Piccola Posta di Adriano Sofri

Caro direttore, ecco due o tre pensieri su Rosarno. Uno sul ministro dell’Interno: se molti cittadini bianchi di Rosarno stanno aggirandosi in squadre variamente armate per fare piazza pulita dei neri di Rosarno, e quel giorno il ministro dice che la causa della notte di ribellione è il lassismo nei confronti degli immigrati, quelle parole sono destinate a suonare come un incitamento o almeno una giustificazione alle orecchie degli squadristi. Uno sul Problema, così come ogni volta viene di nuovo trattato, benché non sia più nuovo da tempo: ammessa qualunque diagnosi delle origini di un groviglio diventato drammatico, quando si apre la caccia all’uomo e più esattamente la caccia all’uomo nero, non si può che stare dalla parte del braccato e cacciato, anche quando non servisse ad altro che a non figurare negli annali futuri dell’infamia nella colonna di chi non mosse un dito né fece sentire una voce.

Altrimenti la famosa diagnosi sulle colpe gli errori e le sottovalutazioni assomiglierebbe, dando per scontate tutte le differenze, a quella di chi nel 1933 o nel 1938 e in ognuno degli anni della caduta continuasse a discutere dell’eventualità che si fosse troppo sottovalutato a suo tempo – due secoli fa, un secolo, o poco fa, a Weimar – il peso politico o economico o culturale degli ebrei. Infine: le notizie su Rosarno, come io stesso scopro solo in questi giorni, erano spaventosamente nitide e dettagliate da tempo, e se quelli come me hanno da rimproverarsi una pigrizia o distrazione nella propria responsabilità civile di lettori, altre assai più specifiche responsabilità ne vengono chiamate in causa. Valga l’esempio del libro di Marco Rovelli, “Servi”, pubblicato da Feltrinelli nel 2009, dedicato ai luoghi dei clandestini al lavoro, in particolare per il capitolo sulla “Caccia al nero” a Rosarno. Ne raccomando fortemente la lettura. Anche perché il libro, in cui si legge che “lo sport più praticato dai giovani di Rosarno è la caccia al nero”, era uscito, quando la battuta di caccia finale si è aperta.

Adriano Sofri scrive al Cav. una lettera sull’edilizia scolastica e carceraria

Gentile presidente Berlusconi, le offro un parere. Non lo faccio in nome del mio passato, ma del suo presente. Non lo ignori: ne va del suo futuro. Il tema è: “Edilizia carceraria ed edilizia scolastica, per una visione sinergica”. Svolgimento.
Non era difficile profetizzare che tutto quell’annunciare voti in condotta, grembiulini, maestri unici e tagli secchi, e poi con quel tono ultimativo, avrebbe svegliato il cane che dormiva, benché tutti i professionisti dello sguardo sociale assicurassero che ormai si trattava di un letargo senza scampo. E il metodo: tutto per decreto e voto di fiducia. E poi, più sventata di tutto: la stagione. Dalla Finanziaria in qua, è stata una sequela di provvedimenti annunciati e parzialmente attuati in piena estate, quando la moglie e soprattutto i figli sono in vacanza, e si riceve un consenso vastissimo presentando i programmi di governo a Cortina d’Ampezzo. Però poi la moglie, e specialmente i figli, tornano dalle vacanze, e si chiedono come mai non se ne sia fatto nessun conto. Per giunta trattandosi della scuola, cioè dell’affare che riguarda pressoché senza eccezioni tutti i cittadini, stranieri compresi. (Per i quali si trova il modo di decretare classi differenziate, che magari, soprattutto dove le cose funzionano grazie all’iniziativa e al buon senso dei veri responsabili, esistevano già di fatto in modo da sanare le differenze di conoscenza della lingua, di ambientazione eccetera, ma senza il madornale compiacimento di cambiarne per legge il nome, perché in questo caso il nome è la sostanza). Il tono perentorio, e progressivamente ultimativo, del suo ministro dell’Istruzione sconcertava chi, come me, pensa che il sonno dei giovani sia sempre tutt’al più un dormiveglia.

Lo si poteva attribuire a una insicurezza travestita da sicumera. Chi può chiedere a un ministro imprevisto, giovane e per di più – gran pregio – donna, di presentarsi dichiarando: “Non so dove sbattere la testa, cercherò di sentire in giro e di farmi un’idea, e di fare del mio meglio”? (Ma sarebbe bello, eh?). Forse però non è inevitabile scegliere il tono opposto, perché il napoleonismo gonfia lì per lì i sondaggi, ma fa arrabbiare la gente. E lei ammetterà che quello che sta succedendo nel famoso mondo della scuola – cioè nel mondo – è un esempio piuttosto singolare di divorzio fra i sondaggi e la gente. Per così dire, i sondaggi si muovono in verticale, la gente in orizzontale. Vedo che le cronache di ieri si sono soffermate su un errore di pronuncia del ministro, come già prima su una sua predilezione concorsuale per la Magna Grecia: errori veniali, direi, per un ministro, e in genere per una persona, che sia lì anche per imparare e migliorare. Ma usare il termine “terrorismo” a proposito della corrente mobilitazione della scuola, quello è un errore blu. Ora lei, Silvio Berlusconi, ha deciso di dare man forte a questi toni, e anzi li ha rincarati più volte, avvertendo che occupazioni scolastiche, sit-in eccetera non sarebbero stati più tollerati, e finalmente proclamando l’invio della polizia.

