L’Islam tollerante che liberò gli ebrei

di Paolo Mieli

È noto che ci fu un’epoca che durò alcuni secoli, quelli precedenti e quelli immediatamente successivi all’anno Mille, in cui i rapporti tra ebrei e musulmani furono assai diversi (e migliori) degli attuali. Un’epoca approfondita poco meno di una trentina di anni fa da un fondamentale studio di Bernard Lewis in un libro, Gli ebrei nel mondo islamico, che la Sansoni ha ripubblicato nel 2003 con un acuto saggio introduttivo di Fiamma Nirenstein. Lewis faceva riferimento a un campo aperto nel 1833 da Abraham Geiger con un volume dal titolo Che cosa ha accolto Maometto dall’Ebraismo? in cui si attirava l’attenzione del lettore sulla presenza di elementi biblici e rabbinici nei primi testi islamici «con l’ovvia implicazione che, per dirla con semplicità, si trattava di prestiti ebraici all’Islam». A quella lunga stagione si richiamano coloro che sostengono la non irreversibilità delle tensioni di oggi e appare significativo che adesso gli storici tornino sull’argomento per cercare di approfondirlo e trarne qualche, più o meno implicita, lezione. È il caso di Michael Brenner, docente di Storia e cultura ebraica all’Università di Monaco, di cui Donzelli manda in libreria, nella pregevole traduzione di Paolo Scopini, la versione italiana della Breve storia degli ebrei che, al suo apparire nel 2008, ha conosciuto grande fortuna in Germania. Perché questo interesse per la vicenda del popolo del Vecchio Testamento? Osserva Brenner che la Bibbia ebraica è il libro di maggior successo ma anche il più influente della letteratura mondiale e che la storia della sua fortuna è tanto più stupefacente se consideriamo che non fu scritta da uno dei popoli più importanti dell’antichità come gli egizi, gli assiri, i persiani o i babilonesi, bensì «da una nazione piccola, che nel corso della sua storia fu dominata da tutti i popoli citati». Una considerazione legislazione ostile agli ebrei». Inoltre gli ebrei nei confronti delle autorità islamiche «disponevano fin dall’inizio di riconosciute autorità spirituali centrali nel quadro di un’autoamministrazione sovraordinata alle singole comunità (gli esilarchi babilonesi e i gheonim, capi delle scuole superiori, autorità corrispondenti anche in Egitto e in Spagna), mentre nell’Europa cristiana le autonome comunità ebraiche vivevano fin dall’antichità l’una accanto all’altra e non erano rappresentate da nessuna autorità sovraregionale».

Ma torniamo a Brenner. Secondo lo storico tedesco i punti teologici di attrito tra Ebraismo e Islam erano assai minori di quelli con il Cristianesimo. Benché l’Islam si considerasse la forma più pura del monoteismo— la dottrina cristiana della Trinità e le sue raffigurazioni sacrali erano ben più sospette! — e gli ebrei, così come del resto i cristiani, fossero accusati di aver corrotto la Sacra Scrittura, il Corano non aveva soppiantato il Vecchio Testamento, i musulmani non si consideravano come i «nuovi» ebrei ed era del tutto assente «la terribile accusa di deicidio». Cristiani e musulmani condividevano la delusione di non essere riusciti a convincere gli ebrei a convertirsi alla loro religione ma, mentre l’esistenza degli ebrei rappresentava un problema teologico specifico per i cristiani, per i musulmani essa costituiva unicamente un intralcio alla diffusione universale del loro credo. Nella società islamica, aveva già scritto Bernard Lewis, l’ostilità nei confronti dell’ebreo non è di natura teologica, non è riferita ad alcuna dottrina islamica in particolare, né ad alcuna circostanza specifica della storia dell’Islam. «Per i musulmani», aggiungeva Lewis, «l’Ebraismo non fa parte delle doglie del parto della loro religione, come accade per i cristiani; si tratta piuttosto del normale atteggiamento del dominatore verso il subordinato, della maggioranza verso la minoranza, senza quella addizionale dimensione teologica e quindi psicologica che conferisce all’antisemitigli ebrei avrebbero accettato la sua nuova religione come loro verità»; ma il loro rifiuto di aderire alla religione islamica portò a un conflitto — il primo — che terminò con la cacciata di due tribù ebree e la soppressione di una terza, del che si trova ampia traccia nel Corano.

A dispetto di ciò, ha scritto Hans Küng in Ebraismo (Rizzoli), «sotto l’Islam gli ebrei si sono trovati meglio che sotto il dominio del Cristianesimo, dell’Impero romano e romano-germanico dal momento che nell’impero mondiale islamico, per la minoranza ebraica, nonostante tutte le restrizioni, esisteva una base giuridica valida per tutti con diritti sicuri (anche per il possesso personale) che, a causa delle invasioni, mancava nell’Occidente cristiano… e nell’impero bizantino era stata gradualmente sostituita da una che, a detta dell’autore, vale anche per l’incontro tra ebrei e Islam.

