Archive for gennaio 2010

Putin vende missili a Gheddafi

gennaio 31, 2010

Solo poche ore prima il direttore di Rosoboronexport, la società statale che vende nel mondo le armi russe, Anatoly Isaikin, aveva smentito le voci di un contratto miliardario con la Libia:«Sono interessati a comprare, ma è prematuro parlare di intese». Ma ieri è stato nientemeno che il premier Vladimir Putin ad annunciare il supercontratto col quale Mosca vende a Tripoli armi per 1,3 miliardi di euro, che da solo fa un quarto di tutte le esportazioni belliche made in Russia. Putin ha firmato l’affare con il ministro della Difesa libico Yunis Jaber, che ha visitato la Russia nei giorni scorsi.
Resta il mistero sulla lista della spesa del colonnello Gheddafi, che proprio Putin all’epoca della sua presidenza aveva riportato nella lista degli amici del Cremlino, dopo un allontanamento successivo alla fine dell’Urss. Il premier russo ha svelato l’esistenza del contratto incontrando Vladimir Gorodezky, direttore dell’Izhmash, la famosa fabbrica di armi dove è nato il kalashnikov, facendo quindi capire che potrebbe essere uno dei beneficiari dello shopping libico. (more…)

I liberisti che boicottano la Fiat

gennaio 31, 2010

Dazi? Protezionismo? Embargo contro la Cina? Macché, i ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione dei Pdl junior, hanno invitato a boicottare la Fiat e i prodotti «riconducibili alla casa torinese». Con manifestazioni e bandiere al vento. In 30 città.
Non stropicciatevi gli occhi, è proprio così: i futuri ministri liberal-liberisti vogliono punire i consumatori limitando la scelta delle automobili e i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del gruppo torinese. Accentuando la causa della loro stessa protesta: i licenziamenti dovuti alla chiusura, tra due anni, dello stabilimento di Termini Imerese. Meno auto Fiat vendute, più licenziamenti. (more…)

Il Salafismo: un discorso di rottura con la società

gennaio 31, 2010

Sulla scia della polemica sul velo integrale in Francia, Samir Amghar, sociologo specializzato sul salafismo, spiega le origini e l’espansione di questa corrente radicale dell’Islam rispondendo ad alcune domande di Boris Thiolay, giornalista de “L’express.fr”

La polemica sul velo integrale mette in luce il ruolo giocato dai salafiti. Da dove viene questo movimento?

Il salafismo si presenta come “l’autentico Islam”, quello delle origini. Il termine salaf designa i “devoti antenati”, i compagni del profeta Maometto. I suoi seguaci rifiutano qualsiasi interpretazione moderna del Corano e degli hadith – i racconti dei fatti e delle gesta del Profeta – del quale essi imitano il comportamento alla lettera. La dottrina salafita si inscrive nella linea di discendenza dei teologi più rigoristi dell’Islam wahhabita (il wahhabismo è la corrente islamica scaturita dalla “riforma” religiosa realizzata da Muhammad ibn Abd al-Wahhāb (1703–1792) (N.d.T.) ), che è il dogma ufficiale dell’Arabia saudita. (more…)

Il vero Stranamore che si fece bombarolo per salvare il mondo

gennaio 31, 2010
A vederlo così, non alto di statura, con le folte sopracciglia ancor più nere dei capelli, con quel volto ilare, con quello sguardo a spillo, acuto e sfottente, timore non ne incuteva. Eppure era l’uomo che per quasi cinquant’anni aveva tenuto testa ai sovietici e ai loro amici filocomunisti americani.
Teller, certo, ungherese di Budapest, scienziato di fama mondiale, padre della bomba H, del Laser a raggi X, dello Scudo spaziale e delle Guerre stellari, ha fatto tutto quanto si poteva fare per meritarsi l’odio dei comunisti. In Italia è uscita di recente una suo biografia Il vero dottor Stranamore (Cortina) di Peter Goodchild. In America hanno invece pubblicato le Memorie di Edward Teller – e anche le sue lettere a Maria Mayer, l’affascinante amica tedesca Nobel 1963 per gli studi sulla struttura nucleare (i «numeri magici»). Non sappiamo se siano complete, anzi immaginiamo che non lo siano. Ma quanto è scampato all’autocensura basta non solo a darci la misura di cosa è stata e come è nata la Guerra fredda che per quasi trent’anni ha coinvolto su opposti fronti Stati Uniti e Unione sovietica, l’angoscia di certi momenti (l’arresto di Klaus Fuchs, fisico teorico e agente segreto di Mosca a Los Alamos, 1949, l’invasione della Corea del Sud, 1950, lo Sputnik russo, 1957, l’U2, aereo spia americano, 1960, i missili sovietici a Cuba, 1962), le drammatiche perplessità degli alti comandi Usa, le incertezze e le esitazioni dei politici e degli scienziati impegnati nella realizzazione degli armamenti nucleari; e anche la risolutezza di questo eccezionale fisico, profeta e inventore dello Scudo spaziale, che instancabilmente lavorava per difendere il principio della «sopravvivenza reciproca assicurata» contro quello della «distruzione reciproca assicurata» nel tentativo di realizzare la superarma capace di mettere fine a tutte le guerre.
«Meglio salvare delle vite umane che vendicarle», ripeteva.
Stranamore?, forse, ma con il segno cambiato. Insomma non nel senso dello scienziato pazzo nazista, consigliere del presidente Usa che sogna e progetta la guerra totale per un inconscio sentimento di rivalsa e condanna verso l’umanità colpevole di non aver capito e accettato il demiurgo Hitler. (more…)

Sono diventato un automa per non soffrire mai più, la mia vita è solo inganno

gennaio 31, 2010

Le lettere, così come i diari, ci consegnano la vita come viene vissuta, giorno per giorno, contingente, imperfetta, autentica. In questa assenza di pianificazione sta il loro valore. Così è per l’epistolario di T.S. Eliot (1888-1965), preso di mira da critici a caccia di prove del suo antisemitismo e della sua misoginia. Il secondo volume, appena uscito in Inghilterra e già diventato un «caso» editoriale, The Letters of T.S. Eliot, 1923-25 (Faber&Faber, pagg. 878, sterline 35; a cura di Valerie Eliot e Hugh Haughton), demolisce il mito della crudeltà dello scrittore nei confronti della prima moglie Vivien, cronicamente malata di nervi: «Sono sfinito, non posso più andare avanti», scrive nel 1923, in una delle tante lettere cariche di sensi di colpa inviate al critico John Middleton Murry, «un senso di colpa sottile, che mi paralizza e mi uccide». Ma al contrario riaccende il dibattito sul suo antisemitismo, esacerbato dal ricordo del libro di Anthony Julius T.S. Eliot: Anti-Semitism and Literary Form, del 1995, che montava un vigoroso processo intorno a quella che definiva la macchia razzista di tutta l’opera dello scrittore. «Negare l’antisemitsmo nell’opera di Eliot – commenta oggi Julius impugnando nuovamente il suo libro – non è intellettualmente né moralmente rispettabile, benché molti critici rispettabili lo facciano». (more…)

La strana disfatta

gennaio 31, 2010
BARBARA SPINELLI
Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso». (more…)

Tra “Pigs” e Paesi Baltici, l’Europa teme l’effetto domino

gennaio 31, 2010

di Federico Rampini

“TOO big to fail”, troppo grande per essere lasciato fallire. È il pericolo che ha piegato i governi di tutto l’Occidente nel 2008 di fronte al collasso dei giganti bancari. Impossibile subìre il crac delle maggiori banche americane, inglesi, svizzere o belghe: gli Stati sono dovuti intervenire, dissanguando le loro finanze.
“Too big to fail”, oggi l’incubo si ripresenta sotto un’altra forma, non meno drammatica. Che fare se è un intero Stato come la Grecia a rischiare la bancarotta, quali le conseguenze per l’Eurozona? Possiamo permetterci di assistere senza intervenire? E se il crollo greco fosse il primo di un effetto-domino, destinato a travolgere altri paesi? Partendo dalla “periferia”: perché lì si trovano paesi che già prima della crisi avevano finanze pubbliche più dissestate, Stati meno efficienti, sistemi industriali meno competitivi.

