Somalia e Corno d’Africa tra crisi interne e conflitti internazionali

Continuano a coesistere, nel Corno d’Africa, tre livelli di conflitto politico e militare, che si intrecciano e si aggravano reciprocamente. Ci sono conflitti interni ai singoli Stati, irrisolti conflitti regionali e, non da ultimo, il Corno d’Africa è una delle aree dove più grave appare in questo periodo lo scontro tra occidente ed estremismo di matrice fondamentalista.

Lo spazio somalo (2) è quello dove i tre livelli del conflitto in atto si manifestano con più gravità. La situazione della Somalia è obiettivamente disperata. Il comunicato del Programma Alimentare Mondiale (PAM) del 5 gennaio 2010 (3) nel quale si annuncia la sospensione delle operazioni umanitarie a causa delle minacce ricevute dai gruppi estremisti, rappresenta uno degli ultimi steps di una crisi all’apparenza senza vie di uscita, la cui gravità va valutata sia per le cause che hanno determinato la decisione del PAM e sia per le sue possibili conseguenze, per prevedere le quali è sufficiente ricordare che l’assistenza dell’agenzia per gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite in questa regione era indirizzata a circa un milione di persone.

La “cronaca” somala della prima metà di gennaio del 2010 registra continui scontri tra truppe governative appoggiate dai peacekeepers panafricani e i gruppi di Al Shabaab che combattono contro  il governo federale di transizione guidato da Shek Sharif Shek Ahmed, ex capo dell’Esecutivo dell’Unione delle Corti Islamiche.

L’impatto delle tensioni regionali sulla crisi somala è stato recentemente confermato dalla risoluzione n. 1907 del 23 dicembre 2009 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (4), che sancisce sanzioni contro l’Eritrea a causa del sostegno dato a gruppi militari ostili al governo di transizione in Somalia e del rifiuto a ritirare le proprie truppe schierate in seguito alla guerra con Djibouti dai territori contesi con questo Stato (5). 

Per l’Eritrea lo spazio somalo è soprattutto un ambito di confronto militare e politico con l’Etiopia, il paese della regione più apertamente schierato a sostegno del governo di transizione somalo, contro i gruppi fondamentalisti.

Il governo di Asmara ha definito vergognose le sanzioni – essenzialmente rappresentate dall’embargo militare – accusando all’inizio di gennaio del 2010 l’Etiopia di sconfinamenti nell’area di Zalanbessa, accusa poi smentita dal governo di Addis Abeba. Sempre all’inizio del nuovo anno il presidente eritreo Isaias Afeworki ha accusato l’intelligence degli Stati Uniti d’America di avere istigato la guerra tra Eritrea ed Etiopia della fine degli anni novanta, costata la vita a più di settantamila persone, senza peraltro chiarire come e perché tale macchinazione sarebbe avvenuta.

Si potrebbero citare altri conflitti “storici” in atto nel Corno d’Africa, quale, ad esempio, quello che oppone, in Etiopia, il governo guidato dall’ Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) e l’organizzazione secessionista Oromo Liberation Front (OLF) . Anche in questo caso si intrecciano due dimensioni dello scontro, quella nazionale e quella regionale, dato che l’Eritrea è tra i principali sostenitori dell’OLF (6).  Lo scontro militare tra OLF e governo dell’Etiopia si è anche negli ultimi anni svolto sul territorio somalo.

Vale poi la pena di ricordare
che la regione del Corno d’Africa propone due “peculiarità”. In primo luogo è tra le aree più povere – se non la più povera in assoluto – del mondo. E’ nota l’esistenza di una vastissima letteratura sulla povertà, analizzata da studiosi, agenzie di sviluppo, organizzazioni non governative e governi nel suo carattere pluridimensionale. E’ stato correttamente osservato che i paesi del Corno d’Africa tendono sempre a classificarsi tra i più poveri del mondo utilizzando diversi criteri di analisi: reddito pro capite, accesso ai servizi sanitari e stato di salute, accesso a beni primari e alimentari, accesso all’educazione, livelli di sicurezza e stabilità (7). Esiste certamente una significativa correlazione tra la fragilità politica del Corno d’Africa  e la cronicizzazione della povertà al suo interno. 

