«Vi racconto quando i nazisti facevano festa nella mia Parigi»

Guido Caldiron
Un pugno di giorni che scorrono nella ricerca continua di un equilibrio tra la vita e la morte, tra l’orrore della guerra e della repressione nazista e i fasti decadenti di un’armata di occupanti che condivide i riti della buona società locale. E’ tra il giugno e l’agosto del 1944, tra lo sbarco degli alleati in Normandia e la liberazione di Parigi, che si svolge la vicenda descritta ne Il corpo nero , l’ultimo romanzo di Dominique Manotti che esce in questi giorni per Tropea (pp. 288, euro 16,50). Sullo sfondo della capitale occupata, una ex prostituta ora diva del cinema e amante di un gerarca nazista, Dora Belle e Domecq, spia gaullista infiltrata nella Buoncostume, sono i protagonisti di un noir implacabile che racconta però, come sempre nei romanzi di Manotti, un intero mondo di violenza e la sua possibile redenzione.

Il titolo del suo libro fa riferimento al “nero” delle divise delle Ss e al ruolo che questo “corpo” politico-militare del Terzo Reich ebbe nell’occupazione della Francia e in particolare di Parigi. Si ha però l’impressione che a interessarla davvero sia però soprattutto la “zona grigia” di chi non si schierò apertamente contro l’occupante o scelse addirittura di collaborare con i nazisti. Come stanno le cose?
Effettivamente all’origine del libro c’è proprio il mio interesse per i rapporti che intercorsero tra molti francesi e il “corpo nero” delle Ss. Si deve infatti considerare che nel 1944 c’erano quasi duemila agenti francesi della Gestapo e circa trentamila ausiliari inquadrati militarmente dai nazisti. Perciò quando mi sono messa a scrivere avevo in mente due cose. Da un lato l’idea che in Francia si era sviluppato fin dal 1936, nel periodo del Fronte popolare, un forte conflitto sociale che sarebbe durato più o meno fino alla liberazione e che, all’interno di questo clima di scontro sociale, una parte della società francese aveva scelto nettamente il proprio campo: quello dell’ordine e della reazione che si sarebbe poi incarnato nel progetto totalitario dei nazisti. Dall’altro la considerazione che, anche per questo, il nazismo deve essere considerato come un fenomeno europeo e non soltanto tedesco.

Nel racconto dell’occupazione nazista che fa da sfondo al romanzo emerge in particolare il forte legame che si era stabilito tra i tedeschi e gli ambienti dell’alta borghesia parigina. Perché questa scelta?
Intanto perché raccogliendo documenti e testimonianze sul periodo dell’occupazione mi sono imbattuta in molte carte che erano rimaste inedite fino ad anni recenti, spesso perché custodite negli archivi dei paesi dell’Europa dell’est e perciò disponibili alla consultazione solo da dopo la caduta del Muro di Berlino. In particolare ho trovato molte tracce di un aspetto particolare di quel periodo, quello che va sotto il nome di “collaborazione economica”. Non molti sono infatti consapevoli che una parte degli imprenditori e degli industriali francesi accumularono allora ingenti fortune grazie al loro stretto rapporto con i nazisti. Patrimoni di cui nessuno nel dopoguerra gli avrebbe chiesto conto e che hanno costituito la base per le loro sucessive affermazioni economiche. Certo, dopo il ’45 c’è stata la nazionalizzazione della Renault, ma la gran parte di questi questi imprenditori che avevano collaborato attivamente con gli occupanti non sono stati toccati da alcuna sanzione. In realtà se nel dopoguerra si fossero voluti epurare “i padroni” che erano stati pro-nazisti, credo proprio l’industria francese si sarebbe bloccata quasi completamente. E’ per l’estensione di questo fenomeno, e la sua scarsa notorietà, che mi è sembrato importante metterlo oggi all’interno di un romanzo.