Questa nuova emergenza si è imposta ai leader europei mentre affluivano al World Economic Forum. All’inizio della settimana il premier greco Georgios Papandreou ha dovuto rivolgersi in affanno ai mercati internazionali per finanziare il suo debito pubblico. In apparenza ha guadagnato tempo, collocando titoli del Tesoro per 5 miliardi di euro. A un costo altissimo: un interesse del 6,25% che andrà a cumularsi ai debiti greci. E la tregua è stata illusoria. Gli stessi investitori internazionali che avevano presentato domande cinque volte superiori all’offerta di Bot greci, 24 ore dopo fuggivano disordinatamente. Vendite in massa di titoli di Atene hanno fatto schizzare i tassi ancora più su, fino a 3,7 punti sopra i Buoni del Tesoro tedeschi: una forbice-record mai raggiunta da quando la Grecia entrò nell’euro. Un segnale tremendo in vista dei prossimi appuntamenti coi mercati. Quest’anno Papandreou deve riuscire a raccogliere altri 54 miliardi, la metà entro aprile. E se non ce la facesse? (more…)

Dio e Cesare secondo Sant’Ambrogio

gennaio 31, 2010

Politica e questione morale nella seconda metà del IV secolo

Dinanzi agli interventi delle autorità ecclesiastiche nelle questioni temporali, è frequente che alcuni interlocutori parlino di ingerenza e vogliano ricordare a tali autorità, non senza una certa ironia, che si deve dare “a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Ciò mette in evidenza, quantomeno, due questioni di un certo spessore:  in primo luogo che oggigiorno nella cultura occidentale il dualismo politico religioso è pacificamente accettato come modo di intendere i rapporti fra l’autorità politica e quella religiosa; in secondo luogo, che il testo evangelico a cui abbiamo fatto allusione non è percepito in maniera univoca.
Lo studio sistematico dell’epistolario politico di sant’Ambrogio ha, fra le altre virtù, quella di contribuire a chiarire il contenuto di questa frase di nostro Signore. La prossimità temporale del santo agli accordi di Milano del 313, il suo passato come funzionario pubblico dell’Impero, la sua santità di vita e i suoi interventi, come vescovo di Milano (374-397), dinanzi alle autorità politiche del suo tempo, si presentano come credenziali più che sufficienti per questo compito. (more…)

I principi arabi cercano di superarsi a vicenda, e la posta in gioco è sempre più alta

gennaio 30, 2010

I principi arabi hanno la minima idea di ciò che realmente accade intorno a loro nel mondo arabo? – si chiede il noto corrispondente britannico Robert Fisk

Il principe dell’Arabia Saudita Al-Walid bin Talal è un uomo particolare.
Dice di non voler essere primo ministro del Libano – tutti coloro che vogliono essere primi ministri del Libano lo affermano – ma è immensamente ricco. E’ vero, il suo conto in banca è sceso da  23,7 miliardi di dollari a “soli” 13,3 miliardi a partire dal 2005 (così ha riportato la rivista Forbes). Ma egli ha appena annunciato di voler costruire l’edificio più alto del mondo – un colosso alto 1 km che farà impallidire il suo vicino, l’emiro di Dubai, che il mese scorso tra le dune di sabbia dei suoi falliti creditori ha inaugurato il misero Burj Khalifa, alto 828 metri. Al-Walid, nipote del re Abdullah, comprensibilmente chiama la sua ditta Kingdom Holdings, la holding del Regno. Tra l’altro, è anche uno dei principali azionisti della News Corp di Rupert Murdoch, motivo per cui non leggerà questo articolo sul Times. Lunga vita alla Kindgom Holdings! (more…)

«Non si combatte l’abusivismo cominciando dalla povera gente»

gennaio 30, 2010

Raffaele La Capria. Lo scrittore sugli scontri a Ischia tra polizia e cittadini per un abbattimento: «Si dà il vero esempio combattendo le grandi speculazioni. Le denunciammo con Rosi ai tempi di “Le mani sulla città” ma purtroppo non è servito a molto»

«L’abusivismo va combattuto, è sicuro. Ma il modo in cui questo principio è stato messo in atto ultimamente mi sembra non soltanto tardivo, ma soprattutto poco efficace». Esordisce così lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, quando gli si chiede di commentare gli scontri di giovedì sull’isola d’Ischia tra la polizia e i cittadini che tentavano di impedire l’abbattimento di una casa abusiva.

In che senso poco efficace?
Ho visto in televisione che hanno distrutto in modo brutale una casetta di povera gente. Mentre l’abusivismo ha prodotto edifici di ben altra importanza che potevano essere attaccati per primi, se si voleva dare un vero esempio. (more…)

“Vi racconto gli affari bulgari di Delbono”

gennaio 30, 2010

Parla Francesco Stagni, l’ex missino socio del sindaco dimissionario: “Fu Flavio a chiedermi di subentrare con il 50% della Bulfranz. Voleva investire i risparmi della madre, insieme abbiamo trattato appartamenti. Il vantaggio? Tasse al 15%”

Il socio di Flavio Delbono per gli investimenti bulgari è un ex missino di 58 anni, bolognese, commercialista, che frequenta i Balcani da una ventina d’anni. Francesco Stagni è furente per essere finito in questo scandalo: «La mia attività è regolare e trasparente, querelerò chi mi ha accostato a uno come Divani che non conosco neppure». Non è ancora stato chiamato in Procura. E precisa: «Fu Delbono a cercarmi».

Siete amici?
«Sì. Ci conoscemmo parecchi anni fa, quando lui era assessore comunale al bilancio nella giunta Vitali e io revisore dei conti. Una persona gentile e affabile».

Chi la scelse come controllore del bilancio comunale?
«Mi propose il capogruppo del Movimento sociale, Veronesi. Era il più grosso partito dell’opposizione. Poi sono passato in Alleanza nazionale che nel 2000 mi candidò in Regione: con quattromila preferenze mi piazzai secondo, primo dei non eletti. A Bologna non sono uno sconosciuto». (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 30, 2010

E’ in libreria da oggi un rapido libro di Enrico Donaggio e Diego Guzzi, “A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah”, ed. L’ancora del mediterraneo. Libro prezioso per chi pensa di saperne molto, e per chi vuole cominciare a saperne. Ha 160 pagine, costa 14 euro. Racconta la Shoah, prova a immaginarla per il futuro prossimo in cui non ci saranno più testimoni, la mette a confronto con le catastrofi prodotte e sofferte da umani nel mondo di oggi, e si chiede, e chiede, che uso fare di tutto quello che abbiamo conosciuto. Fa suo il proposito con cui Yehuda Bauer trattò, nel 2006, il Giorno della memoria: “Appartengo a un popolo che ha dato al mondo i dieci comandamenti. Conveniamo sul fatto che ne servono altri tre, questi: tu non sarai l’aggressore, tu non sarai la vittima; e tu non accetterai mai, mai, di restare uno spettatore passivo”.

Il Foglio

Giorgio Bocca: “Non sono uno snob ma odio la gente”

gennaio 30, 2010

Il giornalista: “Questa Italia è ladra e corrotta. Il popolo sovrano? E’ pronto a tutti i delitti”

MASSIMO GRAMELLINI
Il pessimismo allunga la vita. E mantiene dritta la schiena. Quella di Giorgio Bocca è drittissima, e non solo per metafora. All’alba dei novant’anni l’arzillo catastrofista cuneese ha pubblicato un saggio dal titolo molto giorgiobocchesco – Annus Horribilis (Feltrinelli) – scritto in una lingua limpida e densa come i torrenti delle sue valli.

Prima pagina del libro e subito un cittadin per terra: Gianfranco Fini. La sinistra lo adotta e lei gli spara addosso?
«È il tipico carrierista che difende le forme della democrazia, ma nella sostanza permette al sultano di continuare a governare».

