Ferrara: Craxi, dieci anni dopo

Non fu una «morte amabile», di quelle che conferiscono «grazia alla nazione» secondo la formula dello scrittore ed esteta francese Paul Morand.

Fu una morte amarissima, senza riscatto, profondamente disperata, una morte che generò esteso e profondo senso di colpa, e non solo nella masnada di sodali e ruffiani fattisi censori e liquidatori del suo onore politico. Perfino i suoi persecutori, i magistrati codini che ne fecero il capro espiatorio della Repubblica dei partiti, una Repubblica che doveva scomparire a viva forza nella vergogna, ebbero un momento di soprassalto.

Spirò da Hammamet, 10 anni fa, un sentimento ineluttabile di tragedia. Le cure mancate e la viltà politica che avevano consegnato alla latitanza e all’esilio quel socialista garibaldino dell’Ottocento diedero la misura, alle soglie di un secolo nuovo, della ferocia di una stagione italiana fertile di ingiustizia, di libidinosa demagogia, di morbosa violenza politica.

La telefonata di Silvio Berlusconi mi aveva raggiunto nella redazione milanese del Foglio nel pomeriggio inoltrato del 19 gennaio 2000. Era molto commosso, in lacrime, e mi aveva detto semplicemente che era morto Bettino. Il dolore mio si era presto raffreddato nel compito professionale e politico di fare un decente giornale intorno alla notizia.

Scrissi cose vanamente politiche, discussi il tratto umano e personale dell’amico con il massimo possibile di sobrietà, affrontai il banale e me ne difesi a stento, come sempre succede nei coccodrilli, ma pensai che una eulogia non pomposa e sentimentale sarebbe piaciuta a quella bestia da politica militante, a quel trionfante animale totus politicus che Craxi era stato.

Il bene che gli volevo consisteva anche di un protocollo: sostegno alla sua complicata e intensa parabola di capo, amicizia leale non priva di infedeltà intellettuali, condivisione di anticomunismo e realismo del «fatto compiuto», autonomia reciproca di persone che avevano imprinting opposti (io il comunismo perduto dell’ex, lui il socialismo tradizionale di famiglia, ma con una peculiare apertura mentale proprio al mondo dell’exeità comunista).

L’aura di giornalista craxiano e rompicoglioni, arcinemico di quell’establishment che nei giornali contava e disponeva a proprio piacimento il plebiscito anticraxiano di ogni giorno, mi aiutò in certe furiose battaglie, e fu discretamente protettiva per gli sviluppi della mia qualunque carriera televisiva iniziatasi nella Raitre del maestro comunista-avanguardista Angelo Guglielmi (Bettino non ci credeva: «È troppo grasso» disse ad Antonio Ghirelli); e in nome di idee comuni ho preso anche un fracco di botte, diventando con lui e Berlusconi buon terzo nella classifica ufficiale degli «odiati e vilipesi» negli anni Ottanta.

Fino alla catastrofe morale della sera delle monetine, quando affrontò lo spirito linciatore dei tempi per venire da me in tv, scortato da un plotone di carabinieri, a dire la sua contro il fuoco di fila delle accuse («Da Ferrara l’ultima sfida al Paese» fu il titolo di Repubblica). Non andai al suo funerale per non intrupparmi con una folla rispettabile e amica, ma forse troppo varia e colorita per i miei sentimenti del momento. Il socialismo italiano, a cui non appartenevo nelle sue radici, si era veramente sfasciato con la caduta del suo ultimo capo, e ciascuno aveva fatto storia e pratica a sé, con qualche episodio molto imbarazzante di meschinità e poche risposte esemplari alla disdetta e all’impaccio del collasso e della brutalizzazione.

Parlai con Rino Formica, tra i pochissimi uomini verticali di tutta quella storia, e anche lui confessò di volere rinunciare al viaggio a Tunisi e Hammamet. Ci proponemmo di andare un anno dopo a posare un fiore sulla tomba dell’amico. Nemmeno la vita di Craxi era stata amabile, sebbene chi lo conosceva bene nell’intimità (la mia era un’amicizia politica, prima che personale) racconti di un tipo compagnone, che amava cantare, tirare tardi, vivere negli anfratti del piacere lasciati liberi dalla intensità e varietà di lavoro e di esperienza che era diventata tipica della comunità del potere italiano a partire dal dopoguerra, con la ricostruzione e i suoi spiriti.

