I ROVELLI DI CONAN DOYLE

Che il crimine, di per sé, riesca a esercitare immediata attrazione sul pubblico è un’idea che comporta tutti i rischi e i pregiudizi del luogo comune: a interessarci, semmai, è il modo in cui il male e le sue delittuose epifanie vengono sceneggiate sotto i nostri occhi. Lo possono dimostrare, a loro modo, sia l’ampio e sempre crescente spazio oggi concesso in una qualsiasi libreria al settore dei gialli, sia l’interesse tutt’ora manifestato verso le opere di Sir Arthur Conan Doyle, che quest’anno sono state riproposte in ben due occasioni: in un primo momento, con l’edizione – giunta alla terza ristampa – di Tutto Sherlock Holmes (traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, Newton Compton, pp. 1244, 14,90 euro) e in seguito con la pubblicazione di Sherlock Holmes. Tutti i romanzi (traduzione di Luca Lamberti, Einaudi, pp. 681, 19 euro). Al contrario di quanto afferma Margherita Oggero nella prefazione a quest’ultimo volume, le «ragioni del successo» di Sherlock non risultano però «inspiegabili»: se è vero che non dipendono tanto dalla misteriosa efferatezza dei delitti rappresentati, né dalle pur straordinarie qualità dell’investigatore invitato a decifrarli, si possono tuttavia rintracciare nel calibrato bilanciamento dei congegni narrativi, capaci di appianare alcuni urgenti problemi tecnici.

Una intelligenza disarmante
Per accorgerci che il «successo» non è legato alla sola figura di Sherlock, cominciamo dalla raccolta Einaudi di Tutti i romanzi. Fin dall’inizio, Conan Doyle si preoccupa di mettere i suoi lettori in gara con un avversario inarrivabile, che da una parte alimenta la nostra curiosità, mentre dall’altra rischia di svilire il nostro entusiasmo. Impossibile battere Sherlock: applicando un rigoroso metodo deduttivo, che gli consente di ricostruire ogni anello della catena del delitto proprio come se vi avesse assistito, il detective brucia in partenza ogni nostro tentativo di competizione e ci condanna a rivestire la parte di attoniti spettatori del suo genio. Tanto in Uno studio in rosso (1887) quanto nel Segno dei quattro (1890), a Holmes basta esaminare i dettagli di un oggetto, o effettuare un sopralluogo nei pressi della scena del crimine, per fornirci fin dai primi capitoli un minuzioso identikit del colpevole, che verrà poi confermato, fino alla sua cattura, nel seguito del romanzo.
L’effetto di una simile intelligenza non può che risultare disarmante: anche perché Sherlock, per incentivare lo stupore di chi lo circonda, si preoccupa di sciogliere del tutto le proprie riserve solo quando le circostanze gli assicurino l’indiscusso e spettacolare trionfo dei suoi peculiari metodi di indagine.
Tutto sommato, una eccessiva esposizione alla mente del detective, che prevede ogni illazione degli avversari solo per schiacciarli con la sua supremazia, si dimostra controproducente. C’è anzi da scommettere che, se Conan Doyle avesse raccontato le prodezze di Holmes attraverso un narratore in terza persona, in grado di intrufolarsi nei pensieri dell’investigatore, la macchina del romanzo non avrebbe tardato a cedere sotto il deterrente di una esattezza gelida. Lo stesso – o forse peggio – sarebbe accaduto se lo scrittore avesse deciso di affidare a Sherlock il racconto in prima persona delle sue stesse avventure.
Come testimonia l’ultimo capitolo del Mastino dei Baskerville (1902), in cui il detective è chiamato a gettare uno sguardo retrospettivo sull’intera vicenda, Holmes si sarebbe infatti rivelato un pessimo autobiografo: la sua coscienza, refrattaria a qualsiasi forma di sentimentalismo, e il suo sguardo, pronto a illuminarsi solo a stretto contatto con l’algebra del delitto, avrebbero polverizzato i tempi di attesa del sistema narrativo, riducendo l’architettura dei diversi misteri a un puro, secco trattato di criminologia.
È su questa precisa consapevolezza che nasce e si innesta l’indispensabile figura gregaria del Dottor Watson. Raccontando la storia in prima persona, in qualità di confidente e testimone oculare delle operazioni di Holmes, Watson ricopre la preziosa funzione di catalizzatore di emozioni e di filtro mediatore. La sua presenza non serve soltanto a richiamare l’attenzione sui metodi e sui meriti di Sherlock, altrimenti misconosciuti dalla stampa, o indebitamente usurpati da qualche vanaglorioso ispettore di Scotland Yard.