Bene, siamo partiti leggeri.
«Chi vuol fare carriera non dovrebbe mai dire quello che pensa. Nel 1948, ero alla Gazzetta del Popolo, mi chiesero per chi avrei votato al referendum. Ma per la Repubblica, risposi io, ingenuo. Stupore assoluto. La Sip, padrona del giornale, sapeva che la sinistra voleva nazionalizzare l’azienda e tifava per i monarchici. Da allora il direttore Caputo mi fece mangiare merda. Ogni notte in tipografia urlava: chi è il coglione che ha passato questa notizia? I colleghi si aprivano come il Mar Rosso e in mezzo rimanevo io… Il mondo è pieno di servi». (more…)

LA CURA IMMAGINARIA

gennaio 30, 2010

di Giuseppe D’Avanzo

Modesto esercizio definitorio: di che cosa parliamo, quando parliamo di «riforma della giustizia»? Non certo della giustizia, come “servizio”, la prestazione che uno Stato ha il dovere di offrire ai cittadini e, i cittadini, il diritto di avere dallo Stato. Quel “servizio”, e non da oggi, è un arnese arrugginito. Non serve a nessuno. Né al cittadino né allo Stato. Né al «presunto innocente» né alla vittima del reato. Né a una strategia di fiducia reciproca tra i cittadini o tra il cittadino e lo Stato né allo sviluppo economico del Paese (i ritardi della giustizia “costano” a imprese e consumatori 2,3 miliardi di euro, ogni anno).

Nel 2008, dopo il fallimento della XIV legislatura, Berlusconi si presenta agli elettori con un ambizioso programma: restituire efficienza alla giustizia italiana. Da allora, a ogni sortita pubblica, il suo ministro, Angelino Alfano, annuncia contro le lentezze e l’impotenza della machina iustitiae mirabilie e successi a portata di mano. Anche nell’inaugurazione dell’anno giudiziario non ha lesinato «consigli per gli acquisti». Dovunque intervenga, le frasi del guardasigilli suonano sempre più o meno così: «Entro l’anno… entro pochi mesi… già la prossima settimana… approveremo… la riforma del processo penale, la riforma del processo civile, misure di efficienza di rango non legislativo, interventi sul sistema carcerario, una riforma della magistratura ordinaria, una riforma delle professioni del comparto giuridico economico…». (more…)

Ambrogio Mauri una vittima vera

gennaio 29, 2010

La prossima volta che Renato Schifani cercherà una “vittima sacrificale di Tangentopoli” da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia dell’imprenditore brianzolo

di Marco Travaglio

La prossima volta che i presidenti della Repubblica, del Senato e del Consiglio vorranno ricordare una vittima di Tangentopoli, si spera che ne ricordino una vera. Non un politico corrotto e latitante, ma un imprenditore onesto che veniva escluso dagli appalti pubblici perché non pagava mazzette nella Milano da bere e da mangiare. Si chiamava Ambrogio Mauri, abitava a Desio, in Brianza. Nell’aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni. Lasciò la moglie, tre figli e un’azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell’Atm. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti. Quando partì l’inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell’Atm, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità. “I dirigenti corrotti dell’Atm”, ricorderà Di Pietro, “gli avevano fatto una serie di soprusi. (more…)

L’astio per il Cav entra in libreria: censurato Vespa

gennaio 29, 2010
Con un concetto perlomeno curioso del cosiddetto principio di «selezione commerciale», un’eccezionale dose di snobismo culturale e uno scarsissimo senso del ridicolo, una libreria di Milano ha bandito dai propri scaffali uno dei maggiori bestseller degli ultimi mesi – Donne di cuori, oltre 360mila copie vendute – esponendo a sprezzo dell’autore un vistoso cartello in vetrina: «Qui non si vende il libro di Bruno Vespa».
Occhio per occhio, gogna per gogna: la libreria, sia qui scritto così da esporla al pubblico ludibrio, è la «Aleph» di Milano, nel mezzanino della stazione Lima della metropolitana, linea rossa, a quattro fermate da piazza Duomo e una da Loreto: se siete di passaggio, potete fare un salto a trovarli per non comprare uno dei loro 25.000 titoli presenti. Tranne quello di Bruno Vespa. In bella vista, però, in vetrina, spicca ad esempio l’ultimo libro di Fabio Volo. (more…)

Sofia confidential

gennaio 29, 2010

La Bulgaria, ormai in Europa, sembra non riuscire a vincere la criminalità

Pare che dal 2007, anno fatidico che ha visto l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, a Sofia sia caduto in disuso il costume poco lusinghiero di infilare una banconota da dieci leva (la moneta bulgara) tra le pagine dei documenti, quando si viene fermati dalla polizia per un controllo.

Non altrettanto si può dire del malcostume più grande e insidioso per il quale lo stato balcanico giunge spesso alle cronache del pubblico internazionale: la corruzione. La piaga della Bulgaria post-comunista, la parola evidenziata in tutti i dossier che passano da Bruxelles, e che sembra che proprio in questi giorni la Ue abbia voluto far pagare a Sofia, con la bocciatura di Rumiana Jeleva per il ruolo di commissario alla Cooperazione e Aiuti umanitari. Una bocciatura motivata, nei rapporti ufficiali, dalla scarsa preparazione della candidata bulgara alla posizione che avrebbe dovuto ricoprire, ma che porta di nuovo sotto ai riflettori le difficoltà – più volte sottolineate dai burocrati di Bruxelles – di Sofia a stare al passo con gli impegni presi in sede europea.
I problemi del Paese connessi a corruzione e criminalità organizzata, in effetti, sembrano tutt’altro che risolti. Lo testimonia la sparatoria di inizio anno in cui è stato ucciso il giornalista Bobi Tsankov, il “cronista della mafia”, noto per i suoi reportage sulla vita avventurosa dei vertici di quei clan con i quali, forse, era entrato troppo in confidenza. (more…)

Ferrara: D’Alema e la figuraccia a testa alta

gennaio 29, 2010

Massimo D’Alema è uno che le batoste se le merita. Nel senso in cui si augura a un avversario di meritarsi, lui e le sue idee, un fracco di metaforiche legnate. Ma anche nel senso moralistico cinque, secentesco: merita talvolta, sempre più spesso, l’onore di una sconfitta, il classico blasone dell’anima bennata. Ho sempre rilevato la natura sicaria di certi suoi comportamenti, ma con l’età e l’esperienza viene fuori un’altra dimensione dell’ex presidente del Consiglio, più da hidalgo, meno convenzionalmente opportunistica e machiavellica. Non lo vedo ancora come un eroe della Mancia, come un sublime evocatore di gesta cavalleresche, come un grande innamorato della bellezza e di Dio, ma il suo modo di perdere mi pare sempre meno banale.

D’Alema poteva tirarsi fuori con un po’ di formalistica prudenza dal casino pugliese, dove il vento populista e personalista gonfiava le vele di Nichi Vendola, tribuno lirico di un comunismo da parrocchia di borgata, e deprimeva qualunque ambizione d’apparato o, come si dice adesso, oligarchica. Invece ha voluto coltivare, a costo di perdere di brutto, la sua immagine grigia e perfino tetra di uomo di partito, riottoso alle sfide retoriche della società civile, rigido nel rivendicare un punto-nave fisso anche contro correnti e maree trascinanti; così si è messo in mezzo alla tempesta, ha perso la barca a Gallipoli, è andato alla deriva, ha rimediato una figuraccia, si è infranto sugli scogli, ed è stato ripescato da un accordo gentiluomo con Silvio Berlusconi (contro il parere di metà della sua corte) per la presidenza del Copasir, il Comitato sui servizi segreti, garanzia di sconfitte future nella società di sinistra, che non ama gli inguacchi con il nemico, detesta i servizi segreti, il ruolo dei partiti e dei loro leader, oligarchi per definizione. (more…)

La verità sulla Pax Mafiosa

gennaio 29, 2010

Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).

A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. (more…)

CGIL DERBY

gennaio 29, 2010

LA GUERRA INTESTINA AL SINDACATO STA DIVENTANDO DEGNA DELLE PEGGIORI TRADIZIONI DELLA SINISTRA ITALIANA – LA CGIL CHE VOGLIAMO CONTRO LA CGIL DI EPIFANI: “QUANDO MANCA IL NOSTRO CONTROLLO NELLE ASSEMBLEE RISULTANO SEMPRE PRESENTI TUTTI GLI ISCRITTI, MAI NEANCHE UNO CHE ABBIA IL MAL DI GOLA” – E GUARDA CASO IL 100% VOTA IN FAVORE DELLA MOZIONE EPIFANI…

Beatrice Borromeo per “il Fatto Quotidiano

Chi pensa che le vicende sindacali non siano, come dire, emozionanti si potrebbe ricredere, perché la guerra intestina alla Cgil sta diventando degna delle peggiori tradizioni della sinistra italiana. Sono false, secondo la mozione uno della Cgil – la corrente maggioritaria presieduta dal segretario generale Guglielmo Epifani – “le affermazioni circa una presunta alterazione dei dati”.

