Un amore nato a New York

Un amore nato a New York
di André Aciman
Le strade. La folla. I vecchi cinema. E le orme dei film. Passeggiata sentimentale di uno scrittore innamorato di una metropoli eterna ma provvisoria

Ogni tanto non mi va di tornare a casa. Esco dall’ufficio, o da una festa notturna, o da un locale nel quale mi sono fermato a prendere un caffè nel pomeriggio e istintivamente mi ritrovo a fare una lunga passeggiata. Non c’è nessuno in particolare che io mi auguri di incontrare, per quanto mi piacerebbe imbattermi in un amico e sentirmi proporre di fare quattro chiacchiere davanti a una birra o un caffè. New York City, alla vigilia dell’anno 2010. La città, quando ti prendi un giorno di ferie o ti alzi all’ora sbagliata, o scendi alla fermata sbagliata, e ti concedi di girovagare per strade sconosciute e all’improvviso ti imbatti in un cinema che nemmeno sapevi che esistesse e non resisti alla tentazione di entrarvi. La città di uno scrittore; la città di uno che frequenta spesso i cinema; la città delle notti bianche; una metropoli elegante, fredda, moderna, con edifici altissimi dalle pareti di vetro che, nell’arco di pochi secondi, può trasformarsi in un piccolo quartiere con i suoi casalinghi odori di specialità etniche che invadono le viuzze d’acciottolato risalenti a un centinaio di anni fa e parlano di tempi che nessuno ricorda e la maggior parte inventa. Cose che non siamo abbastanza sicuri di non aver inventato noi.

Un uomo seppe comprendere il linguaggio segreto delle città e come anche i marciapiedi – al pari delle Sirene – possano sedurci e rivolgerci la parola: Walter Benjamin, l’ebreo tedesco che si tolse la vita quando la fuga gli parve ormai impossibile. Aveva amato Parigi e Berlino, non soltanto per quello che erano, ma per l’ombra che su di esse incombeva, l’ombra del tempo, l’ombra dell’esperienza, dei sogni-desiderio, un’ombra che lo toccava come strani presagi personali da ponti e muri in pietra lavorata, ma che avrebbe potuto nello stesso modo scaturire dal suo stesso intimo e, come in un film, aver lasciato la sua impronta sugli stretti passaggi e i cortili interni che crescendo aveva imparato ad amare tanto. Ogni cosa che toccava e alla quale faceva ritorno pareva incalzata da questo film interiore, questa versione tutta sua di una città che pareva sempre ansiosa di confidarsi a lui, di farsi incontro a metà strada, di ricambiarlo d’amore, e che, in definitiva, lo aiutava a sognare ovunque la sua patria. Senza quel film immaginario che si proiettava, egli non aveva modo alcuno di mettersi in relazione con nulla, tanto meno di toccarla o amarla. Quella città non morirà mai, continuerà la sua vita l’anno prossimo e negli anni avvenire.

Al crepuscolo, mi incammino verso Broadway, iniziando dall’imponente edificio della Time Warner prospiciente Central Park. Come chiunque altro, ho anch’io i miei angoli preferiti, i miei punti sensibili e personali nella città. Mi reco in visita a questi mini-altari sempre con una certa apprensione, perché se so che i negozi e gli edifici hanno modalità inquietanti di sparire da un momento all’altro, senza preavviso, ciò che temo maggiormente è vedere i miei rifugi volgermi le spalle, o i miei sentimenti per loro smorzarsi all’improvviso. Oggi, passando accanto a ciò che resta di così tanti cinema di Broadway che hanno chiuso – il Regency, il Cinema Studio, l’Embassy, l’Old Beacon, Loewes sull’Ottantatreesima strada, il New Yorker, il Simphony, Thalia, Riviera, Riverside, Midtown, Olympia – so che per qualche istante ne compiangerò la chiusura. Ma il ricordo è evanescente, e la mente reclama nuove sollecitazioni. Il che è proprio ciò che desidero nella mia passeggiata – nuove sollecitazioni, nuovi panorami, nuovi angoli, un futuro che sia presente. Voglio trovare qualcosa di nuovo in questa città, anche se non so ancora che cosa sia. Eppure, è proprio la città ciò che mi prefiggo di trovare, non la gente; è la città che desidero incontrare, alla quale voglio restare attaccato per un po’ prima di lasciarla andare o prima che lei si stanchi di me e mi lasci proseguire per la mia strada.

