SOTTO L’ALBERO DEL POP-CAMP, ARBASINO ATTOVAGLIA IL SUO ‘PANETTONE

NELLA TRASGRESSIVITÀ DI MASSA OGGIDÌ TANTO DILAGANTE E IMPERANTE E IMPELAGANTE, LE PUTTANE DIVENTERANNO ALTERNATIVE? E LE MOGLI? CONTROCORRENTE? E I FIGLI? CONTROMANO? E LE FIGLIE? CONTROVENTO? E I TRANS? ANTICORPI? Con mogli consapevoli che dicono “va con loro” ai mariti inquieti?…

Alberto Arbasino per La Repubblica

1 – LA GAGLIARDA PORCHERIA ANALE-POPOLARE DE ‘L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY’
«Ci troverete dentro non meno di tredici accoppiamenti carnali, perché i personaggi vengono sempre seguiti non solo nella stanza da letto, ma fin dentro il letto!». E le tre donne della giuria tossiscono improvvisamente tutte insieme con le mani davanti agli occhiali.

Si era (mezzo secolo fa) nell´aula prima dei Law Courts londinesi. Boiseries scure, stucchi bianchi, luce indiretta dal lucernario tondo. Seggioloni maestosi con lo stemma reale impresso in oro sullo schienale di cuoio nero; e la spada (non le bilance) della Giustizia sopra il seggio del “Justice”, che spiega la nuova legge ai dodici giurati piccoli borghesi decenti e seri. Bisogna provare che una pubblicazione avvenga davvero nel pubblico interesse; e considerare un libro nel suo complesso, senza limitarsi a considerare oscena qualche riga avulsa dal contesto.

Due domande, quindi: il libro si ritiene osceno, tenuto conto di tutti i fattori? Se si risponde di no, qui finisce il processo, con una assoluzione per tutti. Se sì, la pubblicazione può essere giustificata dal pubblico interesse?

Così ogni giurato riceve una copia di Lady Chatterley´s Lover, e la dovranno leggere qui in tribunale: vietato portarla a casa. Il magistrato legge una piccola antologia di sentenze passate in casi affini, avverte affabilmente che non siamo più nell´età vittoriana, e bisognerà riflettere con spirito liberale sulla libertà di esprimere tutti i propri talenti nel 1960 e in seguito.

Poi, a sorpresa, diventa solenne come un oratore shakespeariano; e spulcia con minuzia filologica le tante vecchie parole tipicamente anglosassoni appartenenti alla tradizionale gagliarda porcheria popolare… Ed ecco il ghiotto indimenticabile spettacolo di un magistrato imparruccato e togato che elenca tutte le parole più porcelle della lingua inglese, come leggendo ad alta voce le pareti delle latrine, e avvertendo che si trovano ripetute in ogni pagina di D. H. Lawrence.

Nel pubblico intellettuale, molti hanno letto sull´autorevole Encounter l´analisi filologica di John Sparrow, insigne Warden of All Souls (prestigiosissimo college di Cambridge, dunque non scherziamo su un possibile Guardiano di Tutte le Anime) che dimostra come tutto l´erotismo di Lady Chatterley appartenga in esclusiva alla sfera anale.

Ma i coetanei di Lawrence continuano a spettegolare, perché andava a trovare Osbert Sitwell, e poi lo metteva in ridicolo nei panni di quel marito burattino e macchietta… Michael Arlen lo visita a Firenze offrendogli aiuti medici, e subito viene messo nei primi capitoli come un maniaco snob che dice solo sciocchezze…

«Era il suo sistema, mordere la mano che viene in soccorso… E in fondo gli piaceva proprio vivere in quella povertà assurda, mungere le mucche all´alba e sentirsi perseguitato da tutti, con quell´enorme moglie tedesca sempre dietro ingombrantissima, a caccia di stupide religioni primitive, dall´Australia al Messico… E quella sensualità presa sul serio solo da povere professoresse impavide convinte di combattere chissà quali battaglie, dove ormai anche i bambini si addormentano o ridono…».

Finirà con l´assoluzione, e via libera a una prima tiratura di duecentomila Penguin Books, grazie soprattutto alle deposizioni appassionate dell´intrepido ottantenne E. M. Forster, giunto in treno da Cambridge per «senso del dovere», e della illustre filologa Helen Gardner, di Oxford, autrice di The Susiness of Criticiam, ossia «non brandire uno scettro ma levare in alto una fiaccola». (In quel medesimo anno, in Italia, si procedeva penalmente contro Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, L´avventura, L´Arialda, La giornata balorda, e in innumerevoli cause contro Pasolini).