La nota del sindacato, diffusa ieri, si riferisce alle pesanti accuse mosse dalla mozione due – la “Cgil che vogliamo” – secondo cui la maggioranza di Epifani gonfierebbe sistematicamente i voti durante le assemblee, soprattutto in vista del XVI congresso nazionale del prossimo maggio in cui si dovrà decidere la successione alla segreteria (Epifani sponsorizza Susanna Camusso). (more…)

PAPI GODE

gennaio 29, 2010

ECCO L’ARTICOLO DI “PANORAMA” SULL’OPERAZIONE D: IL PRESUNTO TENTATIVO DI MAGISTRATI, GIORNALISTI E DIO SOLO SA CHI DI INCASTRARE IL PUZZONE DI HARD-CORE CHE NON SA TENERLO NEI PANTALONI – IL DIRETTORE MULÈ SICURO DELLE SUE FONTI – LA PROCURA SMENTISCE (SENZA TROPPA CONVIZIONE): “NON CI SONO ISCRIZIONI DI NOTIZIE DI REATO DI TALE CONTENUTO” “PANORAMA” REPLICA ALLA PROCURA: “ABBIAMO CONFERME GRANITICHE”…

OPERAZIONE D – COME SI È TENTATO DI INCASTRARE BERLUSCONI ATTRAVERSO PATRIZIA D’ADDARIO…
Giacomo Amadori per “Panorama”

C’è un’altra storia da raccontare su Patrizia D’Addario e sull’affaire che ha coinvolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Una storia che sta scrivendo, in gran segreto, la procura della Repubblica di Bari.

È bastato poco al suo capo, Antonio Laudati, giunto alla guida degli inquirenti del capoluogo pugliese nel settembre scorso, per capire che la vicenda della escort approdata nell’autunno 2008, con registratore annesso, a Palazzo Grazioli, residenza del premier, meritava di essere approfondita. Laudati, affilato e distinto, è un magistrato che ha maturato una grande esperienza sul fronte delle indagini antimafia e che si è formato con personaggi del calibro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Una palestra dove ha appreso quel metodo investigativo puntiglioso che, per giungere alle conclusioni, si basa sui fatti e sull’analisi di tutti i particolari che gravitano intorno a essi. E questa tecnica antimafia, che porta sotto la lente d’ingrandimento dettagli apparentemente insignificanti, ha dato i suoi frutti (more…)

Scontro di civiltà (antiche)

gennaio 29, 2010

A proposito di una rilettura del rapporto tra romani e giudei

di Manlio Simonetti

Paolo Mieli ha pubblicato sul “Corriere della sera” un’ampia e più che lusinghiera presentazione della recente traduzione italiana della monografia di Martin Goodman intitolata Rome and Jerusalem e pubblicata a Londra nel 2007 (Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche. Traduzione di Michele Sampaolo, Roma-Bari, Editori Laterza, 2009, pagine x+738, euro 35). La valutazione favorevole appare ben meritata in considerazione dell’ampiezza inusitata del libro, che fornisce gran copia di notizie riguardanti i più vari aspetti della vita, non soltanto comunitaria ma anche privata, di romani e giudei nel mondo antico, per cui questa monografia viene a collocarsi in posizione di spicco nell’ambito di una bibliografia tutt’altro che scarsa riguardante l’antigiudaismo nell’antichità. (more…)

E’ già “made in Cindia” la locomotiva del mondo

gennaio 29, 2010

di Federico Rampini

Un decennio è “un tempo infinito” per fare previsioni, dice l’economista Kenneth Rogoff rispondendo al sondaggio organizzato da Repubblica tra gli esperti riuniti al World Economic Forum. Non sembrano dello stesso parere i dirigenti di Pechino e New Delhi. Per i ritmi di aumento degli investimenti nella ricerca scientifica, la Cina e l’India hanno superato di slancio gli Stati Uniti.

Intanto Barack Obama, alle prese con una destra populista che cavalca la rivolta anti-tasse e anti-Stato, è costretto a tagliare i fondi all’istruzione. La California, un tempo la punta avanzata dell’innovazione, riduce le borse di studio e l’offerta di corsi universitari. Se è vero che “il decennio si prepara adesso”, come ci ha detto il commissario europeo Joaquin Almunia, l’Occidente è partito sul piede sbagliato. E’ indicativo il fatto che quest’anno a Davos i “malati” sotto osservazione sono Spagna, Grecia, Lettonia: tutti paesi dell’Unione europea, due dei quali sono membri anche dell’Eurozona. Lontani sembrano i tempi in cui la bancarotta di uno Stato sovrano poteva minacciare solo paesi emergenti, era un virus endemico in America latina o nel sudest asiatico. (more…)

Salinger: perché non ha più scritto?

gennaio 29, 2010

di Alessandro Piperno

Insomma perché lo ha fatto? Cos’è che a un certo punto lo ha bloccato? Perché ha smesso di scrivere? O quanto meno di pubblicare? Perché un successo simile non è umanamente sostenibile o perché non è verosimilmente replicabile? Perché aveva il terrore di aver perso tutta quella freschezza, tanta giovanile baldanza, o perché non si sentiva artisticamente attrezzato alla maturità? Perché tutti dimenticassimo che era esistito o perché non sopportava l’idea che lo dimenticassimo? Perché abituato com’era a scrivere libri giusti aveva il terrore che fosse arrivata l’ora del libro sbagliato o perché una volta che hai scritto certi libri non ti interessa di scriverne altri? Perché non aveva più cose da dire o perché, avendone ancora un sacco, disperava di poterle esprimere compiutamente? Perché frattanto aveva perso ogni fiducia nella narrativa o perché l’aveva trasfigurata al punto da non sentirsi più all’altezza? Perché non voleva che gli rompessero le scatole o perché sognava che non smettessero di rompergliele? (more…)

Quei “difensori della razza” che passarono all’antifascismo

gennaio 28, 2010

Ricordare le vittime della persecuzione razziale comporta anche l’imperativo morale di tenere a mente quanti parteciparono attivamente, in Italia, alla giustificazione ideologica della legislazione razzistica ed antiebraica, che il fascismo riprese pressoché alla lettera dal Terzo Reich.
Intellettuali, artisti, giornalisti, professori, scienziati, la stessa genìa di firmatari che poi diventerà rossa e sarà, ad esempio, mandante morale dell’assassinio del commissario Calabresi, sottoscrissero entusiasti il Manifesto sulla purezza della razza, 14 luglio 1938.
Sotto affermazioni del tipo: «È tempo che gli italiani si proclamino razzisti»; «additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana»; «gli ebrei non appartengono alla razza italiana»; «gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei», apparvero le firme di dieci «luminari»: Sabato Visco, Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzia, Guido Landra, Luigi Pende, Marcello Riccia, Franco Savorgnano, Edoardo Zavattari. (more…)

Attenti alla Borsa, il guardiano è distratto

gennaio 28, 2010

di Adriano Bonafede, da Repubblica Affari & Finanza, 25 gennaio 2010

Il rito più importante di ogni mattina, alla Consob, non è il cappuccino e il cornetto ma la lettura dei giornali. Con un misto di curiosità e di paura. Curiosità per sapere quali società quotate cominciano ad avere dei problemi. Paura perché bisogna in fretta e furia iniziare un’istruttoria su queste società prima che lo faccia la Procura e prima che i giornali tirino fuori altre magagne senza che la Consob lo sappia. Basta cominciare da qui per tracciare il magro bilancio degli anni in cui Lamberto Cardia è stato presidente. Il suo incarico, prorogato da 5 a 7 anni, scadrà a giugno. E, salvo che non tiri fuori dal cilindro qualche altro coniglio, (proprio adesso è uscita fuori la storia che sarebbe in gestazione un’altra leggina ad hoc per prorogare la sua presidenza) quella è la data in cui libererà il posto alla Commissione nazionale per le società e la Borsa.