La seconda “peculiarità” riguarda
la gravità e la durata dei conflitti. Senza considerare la questione sudanese, ci si limita a ricordare che il territorio somalo, con la parziale eccezione di quello oggi compreso tra i confini dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, è privo di un credibile quadro statuale da circa vent’anni; dal 1961 al 1991, fino cioè alla caduta del governo militare etiopico guidato dal Derg (8), si sono fronteggiati militarmente il governo etiopico e i movimenti eritrei, dando vita alla più lunga guerra dell’Africa post coloniale. Una guerra peraltro poi solo interrotta fino al 1998, quando si sono ripresi i combattimenti, a questo punto tra due Stati sovrani (9),  alla guida dei quali peraltro erano – e sono tutt’oggi – gruppi dirigenti che avevano cementato una lunga alleanza all’epoca della comune lotta contra il governo di Menghistu Haile Mariam.

Bastano questi due casi a comprendere quanto non regga, nel caso dei conflitti del Corno d’Africa (ammesso che regga altrove), il consueto riferimento alla dimensione etnica come causa principale delle tensioni africane. La Somalia è il paese africano meno differenziato dai punti di vista linguistico, culturale e religioso; i gruppi dirigenti eritreo ed etiopico (10) sono del tutto omogenei linguisticamente e culturalmente. Le cause delle tensioni politico miliari vanno quindi cercate in altri fattori, storici, economici, politici.

Probabilmente nel caso del conflitto tra Etiopia ed Eritrea pesa tutt’oggi la difficoltà a fare coesistere un progetto statuale legittimato dall’esperienza coloniale – quello eritreo – con l’esigenza dell’Etiopia, il secondo paese africano per numero di abitanti, di uno sbocco al mare. E’ inoltre accreditabile l’idea che la dirigenza di Asmara esasperi le tensioni regionali anche per provare a stemperare la grave crisi – politica, sociale, economica – interna. Sulle cause dei conflitti tra Etiopia e Somalia, che negli anni settanta si sono scontrate a più riprese per il possesso della regione dell’Ogaden, esiste una vasta letteratura. Anche in questo caso si sono ripetutamente scontrati due progetti statuali. Uno  ispirato da un sentimento nazionalista “pansomalo” e centrato sull’idea di una nazione unificata e omogenea; l’altro, quello etiopico, che nasce dall’integrazione tra gruppi etnico linguistici differenti, tramite processi di espansione segnati dall’egemonia dei popoli degli altopiani, “amhara” e “tigrini”.

E’ in questo intricato quadro politico che si innesta oggi una rinnovata priorità geopolitica per gli Stati Uniti e l’Europa. Di Somalia, in particolare, hanno ripreso a parlare i mezzi di comunicazione occidentali dopo il fallito attentato di Natale 2009 su un aereo diretto a Detroit. Una parte significativa del territorio somalo è oggi controllato da Al Shabaab e, sebbene risulti molto difficile catalogare ideologicamente tale movimento, è un fatto la sua vicinanza ad al Quaida (11), che in Somalia può reclutare e addestrare militanti. E’ per questo che la parola Somalia torna nell’agenda dei policy makers occidentali. Secondo alcuni osservatori il territorio somalo, al pari di quello yemenita, afghano e pakistano, riveste oggi un’importanza geopolitica per l’occidente superiore a quella di altre tradizionali aree di crisi, quali il Medio Oriente (12).

E’ difficilissimo anche solo ipotizzare cosa fare oggi in Somalia, ma si possono almeno esprimere orientamenti e auspici di carattere generale. In primo luogo occorre non dimenticare che in questo territorio, come si è cercato di chiarire, pesano, oltre alle influenze delle centrali internazionali del fondamentalismo, anche conflitti peculiari della regione del Corno d’Africa. In altre parole, sarebbe riduttivo considerare quella somala solo come una variabile geopolitica di un macro conflitto che vede da una parte l’Occidente e dall’altra il fondamentalismo islamico. Due possibili errori andrebbero a nostro avviso evitati. Il primo: sviluppare un approccio alla crisi somala solo in termini di contenimento delle istanze fondamentaliste e terroriste.

