Karadzic parla alla stampa serba

L’ultima volta che Radovan Karadzic aveva parlato con i media serbi, la Bosnia era ancora in fiamme, mentre tragicamente calava il sipario sull’ultimo grande conflitto in terra d’Europa.
Dopo quasi quindici anni, l’ex leader della Repubblica Srpska ha affrontato con il quotidiano di Belgrado Vecernje Novosti gli anni della guerra e il controverso accordo verbale secondo cui l’allora inviato speciale Usa Richard Holbrooke gli avrebbe garantito l’immunità se avesse accettato di lasciare la vita pubblica sparendo dalla scena politica. Mentre Holbrooke, però, ha sempre negato l’esistenza di un tale accordo, Karadzic sostiene che la proposta venne fatta in presenza di almeno una decina di testimoni.

‘Holbrooke sa che non sono un criminale’. Il quotidiano di Belgrado non ha specificato se l’intervista è avvenuta per telefono, attraverso uno scambio epistolare o se un inviato della testata si sia recato fisicamente nella cella del Tribunale dell’Aja dove Karadzic si trova dal luglio del 2008, in seguito alla sua cattura avvenuta a Belgrado. L’ex leader serbo bosniaco, che deve rispondere di 11 capi d’accusa tra cui due di genocidio, quando fu arrestato nella capitale serba si faceva chiamare Dragan Dabic e aveva fatto crescere una lunga barba bianca per meglio nascondere i lineamenti del suo volto. Stando alle sue parole, non avrebbe goduto di una rete di protezione che lo nascondesse dagli investigatori: “Il miglior nascondiglio – dice Karadzic – è stato l’essersi comportato da cittadino esemplare”. Perché, a quanto pare, in 13 anni nessun ufficiale gli avrebbe mai chiesto le generalità. Andando nel merito degli anni della guerra, Karadzic difende il suo operato, dicendosi convinto che lo stesso Holbrooke non lo ha mai considerato un criminale: “Altrimenti non avrebbe mai accettato di trattare con noi in maniera così profonda e rispettosa”. 

Una guerra che si poteva evitare. Radovan Karadzic ritiene che la guerra in Bosnia si sarebbe potuta evitare, se solo la Jugoslavia fosse rimasta in vita e se Alija Izetbegovic, il leader dei musulmani, “non avesse ceduto alle pressioni delle potenze occidentali e degli stati islamici”. Ma poi, secondo Karadzic, i musulmani si sono determinati per una Bosnia indipendente dove i serbi sarebbero stati “soggiogati al loro potere”. “Era inevitabile dunque – continua Karadzic – che noi ci difendessimo per garantire la nostra sopravvivenza”.

Il processo all’Aja. D’obbligo un accenno al processo che lo vede protagonista nelle aule del Tribunale dell’Aja. Sin dall’inizio, Karadzic ha deciso di difendersi da solo, ma dopo le ripetute assenze alle udienze la Corte ha stabilito che gli fosse affiancato un avvocato d’ufficio, il britannico Richard Harvey. Karadzic, che ha fortemente contestato e ufficialmente impugnato tale decisione, sostiene che il processo sia l’ultima occasione perché si raggiunga la verità politica e storica di quegli anni. “Tutto il mondo vedrà che la verità è diametralmente opposta al quadro che è stato dipinto negli ultimi 15 anni”, ha concluso l’ex leader serbo-bosniaco dall’interno della sua cella.

Vero o presunto che sia l’accordo con Holbrooke, non si può comunque ignorare il fatto che Karadzic abbia vissuto per 13 anni indisturbato nel cuore della Serbia, mentre l’altro ricercato, il generale Ratko Mladic è ancora un fantasma. Nel marzo scorso lo storico americano Charles Ingrao – che ha guidato una commissione di studio e di inchiesta sui fatti di Bosnia – aveva dichiarato a PeaceReporter che gli Stati Uniti, d’accordo con inglesi e francesi, hanno protetto a lungo i due fuggitivi. Sulla base di questi fatti – nel suo rapporto Ingrao sostiene che le forze speciali avrebbero avuto più di una volta i due criminali nel loro mirino – il professore della Purdue University ritiene veritiera la versione di Karadzic in merito all’immunità garantita da Holbrooke. Ma poi, evidentemente, le cose sono cambiate e, almeno per Karadzic, il salvacondotto “verbale” ha perso efficacia.

Nicola Sessa

Peacereporter

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