Ma perché la Consob, che nella sua relazione annuale dà molti numeri sull’attività ispettiva ma poi, sul campo, non arriva mai prima sul luogo del delitto, ma soltanto dopo che sono già presenti i fotografi, la stampa e i magistrati? È accaduto con tutti i casi più gravi ed eclatanti, a cominciare da Parlamat: una società che per anni e anni ha falsificato i bilanci senza che alla Consob ne sapessero nulla. Per finire al caso più recente, quello di Mariella Burani, su cui ha aperto un’indagine la magistratura. (more…)

ELOGIO DEL “CAMERATA” SAVIANO

gennaio 28, 2010

BUTTAFUOCO SPIEGA PERCHÉ L’AUTORE DI ‘GOMORRA’ NON È DI SINISTRA: “è Law & Order, è un autentico Serpico, un uomo d’ordine che nulla c’entra con i gruppi che vanno ad applaudirlo – SI È FORMATO LEGGENDO CÉLINE E POUND, Ernst Junger E Julius Evola” – ora qualcuno consoli consolo… – IL “CASO CONSOLO” – Sul Giornale Maurizio Caverzan scrive che lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo ha ritirato l’intervento ideato per accompagnare il nuovo dvd di Roberto Saviano. Motivo? L’autore di “Gomorra” è colpevole di aver citato autori di destra tra i propri maestri

Francesco Specchia per “Libero

«Non c’è alcun dubbio che il vero Roberto Saviano è Law & Order, è un autentico Serpico, un uomo d’ordine che nulla c’entra con i gruppi che vanno ad applaudirlo… ». Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore, è lepido e lapidario: Saviano, dentro, sarebbe tutto d’un pezzo, carne e granito, come Serpico (o meglio, oseremmo noi, come Cesare Mori, il prefetto di ferro che mazzuolò la mafia su impeto mussolinano).

Buttafuoco di Saviano è amico e sodale. E anche se «parlare con lui di destra, con la destra d’oggi è un’eresia, Dio ce ne scampi» egli, oggi, ammanta lo scrittore di Casal di Principe di un alone ideologico perlomeno inusuale. L’affermazione – e il caso – nascono da un’indiscrezione di Maurizio Caverzan sul Giornale. Il quale rivela che l’editore Einaudi aveva deciso di pubblicare questa primavera nella collana Stile Libero un cofanetto con tanto di libello e dvd intitolati “Orazione civile”. (more…)

BISIO E’ IL VERO ZELIG

gennaio 28, 2010

DI NOTTE ACCAREZZA IL SUO CUORE DA SEMPRE A SINISTRA E DI GIORNO CURA IL SUO PORTAFOGLIO DI DESTRA – DICHIARA PIÙ DELLO SCARPARO A PALLINI, DONATELLA VERSACE E UMBERTO ECO – IL COMICO PIÙ RICCO DI ZELIG HA TERRENI, AZIONI, CACHET E 13 CASE PROVENIENTI ANCHE DALLA SUA FAMIGLIA BENESTANTE…

Franco Bechis per “Libero

Come il Leonard Zelig di Woody Allen, Claudio Bisios offre di camaleontismo. Ma per lui non è una malattia. Di notte accarezza il suo cuore da sempre a sinistra, cavalcando con battute al fulmicotone i cabaret che lo hanno reso celebre fino a farlo diventare il mattatore di Zelig su Canale 5. Di giorno cura il suo portafoglio a destra, per cui deve ringraziare le tv di Silvio Berlusconi. Un superportafoglio, perché Bisio guadagna più di 2 milioni di euro all’anno ed è il comico più ricco, anzi, straricco, di tutta la banda Zelig.

Lascia a distanza siderale perfino Luciana Littizzetto, la comica più ricca. Lei lo supera solo sul mercato immobiliare: ha 13 case fra Torino e Milano. Bisio si è fermato a 12. Alla banca dati del catasto il compagno Zelig di Novi Ligure (dove è nato il 19 marzo 1957) risulta proprietario di 5 fabbricati a Milano, due in provincia di Savona, tre a Firenze e due in provincia di Genova (ad Arenzano). In più ci sono cinque terreni nell’alessandrino e tre nel fiorentino. (more…)

«Il Pd è fallito, serve altro»

gennaio 28, 2010

Chiamparino lancia il cantiere del nuovo Ulivo

«Ormai è chiaro: il progetto del Pd è fallito. Per evitare il disastro totale bisogna aprire dopo le regionali il cantiere di una nuova coalizione. Una nuova Cosa». Sergio Chiamparino affida al Riformista il de produnfis del Pd. E lancia il cantiere del «nuovo Ulivo».

Chiamparino, parlando di «fallimento» del Pd lei sta mandando un avviso di sfratto alla leadership di Bersani?
Il problema è ben diverso. E guardi che non è un caso se all’ultimo congresso ho scelto di votare scheda bianca. La questione di fondo non riguarda la leadership ma, appunto, il «fallimento» del progetto stesso. Anche dopo l’arrivo di Bersani, il Pd ha continuato a essere un partito prigioniero di gruppi e gruppetti. A livello nazionale ci sono correnti e sottocorrenti che, anche senza avere una vera consistenza politica, continuano tenerlo sotto scacco. A livello locale ci sono altri tipi di interesse ma la sostanza, purtroppo, è sempre la stessa. Siamo avvitati su noi stessi, a volte sembriamo i polli di Renzo. (more…)

Armata Brancaleone

gennaio 27, 2010

L’occhio di Monicelli sugli ultimi sexy-gate: su questa politica girerei un film, una farsa senza sconti

I soliti ignoti occupano le prime pagine, l’Armata Brancaleone abita nel Pd e i compagni, stavolta, al posto delle bandiere agitano le lenzuola. Mario Monicelli, 95 anni a maggio. Pessimismo, ironia, disincanto. Lo chiamano. “Mario guarda che si fredda il pranzo”. “Arrivo, arrivo” e intanto parla, rampogna, ammonisce. “Nel passaggio dai partiti storici al liderismo, si scoprono guêpière, altarini sentimentali, privato che si mischia col pubblico e l’impressione, me lo lasci dire è desolante e al tempo stesso antica”.

Monicelli, la politica italiana sembra essersi smarrita in un vortice di dossier in minigonna.

Di faccende come quella di Delbono sono a conoscenza fin da bambino. Iniziarono in Francia. Mi ricordo che negli anni Trenta, la politica locale venne scossa da una serie di scandali in cui erano coinvolti addirittura i presidenti della Repubblica. Il teatro del tempo e la pochade edificavano i copioni sulla politica deteriore e sull’affarismo. Come vede, non è cambiato nulla. (more…)

«Emma, che ipocrita a non volermi con te nel Lazio»

gennaio 27, 2010

Tinto Brass. «La Bonino ha ceduto alle regole del sistema. Comunque, fortuna che c’è lei: ero tentato dal votare la Polverini. Io con i Radicali in Veneto e forse Lombardia».

«Emma Bonino mi ha deluso: depennando la mia candidatura nel Lazio, ha ceduto all’ipocrisia del sistema. Mi ha politicamente evirato. Comunque fortuna che c’è lei per il centrosinistra: ero quasi tentato dalla Polevrini. Che dire? Sono vittima dei moderati… Da anni li corteggiano e non ne hanno mai beccato uno. Altro che realpolitik. La vera realpolitik è quella di Vendola, che afferma una realtà precisa, “io vinco”, e la coglie nei fatti. Per quanto mi riguarda, certamente correrò in Veneto e forse anche in Lombardia. La mia candidatura è un’operazione di deragliamento ideologica rivolta contro i farisei del potere, della morale, della dignità, sbandierata con parole a cui non corrispondono i fatti.

