direttore, mica come lo gnomo di Cuneo».
Lo gnomo di Cuneo? E chi è adesso questo gnomo di Cuneo? «Come chi è lo gnomo di Cuneo! È Ezio Mauro! I problemi di quel giornale sono nati con Debenedetti. Diceva Agnelli, riferendosi a Scalfari, che non si poteva dirigere un giornale che si era venduto. Quando nel 1999 D’Alema mi ha querelato chiedendo 3 miliardi di risarcimento per la famosa vignetta sul caso Mitrokhin, tieni conto che D’Alema ha querelato solo me, non Repubblica. Ezio Mauro faceva comunella con D’Alema, presentava i suoi libri. Siccome Ezio Mauro non mi ha difeso, ho deciso di andarmene, di licenziarmi senza chiedere niente. E guarda che ero redattore, potevo anche non andarmene. Quando ho comunicato a Mauro che me ne sarei andato, lui era tutto felice. Sì, perché ogni volta che gli mandavo una vignetta via fax lui si incazzava moltissimo. Ho tolto il disturbo, praticamente». E com’è andata a finire la querela di D’Alema? «L’ha ritirata non appena me ne sono andato da Repubblica».

Nella sua vita satirica Forattini è stato querelato molte volte. Gli chiedo se è mai stato condannato per diffamazione in via definitiva. Forattini si aggiusta i capelli pettinati alla francese, tanto da somigliare a uno dei tanti esponenti della borghesia settecentesca raffigurati nei quadri appesi alle pareti, e chiude gli occhi per ricordare meglio. «Mi hanno querelato in tanti. Mi hanno querelato Leoluca Orlando, Bettino Craxi, Ciriaco De Mita. E mi hanno creato problemi Paolo VI e Romano Prodi. Ma sai chi è l’unico che è riuscito a farmi condannare? Vediamo se lo indovini. No lo sai? Allora te lo dico io: è il giudice Caselli. Ah, la magistratura italiana! Ma è meglio che non mi fai parlare!». Forattini continua il racconto della sua vita. Mi parla bene dell’avvocato Agnelli, che lo volle a La Stampa con un contratto superlativo. E mi parla bene di Vittorio Feltri («sarà pure feroce, ma ha aumentato le vendite del Giornale di 50.000 copie. Speriamo mi faccia un bel contratto»).

E il centro-destra? Mai avuto problemi con Fini, Berlusconi, Schifani, Tremonti? E con Di Pietro? «Mai. Berlusconi è un signore. È un uomo libero. Ho fatto vignette sulla Carfagna e su Papi, ma lui non mi ha mai detto niente. Sarà anche un fijo de ‘na mignotta, ma è un uomo libero. Le querele arrivano solo da sinistra. Solo i comunisti querelano. Diverso invece è il caso di Di Pietro. Ora ti confesso una cosa. Quando c’era Mani Pulite io appoggiavo le inchieste di Di Pietro, e Di Pietro era felice del mio appoggio, tanto che a notte fonda mandava la polizia a casa mia per avere in anteprima le vignette. Adesso non mi può dire niente. Però no, non mi ha mai querelato».

Le fredde strade di Roma sono avvolte dal buio. Il pomeriggio è passato in fretta. «In questo paese se non sei comunista ti dicono che sei fascista. Mi ricordo che fui io a sdoganare Fini per la prima volta in un’intervista a Maria Latella. Fui costretto ad andarmene da Roma. Mi arrivavano le telefonate di notte, mi dicevano che ero un fascista, un fijo de ‘na mignotta. È un brutto paese, il nostro. La libertà è merce rara. Solo da noi la satira è considerata criminale. Ma la satira è un porto franco, nessuno la deve toccare. Mo’ però lasciami lavorare perché devo fare una vignetta per Feltri, anzi, aiutami a trovare un lavoro, perché sono disoccupato. E salutami Polito, perché quando me ne andai da Repubblica fu l’unico a telefonarmi insieme alla Palombelli. Queste sono cose non si dimenticano».

Andrea Di Consoli

Il Riformista

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