Israele, il nazionalismo che annebbia i laburisti

di Zeev Sternhell

La sinistra israeliana è impotente, priva di una ideologia in grado di guidare il Paese fuori dal pantano del neocolonialismo e del neoliberismo. È una realtà apparsa del tutto chiara sia nel febbraio scorso in occasione del rovescio elettorale, sia all’epoca della storica sconfitta del 1977 quando la destra conquistò il potere per la prima volta. Molti israeliani sono consapevoli di assistere all’inesorabile declino, se non alla morte della sinistra. Nemmeno a dire che la sinistra si sia logorata per i troppi anni passati al potere o che il suo declino possa essere considerato il risultato dell’evoluzione della società israeliana. La crisi va attribuita all’incapacità della sinistra di gestire la vittoria militare del giugno 1967 sull’Egitto, sulla Siria e sulla Giordania o la storica svolta degli accordi di Oslo del 1993. In entrambe queste circostanze la sinistra ha evidenziato la sua natura conservatrice e le sue debolezze.

Sin dall’inizio, obiettivo del movimento nazionalista ebraico fu quello di fare della Palestina terra di immigrazione, di colonizzarla e di privarla della sua indipendenza. «Il progetto sionista è un progetto di conquista», disse nel 1929 Berl Katznelson, ideologo del sionismo laburista. «Naturalmente sia chiaro che non intendo parlare di conquista in termini militari». Il movimento nazionalista giustificava questa posizione invocando il diritto storico degli ebrei a rientrare in possesso della terra dei loro antenati. Sin dalla fine del 19° secolo, tutti i sionisti ritenevano che gli ebrei in Europa fossero sull’orlo della catastrofe. La seconda guerra mondiale dimostrò che avevano ragione.

Quando nel giugno 1967 scoppiò la guerra, la sinistra si chiese come reagire. Doveva sfruttare gli errori dell’Egitto e utilizzare i territori appena conquistati come merce di scambio per ottenere la pace? Doveva considerare la vittoria come l’occasione per portare a termine l’opera non completata nel 1949? Oppure doveva annunciare al mondo arabo che il sionismo aveva raggiunto i suoi obiettivi con la creazione dello Stato di Israele nel 1949 e che non ambiva alla conquista e alla colonizzazione di altre terre? Per fare questo la sinistra avrebbe dovuto essere ispirata da valori universali e non solamente dalla cultura e dalla politica del nazionalismo. Con qualche rara eccezione, nessuno degli esponenti politici di sinistra aveva questo bagaglio politico e culturale. (…) Il Partito Laburista non sottopose a revisione la vecchia dottrina delle conquiste territoriali quando governò il Paese nel 1967-77 o negli anni ’90. Nel partito non si discusse se il futuro del Paese doveva essere fondato non solo sul diritto storico degli ebrei a rivendicare la terra di Israele, ma anche sui diritti di tutti i suoi abitanti. Allora come ora, il dibattito ebbe come tema centrale il modo in cui trarre vantaggio dalla debolezza dei palestinesi. Il principio di non restituire mai alcun territorio se non costretti a farlo da una forza superiore è tuttora valido. Tanto vero che gli insediamenti nei territori occupati ebbero inizio con i governi laburisti del 1967-77 utilizzando gli stessi metodi in uso oggi: confisca della terra con qualsivoglia pretesto, forzatura delle leggi in vigore, diverso trattamento giuridico nei confronti degli ebrei e degli arabi. Malgrado gli accordi di Oslo, la situazione non fece registrare un significativo miglioramento quando i laburisti tornarono al potere nel 1992-96 e nel 1999-2001. Il Partito Laburista fece del suo meglio per compiacere i coloni e la destra.

Ma sebbene il Partito Laburista fosse moralmente ed intellettualmente incapace di impedire la costruzione di nuovi insediamenti, non di meno a lui si deve la svolta degli accordi di Oslo. Il primo ministro Yitzak Rabin, eroe della Guerra dei Sei Giorni, assassinato nel 1995 da un nazionalista religioso, resta il solo leader politico ad essere stato capace di guardare oltre le idee del passato. Ma gli ci vollero venti anni e la guerra del 1982 in Libano perché capisse che la guerra israelo-palestinese non sarebbe mai terminata se non con il reciproco riconoscimento dello status di nazione. Rabin pagò con la vita questa convinzione maturata nel tempo. Gli accordi di Oslo furono malamente concepiti e pessimamente attuati. Ma forse Rabin sarebbe riuscito a salvarli: era troppo intelligente e pragmatico per continuare a battere su un argomento che trovava il suo fondamento in una rivendicazione vecchia di 3.000 anni e fondata sulle Scritture. (…) Il Partito Laburista israeliano espresse nei confronti del presidente George W. Bush lo stesso apprezzamento degli evangelici dell’Alabama o dei coloni della Cisgiordania. È questa la ragione per cui la sonora sconfitta subita nel 2009 dai laburisti è stata più morale che politica. Gli elettori laburisti hanno capito che il partito aveva smarrito la strada. Se tutto quel che aveva da offrire erano un trito appello alla storia e la promessa di ricorrere alla forza, tanto valeva votare per l’originale piuttosto che per la copia, per Netanyhau piuttosto che per Barak.