E di questa battaglia sono pienamente convinto. D’altra parte la conduco da anni, con i miei film. Sono sicuro che avrò tanti voti benché, anche se eletto, non credo di voler starmene in un consiglio regionale… Spero solo che si eviti l’errore commesso anni fa quando mi candidai sempre con i Radicali: sulla scheda scrissero Giovanni Brass e nessuno mi riconobbe. Stavolta scrivano Giovanni detto Tinto Brass, così come scrivono Giacinto detto Marco Pannella…». (more…)

Algeria: la riconciliazione, dieci anni dopo

gennaio 26, 2010

Pietra angolare della politica di Abdelaziz Bouteflika, la legge sulla Concordia Civile è entrata in vigore nel gennaio 2000. Cherif Ouazani traccia un bilancio di un decennio di catarsi collettiva

Dieci anni fa, il 13 gennaio 2000, entrava in vigore la legge sulla Concordia Civile, al centro della quale vi era una « grazia per amnistia » a beneficio dei 6.000 combattenti dell’Esercito Islamico di Salvezza (AIS, braccio armato del Fronte Islamico di Salvezza, il FIS) che avevano imbracciato le armi contro il regime all’inizio degli anni ‘90 sotto il comando di Madani Mezrag. Sulla base di questa inziativa, il presidente Abdelaziz Bouteflika aveva sollecitato tramite un referendum, indetto per il settembre 1999, l’adesione della popolazione a una politica del perdono. È così che i “criminali”, termine generico del lessico ufficiale che designava i membri dei gruppo armati salafiti, sono diventati “pecore smarrite” chiamate a ritrovare la retta via e il cammino verso casa. Cinque anni più tardi, nel settembre 2005, il suffragio universale è stato nuovamente sollecitato per trasformare la legge sulla Concordia civile in una Carta per la Riconciliazione nazionale. Da allora, gli eventi che hanno scosso l’Algeria negli anni ‘90 sono qualificati come Tragedia nazionale, aprendo la via a un risarcimento per le vittime dirette (militari e insorti) o collaterali (civili e scomparsi). Più di 2.200 islamisti giudicati e condannati per atti di terrorismo furono rimessi in libertà, e circa 300 combattenti del Gruppo salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) deposero le armi e diventarono dei “pentiti”. Dieci anni dopo, quale bilancio possiamo trarre da questa pace onorevole “all’algerina”? (more…)

IL DITO DI PANSA NELL’OCCHIO DEL NICHI DI PUGLIA

gennaio 26, 2010

ORATORE SEDUCENTE E GRANDE MACCHINA DA CONSENSI, vendola INCARNA L’ARMONIA MA IN REALTà è UN POLITICO ASPRO E DISPREZZA CHI GLI SI OPPONE – BASTA VEDERE COSA DICEVA DELLA SINISTRA: “Una vipera con la faccia di colombella, il soldato Emma Bonino. Con l’elmetto in testa, con la tessera della Nato in tasca, con il cuore nel portafoglio”…

Giampaolo Pansa per “Libero

Sarà dura per il centro-destra vincere in Puglia. Per farcela, Silvio Berlusconi & C. dovranno radere al suolo Nichi Vendola, il trionfatore nelle primarie del Partito democratico. Ma oggi questo obiettivo appare un’illusione, un sogno di metà inverno. Il PdL lo sa bene. E ha convinto il Cavaliere a rinunciare a un candidato fantasma, Attilio Romita, lo speaker del Tg 1. Al suo posto scenderà in campo Rocco Palese, capogruppo del centro-destra nel consiglio regionale.

Silvio aveva scartato Palese perché lo riteneva poco telegenico, una faccia vecchia per un elettorato in cerca di volti nuovi. Poi ha prevalso il realismo e la scelta e` caduta su di lui: un chirurgo di 51 anni, gia` democristiano, assessore nella giunta Fitto Chiamato “lo Stakanovista” perché sempre presente in tutte le sedute dell’assemblea pugliese. Credo che Palese sappia bene chi e` Vendola. Come tutti gli esseri umani, anche Nichi ha due volti.

Quello che conosciamo meglio e` seducente, un signore che in agosto avra` 52 anni e ne dimostra dieci di meno, parlatore fervido, l’uomo immagine del movimento Sinistra Ecologia e Liberta`. Ecco un piacione al cubo, un mago dell’armonia, capace di suscitare un consenso molto largo. Doti che nel 2005 gli avevano consentito di diventare governatore della Puglia e che domenica gli hanno fatto stravincere le primarie.

CE N’È PER TUTTI
Poi c’e` un secondo Vendola. Un politico aspro, che non si arrende mai e disprezza gli avversari. Anche queste sono doti preziose nella guerra politica del 2010. Un conflitto dove nessuno va per il sottile. Che impone la pazienza di assorbire i colpi dei nemici e insieme l’astuzia di ribattere senza misurare le parole. Del resto, nella Prima Repubblica un altro politico pugliese, il socialista Rino Formica, uomo di grande schiettezza, aveva messo sull’avviso noi cronisti: “Ricordatevi che la lotta politica e` fatta di sangue e di merda”. (more…)

MAI DIRE NO (AL CAV)

gennaio 26, 2010

LE RISATE HANNO RESO RICCA LA GIALAPPA’S – DA ZELIG A SMEMORANDA AD INVESTIMENTI IMMOBILIARI – IL TRIO SENZA VOLTO HA CREATO UN IMPERO MILIONARIO PASSANDO DA RADIO POPOLARE A MEDIASET – NON LA PENSANO COME SILVIO, MA STANNO BEN ATTENTI A NON SPUTARE NEL PIATTO DOVE MANGIANO…

Franco Bechis per “Libero

Mai dire no. Chissà se mai quei tre ragazzi che un quarto di secolo fa, era il 1985, esordirono a Radio popolare, avrebbero pensato un giorno di entrare nella classifica fra i 5 mila uomini più ricchi di Italia. Loro, Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci ora come oggi sono conosciuti dal grande pubblico come la “Gialappa’s”. Nati nella radio cult della sinistra meneghina, commentando la sera delle partite la giornata calcistica, i tre si sono ben guardati di dire no al dirigente Fininvest che un giorno sentendoli li contattò e propose loro il grande salto. (more…)

Havel: l’uomo è crocifisso

gennaio 26, 2010
«Cara Olga – scrive il prigioniero alla moglie –, probabilmente il Signore mi sta punendo per il mio orgoglio e può darsi che mi stia mettendo alla prova». Qualcosa non torna nelle biografie di Vaclav Havel. «Agnostico», «non credente», «anticomunista». Nella storia intima del drammaturgo, carismatico leader della Rivoluzione di Velluto, c’è dell’altro. Ora che l’editore Santi Quaranta ne ha pubblicato, per la prima volta in Italia, l’intera corrispondenza vergata durante i ripetuti periodi di detenzione, le Lettere a Olga (pagg. 480, euro15, santiquaranta.com) ci raccontano chi è davvero il dissidente che diventerà primo presidente della Cecolovacchia democratica. Un giorno Havel chiederà al direttore del penitenziario il libro di un teologo tedesco: l’Introduzione al cristianesimo del professor Joseph Ratzinger. Václav Malý, ora vescovo ausiliare di Praga, era stato tra i primi a sottoscrivere l’appello dei dissidenti di «Charta 77», divenendo poi portavoce del Forum Civico. Fino alla Rivoluzione non violenta del 1989 le riunioni del Forum guidato da Havel si aprivano con un Padre Nostro, anche se all’inizio quasi nessuno ne ricordava più le parole. Nelle Lettere c’è soprattutto lei, Olga. Moglie orgogliosa, volitiva, mai arrendevole. Quando «Vasék», così si faceva chiamare dalla consorte (sposata nel 1964 e deceduta nel 1991), le confiderà di aver forse sbagliato a rifiutare la proposta d’esilio con lei negli Usa, Olga lo rimetterà in riga. Accettare sarebbe stata una resa. «Per tutto il libro – osserva Ferruccio Mazzariol, editore e revisore delle Lettere –, Olga resta inafferrabile, come nascosta dal sipario di un palcoscenico. Olga è creatura della vita quotidiana con le sue piccole pigrizie, ma è anche un “personaggio” che viene dal teatro di Havel: indefinibile e sorprendente». Come il suo Vasék, «dissidente agnostico» che vede nel Cristo l’uomo «vittorioso grazie alle sue sconfitte».