2 – NELLA TRASGRESSIVITÀ DI MASSA OGGIDÌ TANTO DILAGANTE E IMPERANTE E IMPELAGANTE, LE PUTTANE DIVENTERANNO ALTERNATIVE? E LE MOGLI? CONTROCORRENTE? E I FIGLI? CONTROMANO? E LE FIGLIE? CONTROVENTO? E I TRANS? ANTICORPI?
«Ci salveranno le vecchie zie?» era una curiosa domanda retorica di Leo Longanesi, negli anni Cinquanta di Einaudi e De Gasperi. Successo. In seguito, secondo i corsi e ricorsi storici, si possono ricordare (una quarantina d´anni fa) i cortei femministi che percorrevano il quartiere Prati al grido di «Col dito, col dito, orgasmo garantito». Mentre i barbieri e le sciampiste, uscendo in via Cola di Rienzo coi loro camici, ribattevano in coro: «Col c…, col c…, è tutto un altro andazzo». Mottetti e strambotti di un´altra età…

In seguito, prima in America e poi da noi, i movimenti di liberazione sessuale provvidero a delimitare ed etichettare in ghetti il territorio generale del Desiderio. Settori, paletti, griffe: omo, ano, etero, bi, tri, trans, pedofili, gerontofili, fetish, S/M, e via. Intanto ad ogni prima messa mattutina, varie vecchiette continuavano a vantarsi di colpe grandissime, a voce altissima. Millanterie deplorevoli, tipo goliardi o biliardi o bar sport? Brrr.

Ora, a sorpresa, e malgrado ogni rivendicazione sulle quote rosa, varie vecchie hanno ripreso (anche più acidamente delle zie di Longanesi, o dei Don Camilli di Guareschi) a sgridare e rimproverare le giovani: in gran parte effettivamente mignotte e troiette immorali, o magari pronipoti “liberate” del vecchio Sessantotto.

Ma allora, il moralismo delle vecchiette e bruttine sarà una provocazione controcorrente e irriverente contro le “carucce”, nella trasgressività di massa oggidì tanto dilagante e imperante e impelagante? O le puttane diventeranno alternative? E le mogli? Controcorrente? E i figli? Contromano? E le figlie? Controvento? E i trans? Anticorpi? Con mogli consapevoli che dicono «va con loro» ai mariti inquieti?

3 – L´INVENZIONE DELLA NOSTALGIA
«Oggi il mio cuore è pieno di nostalgia… Nostalgia di baci, nostalgia d´amor… Passa e sfiorisce tutta la vita mia… fra i piaceri mendaci… che avvelenano il cor…».
«Nostalgia di baci… di carezze e di ebbrezze… Non ritorna mai più… la gioventù…».
«Laggiù dove tutto parla di poesia… Vivremo in un sogno pieno di nostalgia…». Tra i periodici ritorni di «Che bella cosa, ´na jurnata ´e sole»…

…Tè danzanti fra rotonde sul mare e chalets di mezza montagna negli anni Trenta… «Cucù, cucù, una voce cantava lassù… Cucù, cucù, e diceva: l´amore sei tu»… Gagà e gagarelle sentimentali, galanti giovanotti e giovani signore in vacanza: tutti sempre pieni di nostalgia, ma senza localizzare lo stato d´animo elegiaco in qualche epoca passata specifica.

Come quando le serve evocate da Emilio Cecchi animavano i cortili cantando a gran voce «Strazzziami, ma di baci sazzziami», tra gran colpi di ferro da stiro. E le zie più giovani: «Illusione, dolce chimera sei tu». E Anna Magnani, scettica: «Qui nel cuor, qui nel cuor». «Vieni, c´è una strada nel bosco» poteva evocare Hänsel e Gretel, o la Strega di Biancaneve. Ma Liz Taylor, in Cleopatra, sospirava poi «come mi sento romantica stasera», fra il tinnir dei cubetti di ghiaccio nel drink di Giulio Cesare. E tanti piccoli fans di Frank Sinatra non subodoravano che la «Polvere di stelle» fosse bianca e inebriante…

Invece, nelle accuratissime analisi di Emiliano Morreale (L´invenzione della nostalgia, ed. Donzelli), la nozione stessa si ricombina e rimescola con tanti concetti variamente qualificati e databili; kitsch, pop, post, camp, cult, must, vintage, Sontag, Warhol, revival, icone, trash…

Come testimone d´epoca, potrei certificare che nulla di tutto questo era già nozionisticamente presente nei tardi anni Cinquanta, alle tavolate di ristorante in via Frattina, ove si elaboravano compiutamente un kitsch e un camp che non avevano ancora un nome (né erano oggetto di studio), oltre ai film e spettacoli più belli e importanti tra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta.

