Il Natale difficile dei cristiani iracheni

Come a rafforzare il concetto di primigenio radicamento e conseguente pieno diritto ad abitare questa terra, alcuni cristiani caldei d’Iraq sostengono che gli artefici del primo, importante esperimento di melting pot, inevitabilmente foriero di problemi geopolitici, siano stati proprio gli Assiro-Caldei, antichi abitanti dell’Iraq, quando deportarono a Babilonia in massa gli ebrei (597-587 a.C), costringendoli all’esilio e all’assimilazione di usi e tradizioni religiose, ma anche favorendo contaminazioni in entrambe le direzioni. La questione investe i campi teologico, spirituale, storico, archeologico e, ovviamente, non la si vuole affrontare in questa sede.

Di certo vi è che fede, identità,
geografia e politica si avvolgono inestricabilmente in Iraq e la questione dell’appartenenza a un popolo diventa terribilmente complessa. Nel caso dei cristiani, in cerca di una legittimazione etnica come quelle concesse a Curdi, Sunniti, Sciiti, Yazidi, Turcomanni e Armeni, ma anche territoriale, la situazione, se possibile, si aggroviglia ulteriormente.

Con il regime di Saddam Hussein i cristiani avevano imparato a convivere, protetti anche dalla pesante presenza di Tareq Aziz, cristiano caldeo, al governo. L’arrivo degli americani a Baghdad e la fine della dittatura sono coincisi con l’inizio di un incubo per i seguaci di Gesù, piombati nel baratro della persecuzione. Eserciti locali o bande al libro paga di gruppi sunniti o sciiti imperversano, come è noto, su tutto il territorio iracheno. Molti di questi rivolgono la propria criminale attenzione in special modo ai cristiani. Dal 1 agosto 2004, – prima bomba anti-cristiana contro la chiesa di Sant’Elia a Baghdad – al novembre scorso – uccisione del sedicenne armeno Rami Khatchik e distruzione della chiesa di Sant’Efraim a Mosul – una serie micidiale di attentati si sono succeduti in molte città e villaggi, portando il computo dei morti a oltre i 1.200, per tacere dei feriti, i rapimenti, gli allontanamenti forzati, estorsioni e minacce di ogni tipo.

La fuga disperata dei fedeli delle varie denominazioni, Caldei (cattolici), Assiri, Siriaci, verso paesi limitrofi, europei o nord-americani così come verso il Kurdistan iracheno, non vede soluzione di continuità e ha portato l’intera comunità cristiana, prima della caduta del regime composta da 1,2 milioni di fedeli, a ridursi ora a circa 450.000/500.000 presenze. La questione di un’entità cristiana, quindi, di un “safe heaven” da creare nel paese, da attuale si fa scottante.

Per concentrarsi sull’elaborazione di un piano condiviso a questo riguardo, un gruppo di attivisti cristiani ha convocato la “Second Popular Conference of the Chaldean Syrian Assyrian Popular Council”. L’apertura dei lavori è fissata per il 4 dicembre 2009. La sala affittata alla periferia di Erbil, capitale della semi-autonomia curda, è gremita all’inverosimile. In prima fila, su comodi divani, il governatore della Regione di Erbil, varie autorità e Stephen Barnaby dell’ambasciata americana a Baghdad, responsabile per il Kurdistan del Reconstruction Team e Funzionario Provinciale in Iraq. Dietro, un migliaio di congressisti alcuni dei quali, un buon 10%, in rappresentanza delle varie comunità della diaspora.

Prima di aprire il dibattito si fa silenzio per vari minuti, in memoria dei cristiani martiri degli ultimi 5 anni e di tutti i secoli precedenti. Poi, ad uno ad uno, salgono sul palco i relatori. Ma con sorpresa apprendo dal mio traduttore dalla lingua Surèth, una derivazione dell’Aramaico, l’idioma di Gesù, parlata nel culto così come normalmente tra cristiani, che il primo punto all’ordine del giorno non è la costituzione di un mini-Stato cristiano in Iraq. Prima di affrontarlo, bisogna risolvere un problema tanto spinoso quanto esplicativo della complessità anche interna dei cristiani: perché il loro gruppo etnico-religioso possa ottenere un riconoscimento pieno, ha bisogno, naturalmente, di un nome. Ma sulla scelta della denominazione non c’è uniformità.

Caldei, la confessione maggioritaria, non va bene perché gli Assiri e i Siri, detentori di antichissime tradizioni e presenze in Iraq, non si sentirebbero rappresentati. Assiri, la comunità più radicata e vecchia, neanche, perché il gruppo che ha la maggioranza, non verrebbe menzionato. Ma il Consiglio si oppone fortemente anche alla dicitura già presente nella bozza della Costituzione irachena che recita Caldeo-Assiri, perché verrebbero ignorati i Siri, mentre il trattino evocherebbe divisione. La mozione finale approvata, quindi, è per l’acronimo CSA, che sta per Caldhean Syriac Assyrian, senza trattini e in ordine di percentuale presente sul suolo iracheno. La proposta verrà presentata al governo centrale, nella speranza di sostituire Chaldean-Assyrian.

