Una vita tra i sogni (che son desideri)

Il mondo animato di Roy E. Disney

di Luca Pellegrini
Mowgli, Baloo, Bagheera e Re Luigi non sapevano di essere stati investiti di una grande responsabilità:  niente meno che la sopravvivenza della divisione animazione della Disney, ossia il futuro del cartone animato. Il 18 ottobre del 1967 usciva, infatti, sugli schermi americani Il libro della giungla, attesa versione animata tratta molto liberamente dalla raccolta di racconti di Rudyard Kipling.
Al progetto, come di consueto fin dai tempi di Biancaneve, aveva lavorato “papà” Walt, scegliendolo e seguendolo scrupolosamente in ogni dettaglio. Ma la sua morte era sopraggiunta circa un anno prima dell’inizio della distribuzione del nuovo film in America, il 15 dicembre 1966:  sarebbe stata così la prima creazione animata del mitico studio a uscire orfana del fondatore. I mercati e gli osservatori ragionevolmente tremavano:  se il film non avesse riscosso il successo arriso a tutti i precedenti capolavori e di conseguenza gli incassi fossero diminuiti, così come l’attenzione e la fedeltà degli spettatori, l’animazione della Disney avrebbe rischiato la chiusura. Ma ciò non accadde:  quella giungla animata – un “safari musicale”, come venne descritto il film – conquistò ancora una volta il pubblico, totalizzando 142 milioni di dollari, al valore dell’epoca, nei soli Stati Uniti.
Così la Disney senza Walt poté ricominciare a fantasticare. Era stato approvato, lui ancora in vita, il successivo Gli Aristogatti e Roy E. Disney – rispettivamente figlio e nipote dei co-fondatori dei Disney Studios, Roy O. Disney e Walt Disney – acquisì per la prima volta una responsabilità attiva nel progetto, che uscì però dopo ben quattro anni di lavorazione. Anche se non molto amato e stimato dallo zio capostipite, Roy ebbe una parte attiva e fondamentale nella sopravvivenza della Disney. Ed è singolare che la sua recente scomparsa, il 16 dicembre scorso all’età di 79 anni, sia avvenuta nella quasi totale distrazione della stampa italiana.
Nome illustre legato alla prolifica “ditta” e testimone privilegiato della storia stessa dell’animazione americana, di cui è stato parte per oltre 50 anni, Roy era nato a Los Angeles nel 1930. Nel 1953 era stato assunto come assistente al montaggio per seguire da vicino la preparazione dei documentari della serie True-Life Adventure e nel 1967, dopo la morte di Walt, era stato formalizzato il suo ingresso nel consiglio di direttori delle varie divisioni che formano la multinazionale del divertimento, nel frattempo impegnata in uno dei progetti più ambiziosi e costosi della sua storia, ossia l’apertura di Walt Disney World a Orlando, in Florida, strenuamente voluto dallo stesso Roy. Senza mai staccarsi dall’affetto per le sue creature animate, ricoprendo a partire dagli anni Ottanta, in modo anche combattivo, sia l’incarico di vicepresidente della Disney sia quello di presidente del reparto animazione, Roy è riuscito a realizzare uno dei film che più riescono a descriverne la natura di sognatore:  Fantasia 2000, il sequel di quel Fantasia che nel 1940 era stato il lungometraggio più ambizioso e meno compreso di Walt, ma amato dal nipote che così gli tributava un omaggio altrettanto prezioso e visivamente incantevole. È stato l’ultimo film che ha portato a termine, poiché nel 2003, inaspettatamente, abbandonava le sue cariche per una totale incompatibilità con l’allora amministratore delegato Michael Eisner (accusato da Roy di aver trasformato la Disney in un’azienda “rapace e senz’anima”), a sua volta dimessosi nel 2005. Da allora e fino alla morte Roy si è dedicato ad attività filantropiche.
Non erano mancati in casa Disney, dopo la morte di Walt, momenti di fiacca ispirazione e dai deboli risultati artistici, quasi che la mancanza del patriarca avesse portato un vuoto incolmabile di idee, con titoli come Robin Hood, Bianca e Bernie, Red & Toby, Basil l’Investigatopo, nei quali i protagonisti sono esclusivamente animali “antropomorfizzati”. Un decennio, il 1984-1994, turbolento e discontinuo, caratterizzato da numerosi flop, dal pessimismo, da acerrime rivalità interne e da tentativi di rinnovamento, che viene raccontato nell’atteso documentario Waking sleeping beauty – in uscita sugli schermi americani nell’aprile 2010 – con una serie di immagini inedite e di interviste ai protagonisti della Disney (Roy compreso, del quale si elogiano l’innato senso di responsabilità e la sottile abilità nella gestione del potere). Lo stesso Don