LA LETTERA
«Cara Olga, siamo inchiodati al paradosso fra il mondo disperato e l’Essere pieno di senso»
Vaclav Havel

Cara Olga,
fra le migliaia di avvenimenti stupefacenti che formano il miracolo dell’Essere e della sua storia, l’evento che qui ho definito la costituzione o la genesi dell’«io» umano, ha indubbiamente un significato rivoluzionario. È un evento cioè che, a differenza di tutti gli altri, tocca in modo speciale l’essenza medesima dell’Essere, l’«essere dell’Essere». L’uomo non è semplicemente un’entità fra le altre entità, un qualcosa di distinto rispetto alle altre, ma è un’entità apertamente «differente». Non si differenzia dalle altre unicamente per ciò che è (per il fatto di essere essenzialmente più strutturata, ad esempio), ma soprattutto per come è, per il fatto che il suo stesso essere è sostanzialmente diverso da tutto quello che esiste al di fuori di lui. (…) (more…)

Le Olimpiadi di Hitler: simulacro perfetto della tragedia incombente

gennaio 25, 2010

Maria R. Calderoni
I sovietici non mandarono nemmeno una squadra. Il lottatore tedesco, campione nazionale nonché operaio iscritto al partito comunista clandestino, Werner Seelenbinder, salì sul podio ma si rifiutò di rendere il saluto nazista e venne subito arrestato. La nuotatrice ebrea austriaca Judith Deutsch decise di non andare con una lettera che diceva: «Non posso in quanto ebrea partecipare ai Giochi di Berlino perché la mia coscienza me lo proibisce». Agosto 1936: l’XI Olimpiade si apre nella Berlino di un Hitler trionfalmente al potere, la sacra Fiamma riverbera luci sinistre. Le leggi razziali, infatti, barbaramente e alacremente già lavorano nella “nuova” Germania: un intollerabile e inammissibile sfregio ai famosi, solenni – e solennemente proclamati – “principi Olimpici”. Quelli basati sul rispetto dei fondamentali diritti universali, sul mantenimento della dignità umana; e che proclamano «ogni forma di discriminazione nei confronti di una nazione o persona per quanto concerne la razza, la religione, la politica, il sesso incompatibile con l’appartenenza al movimento olimpico». (more…)

Il sorriso luminoso della libertà

gennaio 25, 2010

Dante, Beatrice e il canto v del Paradiso

di Inos Biffi
Un’altra domanda o, come dicevano i medievali, un’altra “questione” occupa la mente di Dante, che si trova ancora nel cielo della Luna e ci invita a soffermarci in un prolungato momento penetrante d’indagine teologica. Questo canto appare subito concettoso e un po’ affaticato, ma non è raro incontrare nel cammino verso il Paradiso queste aree di riflessione e di dibattito consoni alla “scuola” che, mentre sciolgono i dubbi e gli interrogativi del poeta, gli permettono di proseguire la salita verso l’Empireo, non senza ricevere, a loro volta, i tocchi della bellezza e del linguaggio lirico.
Come avviene subito nell'”apertura ardente di luce e di amore” (Anna Maria Chiavacci Leonardi), che avvia il canto, Beatrice appare a Dante “fiammeggiare nel caldo d’amore/ di là dal modo che ‘n terra si vede” (1-2), così che i suoi occhi ne restano abbagliati. Ma egli non se ne deve meravigliare:  godendo ormai della perfetta visione di Dio, Beatrice è pienamente immersa in quel “bene appreso”, che la rende tutta risplendente. Del resto, già nell’intelletto del poeta, Beatrice vede risplendere, in riflesso, quella “eterna luce” che, “vista, sola e sempre amore accende” (9):  una volta veduto Dio, l’affetto per lui non si ritrae e si spegne più; e se, sulla terra, si cede all’attrazione di altri beni, è perché si fraintendono con la Luce divina le luci che sono unicamente una sua impronta:  “e s’altra cosa vostro amor seduce, / non è se non di quella alcun vestigio, / mal conosciuto, che quivi traluce” (10-12). (more…)

La ragione lavora senza garanzie

gennaio 25, 2010

Da Cartesio a Kant i limiti del pensiero razionale

Dall’ultimo numero della rivista “Vita e Pensiero” pubblichiamo la parte finale di un articolo del professore di Diritto e Filosofia presso la Northwestern University di Evanstone (Illinois, Usa) nella traduzione di Lorenzo Fazzini e Roberto Presilla.

di Charles Taylor

Vorrei parlare della “sola ragione”:  la ragione spogliata di ogni informazione proveniente dalla fede o dalla rivelazione. Prendo l’espressione dal famoso libro di Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, dove è molto chiaro che cosa intende:  non ho altre fonti non rivelate, intendo definire la religione in termini puramente razionali. In fin dei conti questo è stato uno dei grandi sogni dell’Illuminismo, e resta ancora forte.
Mettiamo insieme i tre fili conduttori, le tre fonti della sola ragione:  l’autonomia della ragione definita da Cartesio; il modello della scienza naturale come modello per la vita umana; infine l’idea di entrare in un mondo illuminato dove vediamo il senso del nostro ordine sociale, e solo di quello. Questi tre aspetti ci fanno credere che la sola ragione sia in grado di risolvere tutti i problemi e allo stesso tempo che questo risultato si possa raggiungere perché ci siamo liberati di altre fonti che davano risposte molto differenti a queste domande.
Ovviamente le cose non stanno così:  anche accettando l’idea di base – che la società buona è una società che ordina i suoi membri in modo che possano realizzare ciascuno il bene dell’altro – abbiamo un’amplissima gamma di teorie. Le teorie originali di Locke, che si concentravano in modo molto atomistico sugli individui, sono state fatte a pezzi da Montesquieu, Rousseau, Hegel, Durkheim e altri:  ciascuno le ha distrutte in nome di qualche altra concezione e poi di un’altra ancora, e così via. Non ci siamo affatto avvicinati all’instaurazione di un ordine corretto e giusto mediante i vari processi della sola ragione, perché sono basati tutti su qualche grande intuizione riguardo a un paradigma, che però non riesce a convincere tutti, sebbene ciascuno di noi abbia la propria opinione su quali siano i più validi. Se guardiamo all’effettiva storia dell’idea della sola ragione, insomma, tale nozione risulta essere profondamente screditata. Va però messa in discussione anche la posizione correlata che considera la ragione e la rivelazione semplicemente come due fonti alternative di verità, l’una esterna all’altra. (more…)

«Mio padre Peppino? Il re del teatro comico»

gennaio 25, 2010
Il 26 gennaio di trent’anni fa, era il 1980, si spegneva nella sua abitazione romana all’eta di 76 anni una delle più rappresentative maschere del teatro del Novecento italiano: Peppino De Filippo. Un attore e commediografo ancora vivo nell’immaginario collettivo di molti per essere stato il coprotagonista di una lunga serie di pellicole, sedici in tutto, in bianco e nero a fianco dell’inseparabile Totò, dalla Banda degli onesti a Totò, Peppino e i fuorilegge.

Tra le migliori interpretazioni di Peppino vanno ancora oggi ricordati anche film come Il segno di Venere di Risi, Le luci del varietà di Fellini e Lattuada, Policarpo ufficiale di scrittura di Mario Soldati e l’episodio di Boccaccio ’70, sempre firmato da Fellini, Le tentazioni del dottor Antonio. E poi la tivù, con le memorabili apparizioni in trasmissioni come Canzonissima e Scala Reale nei panni dell’umile servitore Gaetano Pappagone. (more…)

La vergine che voleva redimere il ribelle

gennaio 25, 2010

Isabelle fu l’infermiera e la vestale del culto del grande poeta Rimbaud durante i mesi della terribile agonia. Nelle sue memorie (inedite in Italia), il tentativo di convertire il fratello e di «ripulirne» le opere

Le «mani da assassino» erano simboleggiate dagli enormi pollici che rivaleggiavano con indice e medio in grandezza e lunghezza. Isabelle e Arthur Rimbaud le avevano ereditate dal padre, il militare inquieto che tornava a ogni licenza per ingravidare la moglie e poi ripartire e che a un certo punto non tornò più. Fra i due non era l’unico tratto in comune: l’ovale del viso e il blu degli occhi erano gli stessi e se si prende la celebre foto di Carjat di Arthur ragazzo e la si confronta con quelle di Isabelle ormai donna sposata, sembra di vedere madre e figlio.