Gli amici di sempre indicavano nella brutale trombatura di suo padre Vittorio, nelle elezioni del Fronte popolare dominate dai comunisti (1948), una delle ragioni forti del suo autonomismo e del suo schietto e mai rinnegato anticomunismo democratico, liberale, di sinistra. In Craxi c’erano gioia di vivere, spirito autenticamente ribaldo, indisponibilità a quelle pigrizie che fanno brutto e noioso il carattere burocratico della lotta politica.

La sua emersione come player nazionale, per quanto allarme avesse creato in un paese di combriccole e parrucconi e ideologie blindate, incendiò subito il vecchio pagliaio della consociazione partitocratica, determinò un clima di spregiudicatezza e libertà di tono impensabile nei primi, cupi anni Settanta.

Ma Bettino non ebbe mai il sorriso sulle labbra, dei due modelli machiavellici il suo era quello del principe che si fa temere, non quello che si fa amare. Portava con orgoglio luciferino le «mani sporche» del conflitto interno condotto senza remore e del realismo più spietato nel rapporto con gli avversari: questo era il tratto originario della sua marcia forzata tra le vecchie istituzioni italiane. E così come si può scommettere su un happy ending dell’avventura di Berlusconi, l’uomo che sa farsi amare nonostante tutto, non era possibile puntare un soldo bucato sul lieto fine dell’impresa di Craxi, persona tosta e programmaticamente inamabile, e del suo «esercito di Franceschiello» (fu così che definì il suo partito la prima volta che ci incontrammo a Palazzo Chigi per parlare di politica).

All’epoca dicevo, con discreto cinismo e neanche tanto per paradosso, che il merito di Craxi era intanto di avere liquidato il Psi. Il partito del socialismo italiano, il più antico all’anagrafe politica, era appesantito da decenni di storia gloriosa e di errori strategici altrettanto gloriosi.

L’ultima stagione era stata quella della doppia colonizzazione: Giulio Andreotti faceva il suo gioco sul fianco centrista e governativo, e con successo costringeva il Psi nel ruolo di un alleato subalterno nel sistema di potere dc, mentre con altrettanta alterigia i comunisti amministravano la restante parte, quella demartiniana, del corpaccione socialista, usandolo come condizionamento e pendolo tra la stabilità di governo e le esigenze di potere consociativo dell’opposizione.

Il Psi era diventato un apparato di mediazione fra i grandi partiti popolari: Pci e democristiani. E niente più, ormai da anni. L’ascesa di Craxi è un caso di scuola molto brillante nella storia politica europea. Impadronendosi con metodi rozzi ma efficaci del partito, impose la sua autonomia politica. La usò verso il Pci, tornando al governo con la Democrazia cristiana, ma stavolta in assetto competitivo e combattente sul fronte della modernizzazione riformista del Paese: il Pci non ebbe più nel Partito socialista uno sgabello e un cardine lubrificato intorno a cui far ruotare la sua strategia bipolare e avvolgente.

Usò l’autonomia verso la Dc, indebolendo i comunisti con roventi polemiche ideologiche e atti di governo fatali come il più che simbolico taglio della scala mobile, e tagliando la strada a ogni accordo sulla testa della forza laica che il socialismo italiano era tornato a rappresentare. Erano polemiche e gesti spesso ricchi di visione e anticipatori dei movimenti dell’89 e degli anni successivi.

Ma Craxi, e questo era il craxismo, non altro, tenne sempre ferma come missione storica del Psi la prospettiva, ingrata al suo alleato di governo, di una sinistra italiana guidata dalla componente storicamente antibolscevica, capace per questo di configurare un’alternativa al partito-stato cattolico che aveva dominato la vita della Repubblica.

Era un tipaccio, dunque uno statista con elementi churchilliani di disprezzo antropologico per gli impolitici e i fiacchi e i traversi di tutte le risme, ma aveva un punto debole che emerse nel momento cruciale: un certo sentimentalismo, una strana apprensività, mancanza di freddezza esecutiva e un calore tipicamente siciliano (Craxi era milanese, ma le origini stanno a Sanfratello).

Così, 10 anni dopo la sua morte, mentre è appena degno di un paese serio riprendersi con Craxi il suo rango storico di visionario e di innovatore (ciò che ha riconosciuto l’ex comunista Piero Fassino, e senza peli sulla lingua), bisogna finalmente dire la verità sul perché cadde, e con lui rovinosamente si inabissò una Repubblica dei partiti ormai priva di leadership.