Tra il VII e l’VIII secolo dopo Cristo quasi il 90 per cento degli ebrei viveva in territori islamici, che all’epoca erano molto più avanzati, sotto il profilo economico e culturale, rispetto all’Europa cristiana. Perfettamente integrati, gli ebrei rappresentavano una parte consistente della popolazione delle città arabe, al tempo della nascita di Maometto nell’anno 570, parlavano arabo, avevano nomi arabi ed erano parte della cultura locale: «Non meraviglia quindi che Maometto, come molti dei suoi contemporanei, conoscesse non solo le narrazioni bibliche, ma anche le successive interpretazioni ebraiche e cristiane della Bibbia stessa; Maometto vedeva negli ebrei gli alleati naturali nella lotta contro la società pagana e riconosceva i profeti biblici anche come profeti dell’Islam». Il profeta aveva però sperato «che

smo cristiano il suo singolare e particolare carattere». Alla luce di questi concetti, sottolinea Brenner, «non stupisce che molti ebrei salutassero come liberatori i conquistatori musulmani dei territori dell’impero romano, già cristiani».

La base giuridica del rapporto tra ebrei (ma anche cristiani) e musulmani fu il cosiddetto patto di Omar, dal nome del secondo califfo Omar che regnò tra il 634 e il 644. Secondo questo trattato, di cui Lewis mette però in dubbio l’autenticità, i dhimmi cioè ebrei e cristiani, potevano praticare la loro fede nell’area di dominio islamico, ma non dovevano costruire nuove case di Dio né restaurare quelle distrutte e quelle esistenti non dovevano essere più alte delle moschee. I dhimmi non potevano andare a cavallo, portare armi, far propaganda per il loro credo tra i musulmani, né professare la loro religione in pubblico; inoltre dovevano differenziarsi per la loro lingua e i loro vestiti (sicché, sottolinea lo storico, va sempre precisato che «l’ordine promulgato da papa Innocenzo III che prescriveva di applicare un contrassegno agli abiti degli ebrei si ispirava a modelli islamici»). Inoltre leggi successive stabilirono che i non musulmani non potevano rivestire cariche statali. E che essi avrebbero dovuto pagare una tassa, la jizya, per aver garantita la propria sicurezza.

In quanto dhimmi, nota Brenner, gli ebrei non erano certo cittadini con pieni diritti e tuttavia il loro stato giuridico sotto l’Islam segnava in genere un miglioramento rispetto alla loro situazione precedente. Mentre per i cristiani, che erano stati in precedenza a capo di potenti imperi e si trovavano adesso ad essere cittadini di seconda classe, la situazione era peggiorata drasticamente. Un’altra differenza riguardava i rapporti di forza politici. I cristiani erano consapevoli di avere alle spalle il potente Impero bizantino, mentre gli ebrei non avevano alcuno Stato di riferimento. Ciò implicava che i regnanti islamici non dovevano temere conflitti di lealtà da parte dei sudditi ebrei e che per tale ragione questi ultimi potevano spesso occupare posizioni più alte rispetto alla popolazione cristiana. A poco a poco fu loro consentito di vestire come gli altri, furono costruite nuove sinagoghe con la complicità dei seguaci di Maometto. Complicità, sì. Allorché gli ebrei di al-Fustat ( la città che diverrà il Cairo) furono accusati nel 1038 di aver edificato una nuova sinagoga, trovarono dei musulmani i quali testimoniarono che si trattava di un vecchio edificio di culto edificato prima della conquista islamica.

Tutto rose e fiori, dunque? No, ci furono almeno tre ondate di persecuzione. Sotto il califfo Al-Hakim (996-1022) ai tempi del quale molti ebrei dovettero fuggire o convertirsi all’Islam (successivamente, però, suo figlio eliminò le discriminazioni). Poi un pogrom contro la comunità ebraica si verificò nello Stato berbero musulmano di Granada nel 1066 ma ebbe breve durata. Più gravi e di lunga durata furono le persecuzioni degli Almohadi, una dinastia berbera che nel XII secolo conquistò gran parte dell’Africa settentrionale e della Spagna. E attraverso una lettera di Maimonide — il grande filosofo che resta a simboleggiare questa stagione di fecondo rapporto tra musulmani e ebrei, anche se fu costretto a fuggire dalla sua città, Cordova, e a vivere prima in Marocco e poi in Egitto— sappiamo di persecuzioni nello Yemen attorno al 1172. Ma, sostiene Brenner, si trattò di «eccezioni alla regola» nel quadro di un rapporto «non sempre armonico e però relativamente non conflittuale».

Tanto più che nel frattempo l’epicentro del rapporto tra ebrei e musulmani si era spostato in Spagna. Si sofferma il libro pubblicato da Donzelli sui tempi successivi alla vittoria dei musulmani a Jerez de la Frontera nel 711, a seguito della quale iniziò la rapida conquista del regno visigoto nella penisola iberica, in cui gli ebrei erano stati «fortemente emarginati da numerose leggi dei Concili cristiani». Quando i musulmani fecero proprio il regno dei visigoti, gli ebrei che vivevano lì percepirono l’accaduto come una liberazione dal giogo cristiano. Nei secoli successivi essi godettero della relativa libertà di praticare la loro religione, assieme alla possibilità di un’ampia partecipazione alla vita sociale. Di lì a due secoli prese avvio un’«età dell’oro» il cui inizio viene fatto coincidere con la fondazione del califfato di Cordova sotto Abd al-Rahman III nel 929.