Ogni passeggiata delinea una nuova città. E ognuna di queste piccole città ha la sua piazza principale, un centro suo, la sua statua commemorativa, i suoi punti di riferimento, le sue lavanderie a gettone, il suo terminal degli autobus, in sintesi i suoi punti nevralgici, il suo punto focale – dalla parola latina ‘focus’ che significa focolare, cuore, atrio, casa – punti tiepidi, punti dolci, punti morbidi, punti caldi. Talvolta, incurante di ciò che chiunque altro per strada può pensare, mi piace fermarmi in uno di questi punti e restarmene lì immobile, a osservare. Osservo gli edifici di prima della guerra con le loro file e colonne di finestre illuminate che mi riportano alla memoria una gigantesca tavola periodica. Osservo la folla che corre a casa, una volta terminato il lavoro. Osservo quelli che, già passati da casa, ne escono di corsa per recarsi a teatro, sul volto dei quali si leggono le aspettative della serata. Osservo i negozi, ai quali mancano ancora molte ore prima della chiusura. Osservo qualche matto che ogni tanto percorre il perimetro dell’edificio dell’American Bible Society recitando Alleluia, o fattorini in bicicletta incaricati di consegnare la spesa lanciarsi giù dal marciapiede, o la folla emergere dalla metropolitana, e come sempre accade intorno a Lincoln Square osservo il bagliore delle luci a festa di questa Via Lattea assordante illuminata a giorno che, appena quaranta anni fa, era una banale terra di nessuno, conficcata alla stregua di un ripensamento tra la zona residenziale di Upper West Side e Hell’s Kitchen, diventata famosa con ‘West Side Story’.

Il brownstone al numero 51 della Sessantasettesima strada non c’è più, ma quello è l’indirizzo dell”Appartamento’, la pellicola che vinse l’Oscar come miglior film nel 1960 – il vecchio West Side, a quei tempi a conduzione familiare, delimitato da un decoroso, per quanto vago e leggerissimo accento di un inglese non più parlato. Lì C.C. Baxter (Jack Lemmon) aveva trovato un appartamento che si poteva permettere di affittare dalla sua padrona di casa, la signora Lieberman, e come vicino di casa si era ritrovato il dottor Dreyfus e la sua gentile e pettegola moglie che si precipitava a salvare la signorina Kubelik (Shirley MacLain) non appena quella ingoiava troppi sonniferi. “Vivo nei West Sixties”, dice Jack Lemmon, “ad appena un isolato di distanza da Central Park, e il mio affitto è di 84 dollari al mese”. Pochi isolati più a nord inizia la zona di Woody Allen, dove Hannah e le sue sorelle si recano in visita ai loro genitori ogni anno a Thanksgiving. Non lontano da lì sulla West End Avenue ci sono le case di Sergei Rachmaninov e di Edgar Allan Poe. Poi, superata Pomander Walk, c’è la casa di Gershwin, e tre isolati ancora più su quella di Duke Ellington.