Fantasie omicide
Attraverso Watson, Conan Doyle si assicura il servizio di un ammirato ma lucido biografo, capace di mettere a distanza l’egotismo del detective e di rivelare, oltre alle procedure investigative di Sherlock, anche le sue introverse stravaganze caratteriali e le sue intime debolezze: persino quella che lo spinge, al termine di ogni caso, a cercare evasione nei paradisi artificiali della cocaina.
Più umano, e vicino alla sensibilità del lettore comune, Watson ha fatto proprio il convincimento che «una soluzione rivelata è un mistero rovinato». È dunque in grado di tollerare le sfacciate esibizioni di superiorità del maestro, di colmare «i vuoti» dei suoi ragionamenti «troppo rapidi», e di tradurli, infine, in un romanzo che tiene conto delle nostre esigenze di comprensione e suspense. A confermare le sue doti di narratore, del resto, interviene lo stesso Sherlock, quando all’inizio del Segno dei quattro afferma – in un gioco di specchi che sarebbe piaciuto a Borges – di aver letto il resoconto pubblicato dal medico sotto il titolo Uno studio in rosso. Anche se non può certo eguagliare le doti deduttive del suo superiore, Watson – ci dice Holmes – possiede una vena di «romanticismo» che gli concede di andare al di là della «scienza esatta» del crimine; la sua «mancanza di freddezza», per quanto spiaccia all’investigatore, lo spinge a insistere sui trascorsi e sui moventi sentimentali di quanti sono coinvolti nei reati, e gli permette di tramutare in avvincente sceneggiatura una catena di fatti che, abbandonati all’asettica lente del criminologo, finirebbero per apparire «banali». «Può anche darsi che Lei non emetta luce propria – ripete Holmes a Watson, con tagliente ironia, nelle prime pagine del Mastino dei Baskerville – però ha la capacità di condurla».
«Lo sa Holmes – risponde il medico nelle prime battute dell’ultimo romanzo, La valle della paura (1915) – che lei può mettere a dura prova gli altri?» L’affermazione avrebbe potuto essere sottoscritta senza difficoltà anche da Conan Doyle, talmente vessato, a lungo andare, dall’invasiva personalità di Sherlock da tentare di sbarazzarsene una volta per tutte.
Prendiamo, a questo punto, la raccolta Tutto Sherlock Holmes delle edizioni Newton Compton, dove possiamo leggere anche i racconti che Conan Doyle pubblicò sulla rivista «The Strand» nei periodi di pausa fra un romanzo e l’altro. È all’incirca a metà del volume, al termine delle Memorie di Sherlock Holmes (1893), che ci si imbatte nella curiosa narrazione dell’Ultima avventura: tra queste pagine, con gran cordoglio di Watson, Holmes soccombe fra le rapide di una cascata, trascinando con sé Moriarty, il supremo genio del male creato a bella posta da Conan Doyle come degno antagonista. Subito dopo, tuttavia, Sherlock si rimette all’opera per far luce sul tenebroso affare dei Baskerville e ha tutto il tempo, nel seguito del volume, per tornare sulle tracce di Moriarty nella Valle della paura, o per investigare sugli svariati casi che possiamo esaminare nel Ritorno di Sherlock (1905), nell’Ultimo saluto (1917), e infine nel Taccuino di Sherlock Holmes (1927).
A che cosa si deve dunque questa improvvisa, incongruente resurrezione? E a che cosa invece è dovuto l’intenzionale omicidio letterario perpetrato – e subito rimosso – da Conan Doyle alla carriera del suo eroe?