I magistrati d’assalto completarono un passaggio che si era avviato nel 1987. Fu allora che Craxi tentò il colpo della vita. Era stato capo del governo per quasi 4 anni, in un paese di massima instabilità politica e parlamentare. Aveva fatto bene, sul piano dell’efficacia, comunque lo si volesse giudicare nel merito. Una serie di record sportivi. Bene in economia, nelle relazioni sociali, in politica estera, nel lancio di proposte di riforma delle istituzioni che sono ancora oggi all’ordine del giorno; aveva fatto girare nel verso giusto per lui e per la sua politica le relazioni tra i partiti, aveva sfondato qualche muro di incomprensione intellettuale, assestato colpi ai nemici irriducibili, comunisti e cattolici di sinistra, incassando con stile dure bastonature, senza drammatiche conseguenze.

Aveva certo alzato la posta, e si era procurato i soldi per giocare la partita al livello della sfida proposta sua cucina pullulavano i «brasseurs d’affaires» privi di scrupoli e anche lui tutto era tranne che un arcigno perbenista (sebbene sia poi toccato a me, nei primi mesi di vita del Foglio, l’onore di raccogliere dalla viva voce di un capo del pool milanese la notizia non irrilevante che Craxi aveva finanziato il partito e i suoi uomini senza arricchirsi personalmente).

Ma nel 1987 la questione era tutta politica, ancora. Craxi ebbe una reazione «mussoliniana» al rovescio che gli capitò alle elezioni, anche e sopra tutto per il modo in cui alle elezioni si era arrivati. Come Benito Mussolini si era ribellato alla sua constituency socialista alla vigilia della Prima guerra mondiale, gridando melodrammaticamente «voi mi odiate perché mi amate», così Craxi non accettò la «ingiusta» bocciatura nelle urne.

Il vecchio professore cominternista Alessandro Natta e l’arcaico democristiano Ciriaco De Mita si erano messi d’accordo, benedetti da Enzo Biagi ed Eugenio Scalfari, per impedire a Craxi di raccogliere i frutti del suo strepitoso governo e bastonarlo alle elezioni.

Sfasciarono il Parlamento e imposero, al termine di una lunga crisi, di andare alle urne con un governo Fanfani, che si fabbricò addirittura una artificiale e paradossale bocciatura alla Camera (Natta e De Mita votarono contro dopo averlo costituito, Craxi a favore). Ogni trucco era buono per impedire a Craxi di andare alle elezioni alla testa dell’esecutivo.

Il risultato fu che gli italiani, elettori smaliziati, si videro arrivare alle urne un Craxi politicamente vincitore, ma ormai sbalzato di sella dai vecchi poteri partitici. Si adeguarono, com’è nel loro costume, e diedero un aumento percentuale irrisorio al Psi. Fu la fine dell’idea chiave del craxismo: osare, costruire l’onda lunga, e alla fine sfondare. Nulla di nulla. E Craxi, da quel giorno, pensò che non ci fosse più niente da fare. Si chiuse nella fortezza del pentapartito. Smise di essere Craxi.

Si consociò con una Democrazia cristiana calante, si identificò con un sistema dei partiti sempre più impopolare, fu travolto perfino dalla sua vittoria strategica, il crollo del comunismo in Unione Sovietica e nell’Europa centroorientale. Invece di ereditare con calma gli elettori comunisti, molti milioni, lasciati orfani dal crollo del Muro di Berlino, proclamò la necessità di annetterli nella cosiddetta «unità socialista», e così non intercettò un solo consenso permettendo al Pci morente l’ultima battaglia distruttiva, quella contro di lui.

Ai primi anni Novanta tutto era pronto per assestare a Bettino Craxi, e a ciò che aveva rappresentato per tanti anni, il colpo decisivo: il partito degli industriali che pagavano la politica, ma per assoggettarla, e quello dei giudici che la volevano sradicare per paura di esserne controllati (il caso Tortora, e il referendum sulla responsabilità civile) si unirono al parterre giornalistico-editoriale solito, e portarono a compimento il grande colpo nella fortezza milanese di Bettino.

Gli fecero scoppiare la santabarbara, e cominciarono una lunga persecuzione della sua intera famiglia politica, con la complicità interessata e contrattata di comunisti e democristiani di sinistra. Craxi non ebbe mai la forza di riprendersi, combatté strenuamente in un clima di tregenda, alla fine lasciò il passo alla nemesi rappresentata dal suo amico Berlusconi, si rifugiò in quel Medio Oriente romantico e cencioso che aveva sempre amato, protetto da due servizi segreti, come mi disse orgogliosamente, e morì da latitante, cioè da uomo libero in lotta con la giustizia terrena.

Giuliano Ferrara

Panorama

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