L’autorità regionale curda, invece, ha già mostrato completa accondiscendenza.
Il rapporto tra cristiani e Kurdistan iracheno, in grande crescita, merita un approfondimento.

Da quando si sono scatenate le persecuzioni settarie in Iraq, i seguaci di Gesù che non optano per la fuga all’estero, guardano con sempre maggiore interesse alla semiautonomia: una regione pacifica de facto, in cui da anni è in atto una ripresa economica straordinaria, con un islam decisamente secolarizzato (non si vedono veli, il consumo di alcool è diffuso ben oltre le comunità cristiane o non islamiche, non vi sono episodi significativi di integralismo). Se si eccettua Israele, si può senza dubbio affermare che il Kurdistan iracheno rappresenti la zona di maggiore sviluppo di tutto il Medio Oriente.

Nel giro di quattro anni, la presenza dei cristiani a Erbil che fuggono da Baghdad, da Bassora, e, soprattutto, da Mosul, è passata da 8.000 a oltre 35.000. Ma curdo – non nel senso etnico ma meramente politico – è anche l’ex ministro delle Finanze dell’autorità regionale, Sarkis Aghajan, assiro di nascita e fede, e grande finanziatore della causa dei cristiani iracheni. È lui che lavora al cosiddetto progetto “Piana di Ninive”, il secondo, delicato punto all’ordine del giorno della Conferenza.

La sua idea e quella della Popular Conference, è di creare una striscia cristiana nelle disputed areas a ridosso di Mosul, al confine tra Iraq e Kurdistan. Una specie di terra di nessuno, ma rivendicata da molti, dove i cristiani sono maggioranza da secoli.
Il progetto presenta numerose complessità e altrettante opposizioni.

La zona della possibile enclave, come detto, è al limite tra la semiautonomia curda e il governo centrale. Il Kurdistan, nella prospettiva di allargare il proprio territorio annettendosi la parte di striscia in area irachena, e di aumentare popolazione e influenza, attende a braccia aperte (e finanzia) la realizzazione del progetto, oltre che ostentare inclusività e tolleranza. “Per secoli noi curdi siamo stati discriminati e massacrati. – mi spiega il presidente del parlamento, Kemal Kerkuki – Ora, finalmente, possiamo autogovernarci e godere di pace e stabilità. Essendo passati per umiliazioni e stragi, capiamo cosa significhi essere una minoranza e applichiamo a ogni gruppo etnico i principi che chiedevamo per noi. I cristiani, da noi, sono più che benvenuti. Nella nostra bozza di costituzione, che dopo le elezioni di gennaio sarà ratificata, c’è un articolo che dichiara la possibilità che si auto-amministrino ovunque siano in maggioranza. Ora sta a loro dirci dove vogliano costituire le loro mini-autonomie e come desiderino essere chiamati”.

Sciiti e sunniti, autori in gran parte degli eccidi dei cristiani proprio in quella zona, si oppongono, anche a suon di attentati, a una qualsivoglia autonomia cristiana in Iraq. Ma anche tra i cristiani manca unità di intenti. I due partiti cristiani presenti nel parlamento centrale, ad esempio, guardano all’enclave con un sentimento tra l’indifferenza e l’obiezione, mentre le gerarchie ecclesiastiche, che parlano di ghettizzazione dei cristiani chiamati a vivere in mezzo a tutti in Iraq, esibiscono una certa freddezza.
Ma a complicare il quadro della “Piana di Ninive”, si inserisce un’altra persecuzione in atto dal 2003 a oggi che eguaglia per efferatezza e computo dei morti lo sterminio dei cristiani, quella contro le minoranze degli Yazidi e gli Shabaki, in quella zona concentrate da secoli.

Sincretici i primi e considerati dai musulmani, ma anche da alcuni cristiani, adoratori del diavolo data la loro simbologia semi-pagana, vengono perseguitati da anni (sono circa 500.000) da islamici integralisti per motivi fanatico-politici. Ma anche i curdi esercitano verso questa minoranza pressioni e intimidazioni molto gravi per ragioni politiche e territoriali. I morti appartenenti a questa comunità negli ultimi sei anni sono oltre i 500.

Ai secondi va addirittura peggio. Gli Shabaki, con una presenza stimata tra i 200.000 e 300.000, sono tutti musulmani, al 70% sciiti e al 30% sunniti. Per questo motivo, vengono perseguitati da entrambi i gruppi in maniera molto dura. I morti di questa comunità etnico-religiosa, dal 2003, hanno superato la cifra di 750. Va segnalata anche nei loro confronti una serie di significative intimidazioni a opera dei curdi iracheni.

La persecuzione di questi due significativi gruppi, a differenza di quella verso i cristiani, passa assolutamente inosservata.
“Il nostro non sarà uno stato confessionale, un Cristianistan – afferma Aziz Al Zebari, il portavoce del Popular Council – ma un’entità capace di accogliere chiunque voglia vivere al suo interno pacificamente”.
Chissà se il New Iraq, le troverà un posto..

Luca Attanasio

Limes

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