Africa e Yemen, nuovi covi del terrore per la “seconda generazione” dei martiri

di Carlo Bonini

Ci vorrà tempo per arrivare in fondo alla storia di Umar Faruk Abdul Muttallab, il martire di Natale che avrebbe dovuto incendiare i cieli americani riuscendo lì dove, 8 anni fa, aveva fallito Richard Reid. Per capire se è vero che il micidiale Tetranitrato di Pentaetrite (Petn) infilato in un preservativo è stato confezionato in Yemen.

Per capire se è vero che la strage sarebbe stata concepita proprio in Yemen, o altrove. Per sapere se era solo, come avrebbe continuato a ripetere in queste prime ore, o se al contrario, come l’intelligence americana e inglese ritengono, questo ragazzo nigeriano, figlio di un banchiere di Lagos (il padre è Alhaji Umaru Mutallab, ex presidente della United Bank of Africa e della First Bank nigeriana) e, fino al 2008, studente di ingegneria a Londra, abbia contato su una qualche rete di contatti in Europa. È un fatto, tuttavia, che pure in un quadro ancora in movimento quanto accaduto a Detroit sia, per usare le parole di una qualificata fonte della nostra intelligence, “una pessima notizia da qualunque parte la si voglia vedere”. A cominciare dalle premesse.

La fiammata sulla poltrona 19a dell’Airbus A330 Amsterdam-Detroit ha sorpreso i servizi americani ed europei come uno sparo nel buio. Un attacco dal cielo agli Stati Uniti non era dato neppure nel novero delle possibilità più remote. Non ne avevano fatto menzione né l’Fbi né l’Homeland Security Depatment nella loro ultima nota del 20 novembre scorso, alla vigilia delle festività che da Thanksgiving arrivano al nuovo anno. Non se ne trova traccia nei più recenti scambi di informazioni tra la Cia e i servizi alleati collegati. Ma quel che è peggio, nessuno sembrava immaginare un segnale di pericolo “concreto e imminente” nel quadrante yemenita e centro-africano, dove appunto il piano di attacco sarebbe stato concepito.


Probabilmente, per una ragione che la Cia fatica in questo momento ad ammettere e che i nostri servizi spiegano con un qualche disarmante ma sincero candore. “Lo Yemen – osserva una fonte senior dell’Aisi – dopo un periodo di relativa stabilizzazione successivo all’11 settembre è tornato ad essere un paese fuori controllo, soprattutto al sud”. Le sigle che lavorano in “franchising” con Al-Qaeda si sono moltiplicate. E non è un caso, forse, che neppure tre giorni fa, in quel Paese, sia stato preso di mira quel Anwar Al-Aulaki, imam americano di origine yemenita che si vuole ispiratore della strage del novembre scorso nella base militare di Fort Hood, Texas (di Al-Aulaki era stato discepolo l’autore del massacro, l’ufficiale americano di religione musulmana Nidal Hassan).

C’è di più. “Dallo Yemen – prosegue la fonte dell’Aisi – il contagio ha attraversato da tempo l’Oceano Indiano per saldarsi con il radicalismo musulmano centro-africano, creando una miscela tanto potente quanto imprevedibile”. Lo chiamano “Islam nero” ed è una macchia che si è allargata dal Corno d’Africa fino a investire l’intera parte centrale del continente. Di cui – in termini di intelligence e dunque di prevenzione – al di là delle sigle più note si sa in realtà molto poco. Come conferma, a suo modo, la circostanza che il nome di Umar Faruk Abdul Muttallab fosse finito in una di quelle watch-list di cui ormai scoppiano i database dell’intelligence americana, ma senza che questo avesse prodotto nulla, né in termini di analisi dell’effettiva “pericolosità” di quello studente universitario, né di prevenzione (tanto che gli era stato regolarmente rilasciato un visto per gli Stati Uniti e che la lista d’imbarco da Amsterdam era stata approvata dall’antiterrorismo Usa).

Che un “semi-sconosciuto” abbia potuto il giorno di Natale viaggiare da Lagos ai cieli americani per farsi saltare con 278 innocenti è l’altra “pessima notizia” che arriva da Detroit. Anche se, purtroppo, sembra suonare come ennesima “conferma” di un nuovo scenario definito a partire dall’estate delle bombe di Londra (2005). “A essere realisti – osserva un alto dirigente dell’Ucigos, la nostra Polizia di prevenzione – bisogna riconoscere che, a distanza di otto anni dall’11 settembre, la profezia di Osama Bin Laden si è avverata. Le nuove generazioni del Terrore si radicalizzano nei paesi di origine o in quelli dove sono nati e cresciuti come figli di immigrati. Senza necessariamente avere legami materiali od operativi con i santuari classici del terrorismo islamico. Avvistarli, intuirne e prevederne le mosse nel momento in cui decidono di colpire, diventa sempre più complicato”.

Cinque anni fa, per battezzare questo nuovo profilo della minaccia, l’intelligence americana adottò un’espressione che definiva lo sviluppo della rete Internet e parlò di “Al Qaeda 2.0”. Il Natale di Detroit dimostra che quella definizione è tutt’altro che invecchiata. E, quel che è peggio, per dirla ancora con la fonte dell’Ucigos, “dimostra che in questo quadro, non esistono zone franche. Perché il homegrown terrorist, il terrorista della porta accanto, ormai può crescere ovunque. A Lagos, a Londra, a Mogadiscio. E a Milano, come pure abbiamo imparato”.

La Repubblica

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Una Risposta to “Africa e Yemen, nuovi covi del terrore per la “seconda generazione” dei martiri”

  1. Internet Security Says:

    Internet Security

    Africa e Yemen, nuovi covi del terrore per la “seconda generazione” dei martiri | Sottoosservazione’s Blog

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