Siamo del tutto persuasi del fatto che la capacità di proselitismo di Al Shabaam non nasca tanto dall’adesione al suo progetto ideologico, quanto dalla disperazione e dalla gravità della crisi sociale ed umanitaria. E’ per questo, probabilmente, che tra i target principali dell’estremismo somalo vi sono oggi le organizzazioni umanitarie e le agenzie internazionali. Serve urgentemente una vasta pluriennale strategia di ricostruzione del paese. La sfida da raccogliere è difficilissima ed incerta e non è lecito, soprattutto dopo che in Somalia sono fallite in circa vent’anni varie conferenze di riconciliazione nazionale, illudersi che il cammino sia breve. Ma qual è l’alternativa? Anche volendo accantonare per un attimo considerazioni di carattere umanitario, è un fatto che lasciare il paese in mano all’estremismo interno e internazionale è obiettivamente pericoloso per tutti. Per i paesi confinanti, in primo luogo, ma non solo. Siamo d’accordo con quanto alcuni osservatori hanno recentemente sostenuto: se c’è un luogo dove il terrorismo si deve provare a  sconfiggere con gli strumenti della politica e dell’aiuto umanitario e alla ricostruzione questo è proprio la Somalia (13). Un approccio solo militare, di cui le comunità locali percepirebbero l’impatto negativo senza alcun tangibile beneficio, favorirebbe l’avvicinamento di settori della società somala ad Al Shabaab.

Un secondo possibile errore
sarebbe quello – peraltro già commesso nel recente passato – di provare a risolvere il conflitto internazionale aggravando quello regionale. E’ comprensibile che la comunità internazionale guardi oggi con particolare attenzione all’Etiopia, in considerazione di almeno tre fattori. E’ un paese politicamente centrale, che ospita tra l’altro l’Unità Africana. E’ un paese dove tuttora è molto estesa l’insicurezza alimentare e sociale, da assumere quindi come prioritario per la cooperazione internazionale e infine, non da ultimo, se anche tra innumerevoli difficoltà e qualche contraddizione, l’Etiopia è il paese della regione del Corno d’Africa che ha compiuto gli sforzi più significativi nella direzione di una certa democratizzazione dello Stato (14). Tuttavia non si renderebbe un buon servizio all’Etiopia stessa, né certamente si sosterrebbe efficacemente la pacificazione in Somalia, rafforzando la competizione e lo scontro tra i due paesi. L’intervento militare dell’Etiopia in Somalia avviato sul finire del 2006 (15) non ha risolto la crisi somala, ha finito con l’ampliare l’area di consenso verso il fondamentalismo in Somalia e ha determinato un forte peggioramento della sicurezza in alcune regioni etiopiche, in particolare, comprensibilmente, nello stato regionale a maggioranza somala.

Lo stesso governo etiopico chiede oggi alla comunità internazionale un rinnovato protagonismo politico e umanitario in Somalia (16), consapevole di non poter autonomamente svolgere un’incisiva opera di stabilizzazione regionale.

Trovare un percorso credibile per la soluzione del dramma somalo non significherebbe chiudere ogni crisi politica e militare del Corno d’Africa ma senz’altro quello della Somalia è il principale snodo da affrontare per la distensione regionale. 

La comunità internazionale deve continuare a fare pressioni sui paesi dell’area affinché non ostacolino i tentativi di pacificazione. In quest’ottica, la richiamata iniziativa del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del dicembre del 2009 va nella direzione giusta, anche se non si può sottovalutare l’astensione della Cina, la potenza politica ed economica più influente in Africa.

L’Italia  può e deve sollecitare una vasta iniziativa europea, politica e di cooperazione, per la distensione regionale e la pace e la ricostruzione in Somalia. La convocazione di una Conferenza internazionale aperta anche ai settori della società somala che in vent’anni non hanno mai smesso di provare a ricostruire il paese (17) e ai paesi della regione può costituire uno strumento efficace per dare un segnale concreto che la Somalia non è stata dimenticata e coordinare interventi internazionali che, anche a causa della fragilità di chi dovrebbe armonizzarli – il governo federale di transizione – rischiano di essere frammentati e tra loro poco coerenti.

Un’ultima raccomandazione: fare in fretta. La gravità della situazione politica, militare e umanitaria del Corno d’Africa e della Somalia non consente di aspettare oltre.