Tra giochi e couplets, e soprannomi, un´ampia “bohème” con Mauro Bolognini e Franco Zeffirelli e Piero Tosi e Umberto Tirelli e Laura Betti e Adriana Asti e Pierluigi Pizzi e Mario Missiroli (etc.), attentamente origliati dai tavolini “single”: un senatore, un marchese, un antiquario, un principe… Tutto un «palio dei buffi» alla Palazzeschi. E infatti, talune rificolone canticchiavano: «Mettere il gatto in cantina – l´è un´impresa, e ci vòle coraggio. – Ma se invece del topo si magna il formaggio – quest´è una trappola da rimediar!».

4 – E PROPRIO LA NOSTALGIA PUÒ RISULTARE OGGIDÌ IMBARAZZANTE
«Pareva un facile gioco». Trent´anni fa, alla Columbia University, gli studenti brillanti si felicitavano ai miei corsi: «Per capire Gozzano e Nonna Speranza, va benissimo Andy Warhol coi suoi ninnoli di pessimo gusto camp». Ma ora il “Pop-Camp” diventa un doppio numero della rivista Riga (ed. marcos y marcos): oltre seicento pagine di testi e saggi raccolti e commentati con immensa bibliografia da Fabio Cleto.

E proprio la nostalgia può risultare oggidì imbarazzante, solo ricordando i nomi degli eccellenti scrittori viventi mezzo secolo fa nelle città italiane; e i loro libri in uscita, un mese dopo l´altro. Una lezione obiettiva e statistica, dunque cool: come paragonare le pagine degli spettacoli secondo i mesi e le città, nel corso dei decenni scorsi. (Un valzer delle candele, invece che delle poltrone?).

D´altronde, mi basta ricordare che divenni deputato per le sollecitazioni di Bruno Visentini e Giovanni Spadolini: personaggi evidentemente imparagonabili, per allure e cultura, alle figure politiche d´oggidì.

E del resto, quando Nicola Chiaromonte (l´opposto di qualsiasi camp) alla fine degli anni Cinquanta mi pubblicò su ‘Tempo presente’ sia ‘Una notte nel demi-monde’ sia ‘La mattinata delle Marie’ (poi, in volume, ‘La narcisata’), furono quasi unanimi le deplorazioni dei poco avvezzi alla Partisan Review. E più di un autore lombardo mi chiese di cedergli quel titolo.

Ma la lettura della table d´hôte fu piuttosto realistica: «Come mai c´è solo la Sarta Nera, e manca “Noire la Couturière”?». (Quando i “superciliosi” in buona fede, come Anna Banti, deploravano Sordi e Totò quali istrioni da suburre e suburbia).

Negli anni Sessanta, invece, per colpa mia, quando Gillo Dorfles mi chiese di collaborare al suo volume sul Kitsch, d´après il saggio di Hermann Broch, ebbi l´errata sensazione che si trattasse di una moda stagionale, effimera. Così come non attaccò mai da noi quel «cursi» che è un vecchio equivalente spagnolo di camp.

5 – I MONDANISSIMI “LORSIGNORI” DI FORTEBRACCIO: VIVEVA CON LORO E VENIVA RAGGUAGLIATO SENZA USCIRE “IN SOCIETÀ”, SAPENDO TUTTO BENISSIMO
Le Facce da schiaffi di “Fortebraccio” (Mario Melloni, ed. Rizzoli) animano ricordi e rimpianti selettivi e simpatici. Davvero «impagabile», lo spiritoso corsivista sull´Unità (dopo un rimosso passato parlamentare democristiano) era una puntina di diamante, come nei grammofoni, tra i salotti proustiani milanesi ancora buonissimi per la conversazione e le polemiche alte.

Quando uno spontaneo anticonformismo illuminista, contro i «controcorrente alla Montanelli», amava scorgere nei favoleggiati metalmeccanici una rude messa positiva e statica, aliena en bloc dai perbenismi e calducci di una piccola borghesia ormai progressista. Ma chi avrebbe mai osato prevedere, per la casalinga di Voghera o per le tute di Arese, un futuro di bambini griffati e rimpianti vegliardi per il radical-chic?

Fortebraccio, già lungamente malato alla gola, viveva nell´appartamento della coppia Bodrero, giacché amico di Lia. Che definiva «i suoi valvassini» sia Mario sia il marito Puccio, di una verve e di una bruttezza smisurate, ugualmente «adorabili». Puccio, molto proustianamente, «andava in società» fra le grandi famiglie del Corriere della sera e delle banche e società che spesso presiedeva.