Hahn, regista del film e produttore di molti capolavori, ammette come quella della Disney sia stata una storia d’amore e di conflitti:  l’amore di un gruppo di persone per una forma d’arte e i conflitti che inevitabilmente si creano quando essa diventa lucrativa e prestigiosa. Ricorda anche il clima degli studi:  “Eravamo persone con speranze e ambizioni che vivevano le une accanto alle altre come una famiglia, per realizzare il miglior film possibile. Era un’esperienza fortemente emotiva, catartica e molto difficile. Quando mi volgo indietro, a quegli anni, lo faccio con orgoglio, tristezza e umiltà. Soprattutto con orgoglio, per ciò che abbiamo realizzato insieme usando soltanto dei colori, delle matite, della carta e tanta ostinazione”.
Proprio l’accresciuta responsabilità di Roy portò, sul finire di quei difficili anni Ottanta, alla sperata inversione di tendenza e alla nascita di immortali personaggi animati nei quali tornava centrale la figura umana (anche se sono ancora gli animali del Re Leone, nel 1994, a determinare il più grande successo animato di tutti i tempi):  nascono Ariel de La Sirenetta (1989), Belle de La Bella e la Bestia (1991) e l’affascinante e misteriosa Pocahontas (1995), che inaugurava felicemente la stesura di soggetti più socialmente e moralmente impegnativi, legati alla storia del continente americano, alla mitologia o alla narrativa classica. La giovane nativa americana iniziava una serie di eroine non più caratterizzate da canoni estetici ed etnici occidentali, realizzava cioè un’apertura anche culturale e politica, culminata in questi giorni con l’apparire sugli schermi dell’affascinante Tiana de La Principessa e il ranocchio, un’intraprendente e coraggiosa afroamericana con la passione per la cucina che, in una fantasmagorica New Orleans impregnata di musica e magia, s’innamora di un principe trasformato in ranocchio e lo segue tra le paludi della Louisiana e i palazzi del Quartiere francese. Costosa operazione messa in piedi dagli studi della Walt Disney e dal suo direttore creativo, il maestro indiscusso dell’animazione John Lasseter, il nuovo film d’animazione, firmato da John Musker e Ron Clements (due veterani del disegno animato), è un dono per tutti i bambini che forse hanno perso negli anni la ricchezza e l’autenticità della “scuola Disney” del tempo che fu. E non è forse un caso che la notizia della morte di Roy sia sopraggiunta proprio quando l’ultima creazione Disney si stava assicurando un nuovo, incondizionato successo mondiale.
Lo stesso Lasseter si è sentito in dovere di ricordare Roy con queste parole:  “Non solo sono arrivato a considerarlo un grande amico, ma lo ricordo come un grande uomo, che credeva profondamente nell’arte dell’animazione. Si è impegnato a preservare la leggendaria storia di Disney con tutto il cuore e allo stesso tempo ha aiutato a portare l’animazione verso nuove frontiere senza mai temere le nuove tecnologie”. Che questa volta, però, rimangono nel cassetto, perché con Tiana e il principe Naveen, diseredato e charmant, torna sugli schermi il vecchio, amato e spesso rimpianto cartone animato, senza occhialini da inforcare per il 3d e storie troppo futuribili.
Torna, insomma, la fiaba, quella senza tempo raccontata ai piedi del letto prima di prendere sonno, ancora una volta attinta al serbatoio quasi inesauribile fornito dalle raccolte dei fratelli Grimm (loro la fonte anche del film attualmente in lavorazione e in uscita il prossimo novembre, Rapunzel). E tornano il colore sgargiante disegnato soltanto con la matita e la musica a profusione, declinata questa volta nei ritmi tradizionali del profondo sud americano – jazz, blues, gospel, zydeco – mentre il sipario si apre frequentemente su sgargianti numeri coreografici. I personaggi sono quelli tradizionali, ossia una felice commistione tra esseri umani mossi da diversi interessi e tutta quella varietà zoologica della quale Disney è stato l’inventore indiscusso:  l’alligatore con la passione per la tromba, la lucciola sfortunata e pasticciona dal cuore grande innamorata di una stella, una serie divertentissima di creature di diversa stazza e genere che fanno da spettatori alle disavventure delle nostre ranocchie. Trionfo finale della bontà assieme alla punizione dei cattivi, sfarzoso matrimonio e la realizzazione di tutti i sogni che, non dimentichiamolo, fin dai tempi di Cenerentola, son desideri cui manca davvero pochissimo per diventare realtà.

L’Osservatore Romano

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