Note

1 Direttore del CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli. Articolo scritto il 10.01.2010

2 Tale spazio è diviso in tre entità: il Somaliland, autoproclamato stato indipendente del nord ovest (ex colonia britannica), Puntland, autoproclamato stato indipendente del nord est (ex Migiurtinia e parte dell’ex Somalia italiana) e resto del territorio (Somalia centro meridionale, parte dell’ex Somalia italiana)

3 WFP Statement on Situation in Southern Somalia. 5 January 2010. “…Rising threats and attacks on humanitarian operations, as well as the imposition of a string of unacceptable demands from armed groups, have made it virtually impossible for the World Food Programme (WFP) to continue reaching up to one million people in need in southern Somalia”.

4 Adottata con 13 voti favorevoli, un voto contrario (Libia) ed un’astensione (Cina)

5 Ras Doumeira e Isola di Doumeria

6 Per un’analisi sull’intreccio tra conflitti nazionali e regionali nel Corno d’Africa si veda anche: Armed Movements in Sudan, Chad, CAR, Somalia, Eritrea and Ethiopia, Gérard Prunier, Febbraio 2008

7 Si veda, tra gli altri studi sulla regione: Trends and Determinants of Poverty in the Horn of Africa – Some implications, Ravinder Rena, 2007

8 Consiglio militare con a capo il deposto presidente Menghistu Haile Mariam

9 L’indipendenza ufficiale dell’Eritrea dall’Etiopia è del 1993

10 L’EPRDF, che guida il governo in Etiopia, è stato creato dopo la caduta del Derg dal TPLF (Tigray Peoples Liberation Front), espressione della regione del Tigray, confinante con l’Eritrea e ad essa omogenea. La lingua ufficiale dell’Eritrea è il tigrino

11 Si veda l’intervista al presidente Shek Sharif Shek Ahmed sul Sole 24 Ore del 7 Giugno 2009 (“Italia, difendici da Al Quaeda)

12 Si veda, ad esempio: “La periferia del mondo musulmano fa centro” di Francesca Paci, La Stampa, 9 Gennaio 2010

13 Si veda l’intervista a Abdi Samatar dell’Università del Minnesota riportata il 5 gennaio 2010 su http://www1.voanews.com/english/news/africa/somalia-yemen-security-threat1-6-10-80766722.html

14 A maggio del 2010 in Etiopia ci saranno le elezioni politiche, che faranno seguito a quelle del 2005, contrassegnate da violenti scontri tra governo e opposizione, con quest’ultima che ha pesantemente contestato la veridicità dei risultati elettorali. In ogni caso, come si è sottolineato, il percorso verso la democrazia in Etiopia non è certo facile, né privo di significative battute di arresto. Tuttavia, anche solo confrontando la situazione del paese con quella della Somalia e dell’Eritrea, non appare fuori luogo identificare nell’Etiopia un partner privilegiato per una strategia di distensione regionale

15 Le truppe etiopiche si sono ufficialmente ritirate dalla Somalia a Gennaio del 2009. E’ da sottolineare che l’attuale Presidente della Somalia era fuggito dal paese – ritirandosi in Kenya – al tempo della presenza militare etiopica, allora ostile alle Corti Islamiche di Shek Sharif Shek Ahmed, eletto poi nel gennaio del 2009 alla Conferenza di Djibouti con il consenso dell’Italia (il cui Rappresentante per la Somalia Mario Raffaelli ha sempre cercato di favorire un punto di equilibrio possibile nell’intricato mosaico somalo), degli Stati Uniti e dell’ Etiopia

16 Si veda la nota dell’8 Gennaio 2010 pubblicata sul sito del Ministero degli Affari Esteri dell’Etiopia in http://www.mfa.gov.et/Press_Section/Week_Horn_Africa_January_08_2010.htm

17 Una delle realtà meno note della Somalia è rappresentata da decine di associazioni di donne, Organizzazioni non Governative, associazioni di categoria (medici, insegnanti, operatori sociali) che nonostante la gravità della crisi e i rischi altissimi per la loro incolumità, non hanno mai abbandonata la Somalia, continuando a collaborare con le Organizzazioni non Governative internazionali, in particolare italiane.

Paolo Dieci

Limes

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Una Risposta to “Somalia e Corno d’Africa tra crisi interne e conflitti internazionali”

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