Socialista d´antico stampo, ma con lobbia e grisaglie da City: anche in un comizio nenniano nella stupenda piazza di Vigevano, ove gli astanti sul lato estremo non si avvicinavano al suo palchetto, malgrado gli inviti. E poi partirono tutti con l´autobus, giacché erano alla fermata. Lo raccontava lui.

Puccio e Lia dapprima abitavano presso l´Angelicum, dove un letto fra gli armadi era per gli amici di riguardo, come Annamaria Cicogna. Passarono poi in via Turati, con camera per Mario e consigli di Gae Aulenti e la perfetta Carmela. Nel 1964 si andò a Mosca e Leningrado con gli Amici della Scala. E lì, masse di aneddoti.

Al Bolshoi, un gentilissimo signore sempre dietro in piedi nel nostro palco. E Wally Toscanini: un cugino di mio cognato Horowitz, che insegna alla Bocconi di Kharkhov. (Ed era Liebermann, l´economista del Disgelo). Mentre nella barcaccia governativa opposta alla nostra, il presidente dell´Urss, Mikoyan, assai somigliante ad Adolphe Menjou, non mancava una replica.

E là si animava il sovrintendente scaligero Ghiringhelli, con Krusciov che andava e veniva (prossimo alla destituzione), e una sera invitò Ghiringhelli a mangiare a casa. Ma c´era solo fegato, che il sovrintendente non poteva mangiare; e non essendoci uova in cucina, Krusciov mangiò anche la sua porzione, raccontò Ghiringhelli al breakfast, deludendo (in quanto «poco attento») Wally, che voleva dettagli sul mobilio e il servizio.

Ahimè Fortebraccio non venne con noi in Russia, quindi non partecipò alla matinée dal Metropolita a Zagorsk, dove in ristrette circostanze, al freddo, il monaco Pimen (serpentino come in un tradizionale Musorgskij) cambiava i dischi a 78 giri della Settima di Beethoven diretta da Toscanini, in omaggio a Wally che commossa bevve anche il caffè del Metropolita, mentre Pimen a noi serviva una melina verde acerba. E la Franca Valeri: «Pimen non me la conta giusta».

Ma poi divenne metropolita o patriarca, a sua volta. E la Franca compose una commedia, Questa qui, quello là, ispirata a un illustre avvocato milanese, e a sua sorella, con noi nel tour. Ma soprattutto Visconti avrebbe potuto “girare” l´architetto milanese Tommaso Buzzi che davanti al Palazzo d´Inverno ci intima «fermi tutti», e constata «niente in asse con niente, e pensare che quelli erano di Bergamo».

Mentre dentro l´Ermitage vuoto si spalancavano porte e battenti davanti agli ori sciti – «arrivano la Matalon e la Brambilla!» – e qualche signora in tacchetti alti precedeva il drappello e per far meno strada occhieggiava dichiarando «lì non c´è niente», e magari c´erano i Rembrandt.

Così Mario – oltre a non condividere il disappunto del maestro Gavazzeni al Moskvà, dove il tavolo del conte Tolstoj era sempre già prenotato, come quello del conte Cavour al Cambio torinese – nemmeno venne alla Stazione di Finlandia per verificare il favoleggiato «wagon-lit zarista».

Era sovietico, invece: con Lia Bodrero ed Emanuela Castelbarco nelle cuccette sopra, e nei lettini sotto Wally che perse un anello inestimabile alzando le coltri per non vedere il Puccio spogliato. A questi anziani e mondanissimi “lorsignori” si ispirava Fortebraccio, ragguagliato senza uscire «in società» e sapendo tutto benissimo.

Benché ammalazzato con fili e tubi e bombole, Mario arrivava a tavola sempre brillante e pimpante. Fra le storie preferite dai «valvassini», Puccio e Pupo di Bagno a Villa Ada, per le danzine domenicali delle principesse (Jolanda, Mafalda, ecc.) ancora nubili. Aranciate, e un pianista, con Vittorio Emanuele III che osservava. E di tanto in tanto, l´aiutante di campo: «Sua Maestà desidera che facciate ballare anche le figlie brutte del medico di Corte».

Dagospia

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Una Risposta to “SOTTO L’ALBERO DEL POP-CAMP, ARBASINO ATTOVAGLIA IL SUO ‘PANETTONE”

  1. luigi festa Says:

    la perfetta Carmela, ha appena compiuto 90 anni, e continua con grande amore a ricordare i suoi 45 anni di servizio a casa Bodrero con dolce nostalgia.

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