L’ha detto con una frase degna del maresciallo Radetzky, se il maresciallo Radetzky fosse stato cattivo come si dice, e Maroni fosse stato il suo attendente: “Gli darò – al ministro Maroni – istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine”. Lei è animato dalle migliori intenzioni, immagino, a cominciare dalla fedeltà alla sua giovinezza di scolaro “modello e diligentissimo”. Ma non occorre essere particolarmente discoli per voler bene alla scuola pubblica, e in particolare per voler avere una voce nel capitolo del proprio futuro. Non so perché un uomo esorbitante di buonumore com’è lei non dà un’occhiata disinteressata a strade e piazze di questi giorni e non si congratula della magnifica varietà di facce colori telefonini e parole, gran contraltare all’uniformità dei grembiulini (firmati, eh, griffati!) e alle disciplinate code per il casting. Un enorme casting per il futuro prossimo e remoto, diciamo. Buonumore, davvero. Altro che ricominciare con la storia della strumentalizzazione. Ai ragazzi non piace che li si offenda dicendoli strumentalizzati, e da chiunque: non sono mica scemi, e nemmeno adulti in via di formazione. Sono persone, solo un po’ più agili. Non vorrei essere indiscreto, ma ha provato a chiedere ai suoi ragazzi che cosa pensano della polizia nelle scuole? Anzi: ha provato a chiedere alla polizia?

Lei ha questa immagine di ottimista e compagnone. E’ il punto debole di chi vuole paragonarla al suo amico Putin. E’ difficile immaginarla sul tatami dell’arte marziale mentre stende un docile collega del Kgb alto il doppio, o mentre tiene un piede sulla schiena della tigre siberiana appena sgominata. E perché vuole rovinarsi la reputazione? Vuole stanare scolari studenti e rettori fin dentro i cessi? (Attenzione: è una citazione putiniana). Lei è uscito quasi indenne perfino da una tragedia come Genova 2001, e ancora la si associa, più che alla morte di un giovane o alle torture di Bolzaneto, alla scelta delle fioriere. E adesso? “Non retrocederò di un centimetro – ha detto ieri – avete quattro anni e mezzo per farci il callo”. Mah. Quattro anni e mezzo sono lunghi, per ciascuno di noi. E quell’impegno a non retrocedere, come se ci fosse qualcosa di male – mai bruciarsi i vascelli alle spalle – uno ha l’impressione di averlo già letto, da piccolo, dipinto su un muro di qualche casa diroccata dal bombardamento. Retroceda, dia retta a me.

Bene, fin qui abbiamo chiarito la questione dell’edilizia scolastica. Veniamo ora all’edilizia carceraria. Avrà saputo anche lei che nelle galere italiane si sta come d’autunno su un lastrico di topi. Ora lei non deve preoccuparsi che gli uomini-topo insorgano, e divampi l’incendio delle prigioni e lo spettacolo dei dannati arrampicati sui tetti, dell’epoca in cui lei era diligentissimo e io no. Queste sono minacce agitate a fin di bene da quanti hanno il cuore spezzato dall’infamia della situazione carceraria, compresi molti carcerieri (eppure lei dovrebbe rimpiangere di non averci passato almeno una notte), che non sanno più quale argomento escogitare per ottenere un po’ di ascolto. Ma non è vero: non ci saranno – anch’io posso sbagliare, va da sé – non ci saranno rivolte e grandi scioperi delle carceri, perché il loro è oggi un popolo di vinti e di divisi, di schiacciati. In pochissimi hanno la forza di rivendicare un diritto, fosse anche una branda al posto di un materasso lurido sul suolo: in tanti chiederanno più spesso qualche goccia in più di psicofarmaco, o si tagliuzzeranno le braccia e la pancia. Non c’è da preoccuparsene, dunque, per il momento.

Ma ammettiamo invece che si mandi massicciamente (per forza, perché è bastato che lei lo annunciasse per moltiplicare per dieci la mobilitazione delle scuole, figuriamoci quando cominciassero ad arrivare le botte) dunque che si mandi massicciamente la polizia nelle università e nelle scuole medie superiori, e magari in quelle dell’obbligo occupate dalle mamme eccetera, la polizia farà le seguenti cose: darà un po’ di manganellate sulle file più a portata di mano, porterà fuori da qualche aula di peso studenti e studentesse –“Non mi tocchi! Metta giù le mani!”, “Be’, allora cammina!” – e li depositerà fuori, salvo ricominciare un’ora dopo. Farà delle vere cariche con regolare preavviso, feriti, referti, eccetera. (Non voglio evocare conseguenze peggiori). Ma in ogni caso all’intervento della polizia deve seguire quello della magistratura, come al fulmine segue il tuono: e nell’una e nell’altra sequenza tanto si interverrà e tuonerà che pioverà. La pioggia sono scolari studenti ricercatori precari e, perché no?, qualche docente di ruolo messo in galera. Nel ’68 i denunciati furono tante migliaia in pochi mesi che si dovette sbrigarsi a fare un’amnistia, e gli incarcerati fecero la loro parte. Ecco, scusi il cortocircuito finale del mio tema, rivelato il legame fra scuola e galera. Una volta arrivati nelle galere questi nuovi inquilini, impareranno presto la lezione (la galera non è più l’università del crimine di una volta, ma una specie di Cepu dell’illegalità sì) e ancora più presto la impartiranno. Tetti e muri carcerari torneranno a vacillare, e fuori migliaia di telefonini fotograferanno tutto. All’edilizia carceraria sarà finalmente riconosciuta l’emergenza che le spetta, come nei terremoti. Dica la verità: non è a questo che lei aveva pensato, vero?

Il Foglio

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