Disoccupati al tempo della Grande Guerra

Nel giro di due anni i disoccupati dell’area-Ocse sono quasi raddoppiati: nei trenta paesi più «sviluppati» del pianeta c’erano 32 milioni di persone senza lavoro alla fine del 2007, mentre oggi sono 57 milioni, una cifra mai raggiunta dopo il 1945. Come si affronta un’emergenza di questo genere? L’ideologia dominante fa ancora riferimento ai quadri elaborati dalla scienza economica, com’è noto, da Ricardo in poi, una «scienza triste»: questo sapere è ancora più triste da quando la reazione neoliberista e neomarginalista degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso ha definito una soglia «naturale» di disoccupazione nel capitalismo maturo. Sotto quella soglia non si può scendere, ma la soglia dovrebbe essere teoricamente bassa: la crescita della disoccupazione reale sarebbe dunque «innaturale» e andrebbe imputata alle «rigidità» del mercato del lavoro. Ne segue una ricetta ampiamente sperimentata, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, che tuttavia genera un aumento dei lavori a basso redditto, precari, insicuri, caratteristiche che tendono a generalizzarsi all’insieme del mondo del lavoro, non senza pesanti conseguenze sociali e persino economiche. Infatti se si abbassa il reddito dei «poveri laboriosi», che restano pur sempre la maggioranza della popolazione, crolla la loro capacità di spesa e con essa i consumi e quindi la «domanda».
Lo scenario attuale e le sue tristi letture rischiano di far dimenticare i tre passaggi che nel corso del Novecento hanno costruito La disoccupazione come problema sociale, come recita il titolo del volume che espone i risultati della più recente tappa dell’itinerario di Maria Grazia Meriggi nella storia del lavoro e dei lavoratori in età contemporanea. Il primo passaggio segnalato dalla studiosa è la percezione della «disoccupazione» come problema specifico: si contano disoccupati da quando il lavoro salariato è diventato la base dell’economia. Nelle società di antico regime un artigiano o un mezzadro potevano cadere nei ranghi dei «poveri», ma è solo dal XIX secolo che, nelle parole di Max Lazard, uno dei protagonisti di questa ricerca, con la diffusione della retribuzione salariale «la mancanza involontaria di lavoro è apparsa agli operai dell’industria non solo come uno dei mali peggiori cui erano esposti ma come l’ingiustizia sociale per eccellenza». Si tratta dunque di una questione generale, legata alle trasformazioni di fondo della società capitalistica, e non, come all’inizio fu interpretata, di una condizione affine al «pauperismo» e dunque passibile di letture individualistiche e moralistiche, che scaricavano sui singoli la responsabilità della loro posizione.
In questo quadro si colloca l’ulteriore passaggio, la maturazione in seno al movimento operaio di una riflessione sulla natura strutturale della disoccupazione in regime capitalistico. Nel Capitale Marx segnala che la presenza di un folto «esercito industriale di riserva», cioè di una massa di lavoratori espulsa dalla produzione, adempie a una funzione necessaria alla produzione di ricchezza e alla stabilità sociale, poiché comprime i salari e mantiene docile, con la minaccia del licenziamento o il miraggio di un impiego, la forza-lavoro. Proprio perché in sintonia con l’esperienza quotidiana dei lavoratori e con la loro necessità di una continuità di reddito in un’economia sempre più salariale, l’elaborazione marxiana diventò, con le inevitabili semplificazioni, patrimonio diffuso. Forte dell’elaborazione marxista e del sostegno di sindacati e partiti socialisti, il carattere «strutturale» della disoccupazione si impose anche a politici e intellettuali non socialisti: la «nebulosa riformatrice» (così definita da Christian Topalov) che diede vita ad associazioni e congressi ripercorsi nel libro di Meriggi.
Sulla base di queste analisi, l’ultimo passaggio delineò lo spostamento delle soluzioni dalle assicurazioni individuali all’intervento statale. La diffidenza iniziale della classe lavoratrice per la gestione statale della «questione sociale» era controbilanciata dalla fiducia nelle pratiche proposte dalle organizzazioni operaie per alleviare gli effetti della disoccupazione e ridurne l’incidenza sul dispiegamento del conflitto: il mutualismo sindacale, il sussidio per gli scioperanti, la contrattazione collettiva, il collocamento di classe (closed shop in inglese). Quest’ultima risposta alla disoccupazione prevedeva l’inserimento negli accordi con il padronato di clausole che affidavano al sindacato il reclutamento della manodopera. Per quel che riguarda il caso italiano, va ricordato che contro questa concezione del collocamento, radicatissima nelle organizzazioni bracciantili italiane, vennero impiantati nel 1949 gli uffici statali di collocamento, smantellati mezzo secolo dopo dai governi Prodi e Berlusconi (1996-1997 e 2003) con provvedimenti convergenti nella liberalizzazione del mercato del lavoro e nella legalizzazione della mediazione di agenzie private, ovvero nella rilegittimazione dell’arbitrio padronale nelle assunzioni e del «caporalato». Per tornare alla storia, Meriggi ricorda come all’inizio del ‘900 alla diffidenza dei lavoratori si fosse affiancata una parziale cooperazione dei sindacati con il riformismo borghese (nei congressi di Milano del 1906 e Parigi del ’10). All’indomani della Prima guerra mondiale e sullo sfondo della minaccia bolscevica, questa collaborazione trovò un laboratorio di studi nelle istituzioni create nel solco delle «clausole sociali» della pace di Versailles, in particolare l’Ufficio internazionale del lavoro (più noto negli acronimi francese e inglese, Bit e Ilo).
Esula dal fuoco centrale del libro, che esamina in particolare gli sviluppi del primo trentennio del XX secolo, l’esito di questa transizione, ovvero l’approdo, dopo la crisi del ’29 e la Seconda guerra mondiale, al nuovo Stato del Welfare post-bellico. L’autrice dedica a questo esito alcune pagine conclusive. Elementi essenziali di una «sicurezza» assai più ricca di quella in voga ai giorni nostri, erano la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione, i lavori pubblici e il potenziamento del diritto del lavoro. Esattamente come la «disoccupazione» all’inizio del secolo, categoria in fondo ambigua, che mirava a correggere le storture del sistema sociale ma pure a prevenire la sua trasformazione rivoluzionaria, anche le misure della «sicurezza sociale» rappresentavano, nel nuovo scenario della guerra fredda e dello sviluppo economico, allo stesso tempo un progresso nelle condizioni materiali dei lavoratori (che infatti le accolsero positivamente) e un tentativo di disciplinamento del conflitto sociale e di estensione delle possibilità di consumo. Oggi che l’Italia è ai primi posti fra i paesi dell’Osce per «povertà relativa» e agli ultimi per «sicurezza sociale» (e non solo: anche per le spese in istruzione e ricerca), sembra un altro mondo: ripercorrerne la storia, come ci invita a fare La disoccupazione come problema sociale, ci ricorda che non è impossibile costruirlo.

Michele Nani

Il Manifesto

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