Alla corte del califfo visse Chisdai ibn Shaprut, un medico ebreo, bibliofilo e poliglotta che entrò nelle grazie di al-Rahman, svolse per suo conto numerose missioni e fu al servizio anche del figlio di questi, al-Hakam, che avrebbe regnato dal 961 al 976. A lui ha dedicato pagine assai suggestive Chaim Potok nella Storia degli

ebrei pubblicata qualche anno fa da Garzanti. «Gli ebrei della Spagna musulmana», ha scritto Potok, «consideravano la presenza di Chisdai ibn Shaprut alla corte dei due califfi omayyadi come un segno della provvidenza divina; il medico era capo indiscusso dell’Ebraismo andaluso, amava molto la cultura del suo popolo, fu un patrono delle arti e delle scienze e mandò agenti in tutto il mondo alla ricerca di libri; aiutò poeti e studiosi suoi correligionari». E qui Potok fa un’interessante notazione: «Mi stupisco degli straordinari mutamenti della storia. Un principe arabo vagabondo entra in un Paese e fonda una dinastia che un giorno trasmetterà all’Europa la cultura della Grecia antica e la farà progredire incoraggiando la ricerca originale. Così l’astrolabio, un semplice strumento antico per la navigazione, verrà perfezionato da scienziati di Cordova e sarà utilizzato dai marinai fino all’invenzione del sestante nel XVIII secolo; si inventerà la geometria piana e quella solida; la botanica e la farmacologia diventeranno scienze; un chirurgo musulmano di nome Abulcasis scriverà un’enciclopedia medica che, con le sue traduzioni in ebraico e in latino, influenzerà per secoli la medicina europea. E un medico ebreo, rispecchiando con saggezza e dignità l’amore per la cultura insito nei cuori dei califfi, provocherà un rifiorire di cultura ebraica in Spagna che trasformerà per sempre la natura dell’Ebraismo».

Anche Brenner dedica attenzione a ibn Shaprut. Ma ancor più a un altro personaggio. Il politico e erudito ebreo più poliedrico dell’epoca, scrive, fu Samuel ibn Nagrela, proveniente da Cordova ma attivo a Granada e noto con il suo nome ebraico, Shmuel Ha-Nagid, «Samuel il Principe». Alla corte di Granada egli divenne visir e generale dell’esercito, nella comunità ebraica fu celebre per la sua grande conoscenza del Talmud e le sue poesie sono considerate autentici gioielli della lirica ebraica medievale, tant’è che molte delle sue creazioni letterarie sono ancor oggi recitate nelle funzioni religiose delle comunità ebraiche di tutto il mondo. Ma, scrive Brenner, «nelle sorti della sua famiglia si manifesta anche la tragicità e l’insicurezza del destino degli ebrei; suo figlio cadde infatti vittima degli intrighi di corte e questo episodio segnò l’inizio della fine dell’età dell’oro».

Da questo momento in poi gli ebrei presero a fuggire dalle zone musulmane della penisola verso quelle cristiane. Per un qualche tempo sembrò che nella Spagna cristiana essi potessero avere un’esistenza vitale. Non erano costretti a portare particolari segni di distinzione, le scuole rabbiniche ebbero centri di eccellenza, fiorirono l’arte della costruzione di sinagoghe e quella della miniatura. Molti ebrei ricoprirono importanti incarichi a corte come Shmuel Halevi Abulafia che fu ministro delle finanze sotto il re Pedro IV (1350-1369) il cui magnifico palazzo a Toledo sarebbe stato residenza di El Greco. Ma si annunciavano tempi sempre più difficili. L’incendio del quartiere ebraico di Siviglia nel 1391 segnò una nuova tappa di peggioramento del clima. Poi la predicazione antiebraica del frate domenicano Vicente Ferrer e l’editto del 1412 con il quale la regina madre Caterina di Castiglia privò gli ebrei di ogni diritto. Ci fu ancora un importante ebreo portoghese Isaac Abrabanel, a cui il re Alfonso V affidò l’amministrazione delle proprie finanze e che successivamente aiutò i re cattolici Isabella e Ferdinando, finanziando la conquista dell’ultima enclave musulmana di Granada. Ma non bastò. Il 31 marzo del 1492 la coppia dei sovrani firmò l’«Editto generale sull’espulsione degli ebrei dalla Castiglia e dall’Aragona». Nel 1497 il Portogallo emanò una legge pressoché identica. E agli ebrei, perseguitati dall’Inquisizione, non restò che scappare dalla penisola iberica. Assieme, di lì a un secolo, agli ultimi musulmani compresi quelli che, come gli ebrei, avevano provato a resistere con più o meno finte conversioni. Paradossi della storia.

Corriere della Sera

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