Eppure, non sarebbero potuti essere più diversi: il ribelle e la sottomessa, il viaggiatore errante e la contadina attaccata alla sua terra, il libertino di città e la vergine di campagna, l’iconoclasta e la fervida credente. Che il primo fosse stato un poeta, la seconda l’aveva sempre saputo, pur non avendolo mai letto. Fra loro c’erano sei anni di differenza e quando il precocissimo Arthur aveva cominciato a scrivere versi, Isabelle era troppo piccola per capire, per capirli. Poi, a vent’anni, lui di colpo aveva smesso e questo per lei era stato sufficiente. Alla madre, che aveva trasformato l’abbandono maritale in vedovanza – «la vedova Rimbaud» si faceva chiamare – e che più d’ogni altra cosa venerava la rispettabilità borghese, quel figlio balzano e scapestrato non era mai andato giù. Isabelle era una sorella affezionata, ma era soprattutto una figlia obbediente.
Lesse le Illuminazioni «alcune settimane dopo la sua morte: per la prima volta ebbi un moto di sorpresa e di commozione. Pur senza averle mai lette, conoscevo le sue opere. Io le avevo concepite. Ma io, misera, non avrei mai potuto esprimerle con le sue magiche parole». (more…)

Liberate Kafka

gennaio 25, 2010

Tel Aviv, un giudice ordina alle eredi di Max Brod di consegnare le carte segrete

MARIO BAUDINO
Un giudice israeliano sta per scarcerare Franz Kafka: o almeno, tutto quel che di lui è rimasto. L’archivio consegnato dallo scrittore morente, nel 1922, all’amico Max Brod, perché lo distruggesse, dovrà uscire entro due settimane dalle cassette di sicurezza in cui è sigillato a Tel Aviv. Dentro non si sa con esattezza che cosa ci sia: gli studiosi hanno fatto molte ipotesi per anni; si è parlato anche di un romanzo finora sconosciuto, oltre a lettere, diari, forse abbozzi di nuovi lavori. L’unica cosa certa è che conteneva anche l’originale del Processo, perché questo prezioso manoscritto nel 1988 è stato venduto a Londra per due milioni di sterline, e di lì proveniva.

Tutto il resto è mistero: anzi, un paradossale mistero che si trascina da mezzo secolo, e fa perno intorno a una signora israeliana, morta a 101 anni nel 2008, che lo ha messo sotto chiave, sorda a qualsiasi richiamo, implorazione, supplica della comunità internazionale. Sotto chiave non è la parola esatta, o almeno è un poco riduttiva rispetto alla forma di detenzione subita da quelle carte. Esther Hoffe, la proprietaria, le teneva nel suo appartamento, piuttosto umido a detta dei giornali, e affollato di cani e gatti. Aveva avuto quel tesoro da Max Brod, nel 1968. L’amico di Kafka era riuscito a fuggire da Praga nel 1939, mettendo fortunosamente in salvo dai nazisti trionfanti se stesso e le preziose carte che andava pubblicando. (more…)

Ortodossia e modernità

gennaio 23, 2010

di Roberto Morozzo della Rocca

Il protestantesimo insegue ammaliato la modernità, il cattolicesimo dialoga con la modernità. E l’ortodossia? L’ortodossia invece del dialogo con il mondo moderno, ne afferma la trasfigurazione. Invece di cambiare il mondo moderno, ne cerca la metamorfosi spirituale.
Secondo Giovanni Filoramo, le Chiese ortodosse innanzi alla modernità “hanno teso, insistendo sulla atemporalità della dimensione liturgica che le caratterizza, a vivere ai margini se non al di là della storia e delle sue contingenze”. Il giudizio percepisce acutamente un’attitudine ortodossa. E l’interpreta alla stregua di un rigetto o quantomeno di un disinteresse verso la modernità. Non è propriamente così.
Le Chiese ortodosse non sono, in linea di principio, contro, né a favore della modernità. Piuttosto la rifiutano; oppure l’accettano secondo i suoi differenti aspetti e manifestazioni. In ogni caso l’interpretano alla luce del mistero cristiano, cercando in essa i segni del bene e del male, della croce e della resurrezione di Cristo. Come sosteneva Panayotis Nellas, la modernità va per l’appunto trasfigurata, non subita né combattuta.
In epoca sovietica, i giornalisti occidentali chiedevano agli ecclesiastici ortodossi come si rapportassero all’ateismo sovietico, ossia quale rapporto avessero con la storia e con la modernità dell’Unione Sovietica, e la risposta spesso era:  “Noi celebriamo la liturgia”. Una prima interpretazione di questa risposta concerne le difficoltà della storia. A lungo le Chiese ortodosse hanno vissuto situazioni storiche non facili. Si pensi alle dominazioni tatare, ottomane, oppure al Novecento sovietico. La loro età d’oro è stata l’impero bizantino, e non a caso, per secoli l’una e l’altra nazione ortodossa hanno successivamente vissuto nel mito di “Bisanzio dopo Bisanzio”.

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Gli Alleati e il «bellum iustum»

gennaio 23, 2010

Joseph Ratzinger e lo sbarco in Normandia

Il 4 giugno 2004, in occasione del sessantesimo anniversario dello sbarco alleato, il cardinale Joseph Ratzinger pronunciò un discorso del quale riportiamo la parte iniziale.

Quando, il 5 giugno 1944, iniziò lo sbarco delle truppe alleate nella Francia occupata dalla Wehrmacht, l’evento rappresentò per il mondo intero, compresa una gran parte dei tedeschi, un segnale di speranza:  la speranza che in Europa presto sarebbero arrivate la pace e la libertà.
Che cos’era accaduto? Un criminale con i suoi accoliti era riuscito a impadronirsi del potere in Germania. Sotto il dominio del Partito, il diritto e l’ingiustizia si erano intricati tra loro in maniera pressoché indissolubile, tanto da travasarsi spesso l’uno nell’altra e viceversa. Questo perché un regime diretto da un criminale esercitava anche le funzioni classiche dello Stato e dei suoi ordinamenti, così che aveva facoltà, in un certo senso, di esigere di diritto l’obbedienza dei cittadini e il loro rispetto nei confronti dell’autorità dello Stato (Romani, 12, 1s.) ma nello stesso tempo utilizzava gli strumenti del diritto come mezzi per i suoi scopi criminali. (more…)

La storia supera l’epica del D-Day

gennaio 23, 2010

Olivier Wieviorka rilegge un episodio chiave della seconda guerra mondiale

di Gaetano Vallini

“Liberato da tutti gli orpelli di un’impresa gloriosa, lo sbarco in Normandia deve essere visto come un evento essenzialmente umano, nella sua grandezza come nelle sue debolezze. Affrettò la sconfitta del Reich, ma il tracollo della Wehrmacht avvenne soprattutto nelle steppe russe, e liberò l’Europa occidentale, ma non poté prevenire la sovietizzazione dell’Europa orientale. La campagna di Normandia contribuì a restituire la libertà al popolo francese, pur infliggendo atroci sofferenze ai civili. Tutto ciò induce a guardarsi bene dal dare dell’operazione “Overlord” una lettura eroicizzata, se è vero che la storia degli uomini riveste sempre l’epopea dei toni della tragedia”.
È questa la chiave di lettura che lo storico francese Olivier Wieviorka dà del “D-Day” nel libro Lo sbarco in Normandia (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 394, euro 32). Un’interpretazione tesa a spogliare quell’importante capitolo della seconda guerra mondiale dall’alone epico – costruito nell’immaginario collettivo anche grazie a tutta una serie di produzioni hollywoodiane più o meno intrise di retorica, da Il giorno più lungo al più recente Salvate il soldato Ryan – che in parte ne ha condizionato anche la ricostruzione oggettiva. (more…)

Crisi, un’oscena ossessione

gennaio 23, 2010
GUIDO CERONETTI
Eh, sì; c’è qualcosa di osceno (nel duplice senso di vergognoso-malauguroso) ingenerato per sazietà e disgusto da certe parole. Pensate a patria, tra 1914 e 1945. Nobilissima ai tempi del Foscolo, al termine della parabola non si poteva che vomitarla. Oggi è tornata nuova, ed è ricacciata indietro. Ma fino a quando durerà l’oscenità universale di crisi nel riferimento economico? (Se si trattasse di «crisi del gatto» non ci sarebbe niente di male). Quanto a «emergenza» siamo bene avviati a doverla trattare con fazzoletti igienici. Pronte, mature per il vomito – sia per la ripetizione meccanica che per il loro contenuto ideologico, vero Aids mentale – ci sono adesso ripresa, uscita dalla crisi, crescita, tornare a crescere, riprendere slancio, tornare a produrre, a consumare, a fare impresa, a essere competitivi, allo sviluppo (nazional-globale), a investire capitale – tutto secondo ragionamenti a senso unico, da nevrosi ossessiva, da incapacità cronica a vedere, ad immaginare altro. (more…)