Di avventura in avventura
La risposta è contenuta nelle Memorie di Conan Doyle, dove leggiamo: «Ho avuto una vita che difficilmente, credo, potrebbe essere superata per varietà e avventure». Tra le tante esperienze, il resoconto autobiografico in effetti comprende, oltre a una laurea in medicina ottenuta a Edimburgo nel 1878, il successivo servizio come medico di bordo «su una baleniera» nell’Oceano Artico, la partecipazione a «tre guerre», la passione per «molti sport» e per gli «studi occultistici», accanto a «una lunga carriera letteraria» costellata di romanzi storici, racconti fantastici, polizieschi e d’avventura: eppure al «caso Holmes» non sono dedicati che pochi capitoli, per giunta sotto forma di «digressione». Riportando alcuni passi di lettere inviate da Conan Doyle alla madre, le Memorie non esitano invece a far luce sull’insofferenza dello scrittore, che nel 1891 aveva in mente di «liquidare Holmes» (perché lo distoglieva «da cose più importanti») e ribadiva, due anni dopo: «Mi disgusta anche il solo sentirlo nominare!»
Se Conan Doyle contravvenne a un simile proposito, non fu soltanto a causa dei lauti compensi per lui prospettati dagli editori, ma anche grazie allo «sherlockismo» dei fans, che – raccontano le Memorie – dopo aver scorso L’ultima avventura cominciarono a tempestare di suppliche, piagnistei e insulti il «bruto» colpevole del delitto, persuadendolo a rianimare il loro formidabile beniamino. Non senza che Conan Doyle, per parte sua, continuasse a reputarlo «un lavoro di infima lega», e a serbare un’intima irritazione per quella «macchina calcolatrice» sfuggita al suo controllo, incapace di ammettere «mezze luci», e pronta invece ad attirare su di sé tutti i riflettori della ribalta a discapito di altre prove letterarie.
Non ci stupisce se il protagonismo di Sherlock, man mano che si avanza nella lettura delle ultime raccolte, sembra scontrarsi con questioni di tenuta e di monotonia. «Temo che Sherlock Holmes – scriveva Conan Doyle nella prefazione al Taccuino – finisca col diventare come uno di quei famosi tenori i quali, pur avendo ormai fatto il loro tempo, sono ancora tentati di prendere e riprendere congedo dal loro benevolo pubblico». E non è allora un caso se, specie nei racconti della serie conclusiva, lo scrittore tentò di attivare tecniche narrative – come l’incremento smodato del dialogo – che attraverso un’azione centrifuga sottraessero al detective parte della sua fulminea, petulante perspicacia, e lo costringessero a fare un passo indietro sulla scena, a vantaggio dei comprimari.

Un miracoloso affiatamento
Nell’Avventura del soldato sbiancato e nell’Avventura della criniera di leone, Conan Doyle, quasi per prenderci in contropiede, arrivò addirittura a giocare la carta più arrischiata e inattesa, delegando la narrazione – con modesti risultati – alla prima persona dello stesso Sherlock. Ma si trattò, fortunatamente, di una sperimentazione isolata. Perché per il resto, per quanto fosse suonata l’ora di un definitivo «addio a Sherlock», si deve ammettere che anche le ultime apparizioni narrative del detective continuano a dimostrare una sorprendente freschezza se restano affidate al controllo e alla voce del Dottor Watson. E si può anzi convenire con Conan Doyle quando afferma, nelle Memorie, che il lettore, alle prese con l’epopea di Sherlock, può persino cominciare la lettura «a rovescio»: l’ultimo racconto «vale quanto il primo».
È la conferma che mancava: le ragioni del successo possono essere imputate al miracoloso affiatamento della coppia narrativa Sherlock-Watson, fino all’ultimo impermeabile alle trappole della routine. Solo così, innalzandosi sul provvidenziale piedistallo fabbricato dal suo devoto subalterno, Holmes riesce a entrare nel mito e ad allungare fino a noi la sua ombra.

Ivan Tassi

Il Manifesto

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