Ma New York ha anche i suoi punti eccentrici, clandestini, variabili, alternativi – interamente miei. Questi punti sono erranti, stravaganti, e sfuggenti come una stella polare instabile che continui ad andare alla deriva per confondere l’asse del nostro pianeta. Forse sono proprio questi luoghi personali, insoliti, che vado cercando nel corso delle mie passeggiate. Non sono facce, non è la folla, non è nemmeno la città. Questo è il modo col quale la nostra megalopoli inizia ad attirarci a coinvolgerci; e quando nevica è così che si restringe di proporzioni diventando vivibile, quasi fosse un paese; e nelle giornate afose d’estate è così che acquisisce un odore, un volto giallastro, arrossato, a misura d’uomo. In quell’istante magico nel quale all’improvviso siamo impazienti di definirla l’unica casa nella quale vorremmo vivere sulla Terra, New York ci introduce a un segreto ancora più grande: ci cattura, e non dobbiamo preoccuparci per quei pensieri cupi e contorti, spettrali, che siamo troppo riluttanti a raccontare agli altri; essa li condivide con noi, proprio gli stessi, li ha sempre condivisi. Detesto il tardo pomeriggio, ma adoro i minuti che precedono di poco il crepuscolo. E io pure, risponde la città. Ti piace imitare le interpretazioni di New York di Sloan e di Hopper? Le chiedo. Sì, risponde. E a te piacciono le screziate bandiere dipinte da Childe Hassam, dice la città, perché ti ricordano Parigi – beh, se vuoi per te posso essere Parigi. E all’improvviso mi rendo conto che cosa significa tutto questo – da Melville a Whitman a Crane a Lorca, de Chirico, Cummings, Camus – il miracolo dell’intimità con una città che si trova più dentro di noi di quanto sia là fuori sui marciapiedi, perché anche questo è quanto mai vero: ci può essere una parte maggiore di noi proiettata in ciascuna delle sue strade di quanta ce ne sia della stessa New York. E questo spiega perché non è mai molto chiaro se il nostro amore per la città è autentico o se è semplicemente il prodotto del nostro agitato struggimento rivolto al primo strano vicolo che incrocia il nostro cammino. New York può finire con l’essere niente più di un film esangue, trasparente, niente altro che il nostro ardente desiderio di fascino romantico, romanticismo per la vita, per l’arte muraria, per i ricordi, talvolta per niente del tutto. Questo desiderio intenso tracima dalla città e dalla città ritorna a noi. Chiamatelo narcisismo. O chiamatela passione. Ha i suoi avvampamenti, le sue notti gelide, i suoi scarti improvvisi, e i suoi abbracci. È la nostra vita rivelata infine a noi stessi negli oggetti solidi più inanimati sui quali poggeremo mai gli occhi: cemento, acciaio, opere in pietra. Il nostro desiderio di intimità e di amore è talmente forte che li cercheremo e li troveremo nell’asfalto e nella fuliggine.

Non è l’acciaio, non è il cemento che amiamo. Acciaio e cemento sono il mordente, il canovaccio sul quale dipaniamo il nostro film. Senza il nostro film, la città non esiste. Il film che giriamo nelle nostre passeggiate risplende sulle superfici dure della città come la luminosa impronta delle scaglie di pesce lasciate sul tagliere di un pescivendolo a ore di distanza da quando il pesce è stato catturato, tagliato e cotto – fuori dal tempo.

Ogni tanto vado in cerca della città che so che non ci sarà più. Una città fittizia che immagina di essere più nei romanzi e nei film che sui suoi stessi marciapiedi. La mia città. Una città volteggiante le cui luci solitarie e lampeggianti in cima ai tetti della maggior parte degli edifici più alti scambiano racconti con le stelle, parlando della notte in cui tutte le luci si spensero e la città perse i suoi punti di riferimento, o di quel giorno in cui il mondo si fermò e credemmo di aver perduto la testa. La città che si reinventa di minuto in minuto, senza mai sapere dove è diretta, la città i cui nemici l’amano più di quanto essa ami detestarsi da sola. La città che è sempre paragonata a Roma – perché Roma dovette cadere un giorno – ma non sarà mai Atene, perché è di gran lunga troppo giovane per avere un passato. Vado in cerca di questa città atemporale, irreale, spettrale e luminosa.

La città come Walter Benjamin avrebbe potuto vederla se si fosse affrettato e avesse attraversato i Pirenei prima che i nazisti lo incalzassero da presso. La città-che-avrebbe-potuto-essere-e-non-è-

stata quella della vita-di-Benjamin-che-avrebbe-potuto-essere-e-non-è-stata. Il suo spirito aleggia nelle sue varie zone, proprio perché lui non ce l’ha mai fatta a raggiungerla. Sì, New York è e sarà la città che possiamo sempre prendere in prestito ma non tenere per sempre è quindi sempre a rischio; potrebbe in qualsiasi momento schivarci e ripudiarci. Non portate via nulla di tutto ciò. Soprattutto, non portatemi via. Ecco il mio augurio per l’anno avvenire.
(traduzione di Anna Bissanti)

Da L’Espresso
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