“Il corpo nero” racconta però soprattutto un’altra storia, quella della “dolce vita” che si conduceva nella capitale francese occupata dai nazisti, e questo fino a poche settimane dall’arrivo degli alleati. Quel clima di violenza e terrore attraversato però da un’atmosfera glamour descritto da alcune figure del collaborazionismo intellettuale come Drieu La Rochelle. E’ questo il cuore del suo romanzo?
Direi proprio di sì. Ciò che più interessava era rendere il clima di “festa” che caratterizzò quel periodo: la profonda e diffusa vicinanza della buona società parigina con gli occupanti nazisti. I salotti letterari, la gestione di teatri e Opera, la vita di tutto un sottobosco artistico ma anche la direzione delle istituzioni culturali, oltre ai riti dell’aristocrazia della capitale, tutto ciò era monopolizzato dalla presenza dei tedeschi. Non solo: le uniformi nere degli ufficiali delle Ss erano davvero ben viste, per non dire immancabili, ad ogni importante appuntamento mondano.

I suoi romanzi dedicano sempre un’attenzione particolare ai luoghi in cui sono ambientati: tra gli altri la Lorena della crisi industriale e la Parigi degli anni di Mitterand. E la capitale dell’estate del 1944, come le appare?
Durante la Seconda guerra mondiale Parigi ha rappresentato un caso davvero particolare rispetto alle altre città europee. I nazisti ne avevano fatto la capitale del loro piccolo impero d’Europa, il salotto della loro celebrazione e della loro festa. E’ qui che venivano mandati in permesso premio soldati e ufficiali che si erano illustrati sul fronte dell’Est. Cabaret, bordelli e locali notturni non hanno mai funzionato altrettanto bene che durante il periodo dell’occupazione tedesca. Certo, c’era la città popolare dove la miseria faceva il pari con l’occupazione militare e la repressione, ma io volevo raccontare ciò che ancora oggi si fa fatica da ammetere e a spiegare, vale a dire la Parigi protagonista del divertimento dei nazisti. Dopo che il romanzo è uscito in Francia nel 2004, mi sono arrivate molte lettere di persone che si riconoscevano in quello che avevo scritto. La gente normale faceva la fame ma poi, per lavorare, si spostava dalla periferia al centro, lungo i grandi boulevard dove sventolavano ovunque enormi bandiere con la svastica, e qui il clima era del tutto diverso: non mancava nulla malgrado il razionamento dei generi alimentari e c’erano perfino beni di lusso. Tutto questo praticamente fino all’ultimo momento: il 13 luglio del ’44 si apriva in gran pompa all’Ippodromo di Longchamp la stagione delle corse, mentre l’8 di agosto sugli Champs-Élysées la stessa folla di ufficiali nazisti e francesi in abito da sera assisteva alla prima del film Carmen . Gli alleati erano già sbarcati sulla spiagge della Normandia nel mese di giugno e il 22 di agosto sarebbero entrati a Parigi! Uno dei salotti letterari simbolo di quella stagione si trovava a meno di cinquanta metri in linea d’aria dalla prigione della Gestapo francese dove i prigioniri venivano torturati e uccisi di continuo. Epuure la festa continuava…

Il suo libro esce alla vigilia del “Giorno della memoria” del 27 gennaio che ricorda la liberazione del campo di Auschwitz: osservando il periodo dell’occupazione nazista della Francia si può davvero sostenere che l’antisemitismo riguardasse solo i tedeschi?
Assolutamente no, in Francia c’era un largo consenso sociale e ideologico per l’antisemitismo già prima dell’occupazione tedesca. Da noi non aveva assunto lo stesso carattere di quello dei nazisti in Germania, ma non si devono dimenticare le radici francesi del fenomeno, basta pensare all’affaire Dreyfus che è della fine dell’Ottocento. Così, durante l’occupazione furono i miei connazionali a dare la caccia agli ebrei, a catturare le persone e consegnarle ai nazisti o a collaborare all’invio dei treni piombati verso Auschwitz e gli altri campi della morte.

Liberazione

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