Il vuoto ideologico del Partito Laburista abbraccia anche la politica economica e sociale. Il Partito Laburista israeliano non è mai stato simile ai partiti socialisti europei. Fin dalla sua fondazione con il nome di Mapai nel 1930, l’accento posto sul nazionalismo lo allontanava non solo dai partiti di Leon Blum, di Rudolf Hilferding e dagli auto-marxisti, ma anche dal Partito Laburista britannico che nel 1931 abbracciò il socialismo. Il Mapai respinse persino la versione più annacquata del marxismo ritenendo il capitalismo e la proprietà privata indispensabili per costruire la nazione. Barak, come il suo predecessore Shimon Peres, somiglia a Tony Blair, un politico che i neocon americani considerano dei loro. I leader laburisti sono spesso inclini ad abbracciare il neoliberismo nella convinzione che la libertà individuale sia garantita dal libero mercato e che il capitale. Il Partito Laburista non è riuscito ad elaborare una critica del capitalismo globale di mercato. I suoi vecchi e demoralizzati sostenitori continuano a votare laburista più per abitudine che per convinzione. Ma il sostegno va diminuendo: a febbraio è sceso al 10%, pari a 13 seggi nella Knesset. I giovani hanno abbandonato il partito e nelle università l’attivismo dei laburisti è ormai residuale. Gli operai palestinesi, cinesi e thailandesi hanno da tempo preso il posto degli israeliani che erano iscritti al sindacato Histadrut e al Mapai. Peres è uscito dal Partito Laburista per entrare a far parte di Kadima (fondata da Ariel Sharon) dopo la sconfitta patita nel 2005 ad opera del sindacalista Amir Peretz per la guida del partito. Molti sostenitori del Partito Laburista giunsero alla conclusione che se un ex primo ministro poteva abbandonare il partito e unirsi all’opposizione dopo 50 anni, voleva dire che il partito non aveva più idee e che non valeva la pena battersi per la sua sopravvivenza politica. Nel marzo del 2006 il Partito Laburista ottenne il 16% pari a 19 seggi, la qual cosa permise a Peretz di diventare ministro della Difesa nel governo di Ehud Olmert (un transfuga del Likud che aveva preso il posto di Sharon colpito da emorragia cerebrale). Peretz è di Sderot, non lontano da Gaza, proviene dal sindacato, parla a nome degli operai e del ceto medio, è stato membro di Peace Now (una organizzazione pacifista) e faceva sperare in un rinnovamento social-democratico del partito. Gli immigranti provenienti dall’Africa del nord e i loro figli, da sempre affascinati dai grandi personaggi della destra nazionalista quali Menahem Begin e Ariel Sharon, si sentivano compresi da Peretz. Dalla sconfitta subita nel 2009 dal Partito Laburista emergono alcune indicazioni positive. Che si sia trattato della sconfitta di Barak – un soldato arricchitosi con la vittoria a Gaza e di cui molti israeliani si vergognano – o del successo di Kadima, un raggruppamento politico guidato da una donna, Tzipi Livni (che aveva sconfitto il suo acerrimo rivale, l’ex generale Shaul Mofaz), vengono dall’elettorato segnali di maturità. Non sono più solo i maschi alfa a trionfare nelle battaglie politiche. Resta un problema che colpisce i partiti socialdemocratici europei: la mancanza di una guida politica dotata di una visione. L’assenza di idee e statisti nei partiti di sinistra non fa prevedere un radioso futuro. Forse il problema non riguarda solamente gli israeliani, ma la situazione di Israele è più urgente.

© 2009, Le Monde Diplomatique, distribuito da Agence Global Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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Una Risposta to “Israele, il nazionalismo che annebbia i laburisti”

  1. Israele, il nazionalismo che annebbia i laburisti | Politica Italiana Says:

    […] via https://sottoosservazione.wordpress.com/2010/01/06/israele-il-nazionalismo-che-annebbia-i-laburisti/ Posted by admin on gennaio 6th, 2010 Tags: Estero, Inghilterra Share | […]

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